“Vado in Spagna” – Capitolo 6, di Claudio Misani

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“Vado in Spagna” – Capitolo 6, di Claudio Misani

Nel corso di questi anni ho sempre dato spazio alle esperienze di amici e colleghi che sono emigrati all’estero in cerca di fortuna o, più semplicemente, di riconoscimenti personali che nel nostro paese faticano a raggiungere.

Oggi è il turno del collega Claudio Misani che, in questa rubrica, ci racconterà della sua avventura in Spagna.

In questo Capitolo prosegue l’intervista ad Albert Altarriba. Si continuerà a parlare del “Microciclo Strutturato” in modo da capirne di più l’essenza e i principi cardine, comparandolo (molto velocemente) con la Periodizzazione Tattica. Si terminerà con una riflessione sulla figura del preparatore fisico nei vari paesi in cui Albert ha avuto la possibilità di allenare.

D: Il Microciclo Strutturato viene utilizzato anche nelle giovanili del Barca?

R: Sì, a partire dalle categorie Cadete e Juvenil, perché senza girarci troppo attorno, è una metodologia studiata per le squadre di “alto rendimento”, che hanno quindi una settimana tipo di 4-5 giorni di allenamento, più la partita. In squadre di livello inferiore, che si allenano 2-3 volte la settimana, più la partita, è impossibile applicare questa metodologia.

Quindi con le categorie Cadete e Juvenil del Barca, che hanno già una settimana tipo molto simile a quella degli adulti, si applica questa metodologia, in modo che il giocatore quando arriva nel “Barca B” o nel “Barca”, sia già abituato ad allenarsi in una determinata maniera.

D: Come viene suddivisa la settimana tipo col Microcilo Strutturato?

R: Giocando il Sabato o la Domenica, le evidenze scientifiche indicano il giorno successivo alla partita come il giorno di recupero attivo (Fase rigenerativa).

Segue a questo un giorno di riposo completo (48 h dopo la partita), per poi iniziare la settimana normale, che è formata da una fase “estimuladora che può essere il martedì o il mercoledì (in base al giorno della partita); successivamente c’è una fase di “ottimizzazione il giovedì e il venerdì, per terminare con una fase di “attivazione il giorno precedente la partita.

Questo è il ciclo che si segue, anche se avere una settimana uguale all’altra è molto complicato; a volte la settimana va da sabato a domenica e quindi si ha un giorno in più, altre volte va da domenica a sabato e di conseguenza si ha un giorno preparatorio in meno; per questo motivo è fondamentale pianificare settimana per settimana, per potersi adattare alle situazioni che non si possono prevedere con grande anticipo.

D: Seirul-Lo parla di strutture (Cognitiva, Coordinativa, Emotivo-Volitiva, Socio-Affettiva, Condizionale, Creativo-Espressiva); ci sono dei giorni specifici durante il Microciclo in cui si privilegia la “comparsa” di una di queste strutture?

La filosofia di Paco (Seirul-Lo) si basa sulla Teoria Generale dei Sistemi, sulla Teoria dei Sistemi Complessi Dinamici e sulla Teoria Ecologica; quindi non concepisce ogni area, in questo caso Struttura, come qualcosa isolato dal resto. Non alleniamo le parti per poi metterle insieme e arrivare al tutto, come si pensava con la vecchia concezione riduzionistica.

Perché il tutto è diverso dalla somma delle parti, l’allenamento del calciatore non è come una ricetta in cui devi solo aggiungere i vari ingredienti per ottenere una torta, è qualcosa di molto più complesso.

“La preparación física no existe”

La metodologia di Seirul-Lo si basa sullo “strutturalismo, (da qui il nome Microciclo Strutturato), la quale sostiene che il giocatore è formato da varie strutture; la struttura cognitiva sarebbe la “Tattica”, intesa come presa di decisione; la coordinativa sarebbe la parte “Tecnica”; la condizionale quella legata alla “Preparazione Fisica”; la socio-affettiva quella che prende in considerazione le “relazioni con i compagni”; la emotivo-volitiva che consiste nel “riconoscere le proprie abilità” e la creativo-espressiva che permette di “proiettare l’io nel campo”.

Si creano quindi esercizi in funzione della struttura a cui si vuole dare priorità, tenendo bene in considerazione che anche se si dà priorità ad una, direttamente o indirettamente vengono influenzate anche le altre.

D: Le differenze dalla metodologia tradizionale sono abbastanza chiare, ma dalla Periodizzazione Tattica in cosa si differenzia?

Con la Periodizzazione Tattica (PT) c’è una differenza evidente ma che molta gente non ha capito in questi anni, ponendo le due metodologie sullo stesso livello.

Senza entrare nei vari aspetti delle due metodologie, possiamo dire in maniera molto generale che la Periodizzazione Tattica si basa sul Modello di Gioco (MDG), tutto è incentrato nel MDG; invece, nel Microciclo Strutturato, la struttura base è il giocatore.

Nella PT tutto è basato sui tuoi principi, sotto princìpi e sotto-sotto princìpi che compongono il tuo MDG; nel Microciclo invece ci si focalizza sul giocatore, cercando di dargli il massimo delle informazioni possibili per adattarsi a qualsiasi MDG; questo perché alla fine ogni allenatore ha il suo MDG, per questo l’obiettivo è quello di far capire il gioco al giocatore, creare quindi un giocatore intelligente.

Questa è un’altra delle chiavi del Barcellona, il quale cerca di creare giocatori intelligenti. Molto spesso infatti si vedono ottimi giocatori, che entrando in un contesto come quello del Barca, non riuscire ad adattarsi e quindi a rendere secondo le loro qualità. Questo perché probabilmente sono stati “automatizzati” e gli hanno sempre detto cosa e quando dovevano fare una cosa; invece nel Barca tu devi capire quello che sta succedendo durante il gioco e da lì poi scegli e agisci.

D: Rispetto all’Italia, in Spagna la preparazione fisica attualmente viene vista in un’altra maniera, ma qual è in particolare il ruolo del preparatore fisico secondo la tua esperienza?

Questo dipende molto dalla società e dall’allenatore, ma basandomi sul “Modello-Barca” che è quello che conosco meglio (e con cui ho potuto lavorare), posso dire che tutti lavorano per lo stesso obiettivo. É tutto integrato, nel senso che la parte che svolgo io di preparazione fisica è pensata in funzione di quello che è l’obiettivo dell’allenatore; tutto l’allenamento segue un filo logico fin dal riscaldamento.

Di fondamentale importanza è la relazione che c’è tra l’allenatore e il preparatore, perché l’allenatore deve sapere che il preparatore fisico non è qualcuno di “extra” a cui gli si dà un tot di tempo per allenare solo una parte (o struttura) del calciatore, ma allo stesso tempo il preparatore deve sapere quello che vuole l’allenatore, per poterlo integrare negli esercizi che andrà a proporre.

Non si può dividere l’allenamento in parte fisica (di cui si occupa il preparatore) e parte tattica (di cui si occupa l’allenatore); bisogna capire che è “un tutto” e quello che fa uno deve essere relazionato con quello che va a fare l’altro, e viceversa.

Questo è il motivo per cui Guardiola, ma anche molti altri allenatori si portano sempre il loro preparatore, sia per una questione di fiducia ma anche perché sanno già cosa l’allenatore vuole e come allenarlo. Dopo anni che si lavora insieme, si viene a creare una relazione tale che con un semplice gesto le due persone si intendono.

Inoltre, io non sono molto d’accordo sulla definizione di “preparatore fisico”, perché in questo modo si pensa che questa persona è incaricata solo di “ottimizzare” la parte fisica, ma in realtà non è così, perché deve tenere in considerazione anche tutte le altre strutture di cui abbiamo parlato precedentemente.

Per questo potremmo chiamarlo “ottimizzatore del rendimento, poiché non si occupa solo della struttura condizionale ma anche di molte altre cose, tra cui per esempio il leggere quello che sta succedendo; infatti un giorno puoi arrivare avendo già pianificato un esercizio, ma il giocatore arriva stanco; oppure si ha perso o si ha vinto e si deve essere in grado di cambiare e adattarsi alla dinamica di gruppo, perché si privilegia sempre la qualità alla quantità.

Questo pensiero è in contrasto con la mentalità Inglese e Americana, in cui si ricercano continuamente dati; noi latini diamo sì importanza ai dati, ma a volte la qualità non è legata a dei semplici dati o numeri.https://elpais.com/deportes/2014/06/09/mundial_futbol/1402324551_497770.html

D: In tutte le squadre che sei stato hai utilizzato i GPS, ma tra Spagna, Inghilterra e Stati Uniti qual è la differenza che se ne fa dei dati raccolti?

In Spagna, più precisamente al Barca, i dati raccolti vengono utilizzati come un supporto extra, nel senso che io come squadra ho la mia filosofia e so quello che mi comporta dal punto di vista fisico un esercizio, come per esempio un gioco di posizione, ma stiamo sempre parlando di carico esterno e non di quello interno, ossia come il calciatore tollera un determinato sforzo o adatta le sue strutture per far fronte a determinate necessità.

Cosa che si trascura in Inghilterra e Stati Uniti, in cui si dà grande importanza ai dati (infatti prima di un allenamento, i giocatori sanno già quanti metri dovranno fare, che velocità devono raggiungere, etc…). Avendo i dati in tempo reale, se non raggiungono i valori prestabiliti, in questi paesi vanno ad aggiungere una carica extra.

Noi latini siamo più “artisti”, gli Inglesi e gli Americani sono più “scientifici” e seguono determinati protocolli; infatti se oggi bisogna raggiungere determinati valori, succeda quello che succeda l’atleta deve farlo. Nel calcio non funziona così, questa è la principale differenza che ho visto durante le mie esperienze in questi anni.

Al Barca, per esempio, vengono sì raccolti dati ed analizzati, ma senza dargli un’importanza rilevante. Dall’analisi di questi dati si può vedere se un giocatore durante il singolo allenamento ha avuto problemi o è in periodo negativo e quindi può essere un campanello d’allarme; ma senza essere lo strumento principale su cui basare tutto il processo di allenamento.

Anche perché alla fine Paco Seirul-Lo è 25 anni che lavora nel Barca ed è solo negli ultimi 5 che si utilizzano i GPS; penso addirittura che si possa essere un miglior preparatore fisico senza tutti questi strumenti. O meglio, bisogna imparare a lavorare senza tutto ciò, se poi si hanno a disposizione, sono sicuramente un buon supporto.

Se Messi ad esempio solitamente corre un tot di km a determinate velocità e durante una partita i valori si alzano, lì dobbiamo porci delle domande e capire cos’è successo; non solo con Messi ma con tutta la squadra. Partire quindi da un dato individuale “obsoleto” per analizzare il contesto “squadra”, prendendo in considerazione tutte le variabili del caso (risultato a favore, risultato contro, risultato già acquisito, superiorità o inferiorità numerica, etc…).

Concentrarsi solo sul foglio excel, o sui dati che fornisce il software dei GPS, è un errore perché si cade nel riduzionismo, perdendo di vista il tutto. Si parte sempre dal tutto per poi analizzare quello che si è visto o interpretato, e da lì attuare (sapendo che ogni persona può vedere e interpretare in maniera differente da un’altra); il concetto comunque è quello di essere critici e di vedere più in là di un semplice dato.

D: In Italia si dà molta importanza alla parte fisica rispetto alla Spagna, in cui l’allenamento condizionale è quasi sempre integrato, pensi sia utile questo allenamento senza palla? C’è un vero e proprio transfert alla partita?

Io credo molto nella filosofia di Paco Seirul-Lo, quindi di integrare tutto; ma integrarlo con senso, perché la gente pensa che mettendo la palla, mettendo rivali, mettendo compagni e porta sia sufficiente; in realtà non è così, perché l’esercizio deve essere pianificato in modo da raggiungere gli obiettivi che uno si è prefissato e che possono avere un transfert per la partita.

Ma non sono neanche un radicale, nel senso che non dico che tutto deve essere integrato e che la preparazione fisica esiste solo in questa forma, perché mi sono capitate determinate situazioni in cui ho svolto un lavoro extra coi giocatori perché ritenevo ne avessero bisogno, e questo extra avevo bisogno di allenarlo senza palla.

Nell’utilizzarla quotidianamente non sono d’accordo, ma se in un momento capisci che c’è bisogno di un determinato tipo di lavoro, allora si propone senza essere troppo rigidi.

Non credo però che debba essere una routine, nel senso per esempio che ogni mercoledì il preparatore si debba fermare con tot giocatori; questo no, lo faccio solo se vedo una reale necessità e utilità.

Allenando in maniera integrata non significa che si dia sempre priorità alla parte tattica: infatti, a volte si dà un’importanza maggiore alla struttura condizionale, ma sempre senza dimenticare anche quella cognitiva, coordinativa, etc…

Come sostiene Seirul-Lo, tutte sono sempre collegate e si influenzano reciprocamente e costantemente.

D: Avendo avuto esperienze all’estero cosa potresti consigliare a un ragazzo che inizia a fare l’allenatore?

Quello che posso raccomandare è che quanti più paesi, allenatori e club possa visitare meglio è per lui; spesso nel calcio ci sono le mode; per esempio il Liverpool di Klopp quest’ anno è arrivato in finale, quindi si prende un esercizio di Klopp e lo si ripropone senza sapere il perché; oppure quando c’è stato il boom della Spagna e del Barca di Guardiola, dove tutti volevano allenarsi come loro senza un vero motivo di fondo, ma solo perché vincevano.

Quindi quello che posso dire ad un giovane è di visitare il più possibile e poi prendere quello che lui ritiene migliore da ognuno, senza copiare ma per creare il suo metodo di allenamento; perché alla fine ogni allenatore ha il suo modello.

Questo è quello che ha fatto Guardiola: prendere da vari allenatori e adattare ciò che avevano di utile alle sue idee e al suo modello; infatti molte cose che ha fatto nel Barca non le ha riproposte in Germania, e cose che ha fatto in Germania non le sta applicando in Inghilterra; va sempre adattandosi al contesto senza mai perdere il suo credo.

Diventa fondamentale essere aperto per un allenatore, perché se tu pensi che quello che ti hanno insegnato è il meglio e non sei aperto ad altre idee o al cambio, sei finito.

Spesso si pensa che l’ordine sia primordiale e che se si fanno cambi si destabilizza la situazione, ma la verità è che si devono avere fluttuazioni, cambi, disequilibri; devi stare sulla “breccia del caos”. Quindi né in ordine completo ma neanche in disordine totale, ed è appunto il saper stare in questa via di mezzo che ti permette di avere successo sia come allenatore che come persona.

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Diego Franzoso

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