“In Viaggio verso Londra” – Capitolo 3 Terzo appuntamento con la rubrica “In Viaggio verso Londra”. Rubrica curata dal collega Stefano D’Errico, attualmente a stretto contatto… Continua »

“In Viaggio verso Londra” – Capitolo 3

Terzo appuntamento con la rubrica “In Viaggio verso Londra”. Rubrica curata dal collega Stefano D’Errico, attualmente a stretto contatto con la Community dell’Arsenal.

Nel capitolo di oggi entreremo maggiormente nello specifico e vedremo come poter allenare più obiettivi in un’unica proposta e della sua importanza. Buona lettura

“Il Four Corners Model”

“Quando prendiamo in considerazione un calciatore dobbiamo sempre interpretarlo come un’unità significativa, come un tutt’uno. Egli infatti si comporta come un unicum con le proprie percezioni, sensazioni, nozioni, abilità ed emozioni”.
Franco Ferrari

E noi, come formatori, consideriamo i nostri giocatori come unità significative? O semplicemente ci limitiamo a vederli, giudicarli e quindi allenarli come semplici esecutori di gesti tecnici?

Ben ritrovati con la rubrica “London Calling”! L’appuntamento di oggi ci porta alla scoperta di uno dei must della Football Association, caposaldo ovviamente anche del coaching Arsenal, che integreremo con la nostra consueta proposta tecnica.
La provocazione lanciata ad inizio articolo vuole focalizzare l’attenzione su un aspetto che spesso è un po’ snobbato nella preparazione di una sessione d’allenamento. Ci soffermiamo a pensare al di là dell’aspetto tecnico? O meglio ci sforziamo di considerare ogni comportamento tecnico come la risultante di una serie di influenze legate ad aspetti emotivi, sociali, percettivi, decisionali?

La Football Association, in linea con questa filosofia, peraltro condivisa anche in Italia (la citazione iniziale è tratta da uno dei libri utilizzati a Coverciano), ha strutturato il cosiddetto “Four Corners Model”.

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Credit immagine: http://www.respectleague.com/ltpd.html (modificato)

Il Four Corners Model è pensato per essere una guida nella stesura delle sessioni di allenamento. Ogni sessione, per essere definita come esperienza sportiva completa per ogni giocatore, deve coinvolgere obiettivi multipli e diversificati, che vadano a collocarsi all’interno di ognuno dei settori dai quali questo modello è composto. È uno strumento che può essere utilizzato indipendentemente dall’età o dalle abilità, perchè ognuno, ad ogni livello ed in ogni contesto, rappresenta a suo modo un’unità significativa che abbiamo il dovere di conoscere e migliorare sotto ogni aspetto.

Tenteremo ora di scoprire come il modello si applica ad una sessione. Per farlo, creeremo un parallelismo con lo spunto tecnico di oggi.

“Double Challenge”

Il gioco di oggi si chiama “Double Challenge”. L’attività può essere organizzata su uno o due campi (vedi figura) relativamente al numero dei giocatori, aspetto che influenza anche le dimensioni degli spazi. Le squadre si affrontano in un normale match. Quando un giocatore segna, corre verso il quadrato posto tra i due campi, sceglie un giocatore avversario dell’altro campo, e lo sfida in una situazione di 1c1. Obiettivo dell’attaccante fare meta oltre il lato opposto per guadagnare un ulteriore punto; obiettivo del difensore impedirglielo (con eventuale transizione). Quando uno dei due giocatori realizza la meta, entrambi tornano nei loro campi.
*Suggerimento: durante il gioco potrebbe verificarsi che più di un giocatore segna una rete in maniera ravvicinata. Per ovviare a ciò posso strutturare un ulteriore quadrato preventivo, soluzione preferita a quella in cui il giocatore attende il proprio turno di sfida (comunque applicabile).

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Come utilizzare il nostro modello? Partiamo dal “red corner”, che considera gli obiettivi tecnici del nostro small sided game: guida e dribbling, ricezione e passaggio, con tutti i loro relativi risvolti tattici. Il focus è comunque sul dribbling, vista la sfida 1c1 dopo ogni rete. Ottima la sollecitazione continua ed imprevedibile delle situazioni di superiorità o inferiorità numerica. Varianti e progressioni possibili riguardano altre soluzioni nel quadrato (un 2c1 ad esempio, o addirittura un 1c2), o regole di gioco (tocchi, passaggi, ecc.).

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Parliamo ora dell’angolo “fisico”, riferito all’incremento delle capacità che consentono la parametrizzazione ed il controllo di ogni comportamento tecnico. Gli inglesi, diversi per natura in qualsiasi cosa, al classico riferimento alle capacità coordinative speciali, o agli schemi motori, preferiscono una visione più “spiccia” della questione negli acronimi: ABC’S (agility, balance, coordination e speed), FMS (FUNdamental Movement Skills: correre, saltare, ecc.), FFM (Football Functional Movement, i nostrani calciare, correre con la palla, ecc.). Nella nostra proposta questi elementi sono subordinati al gioco, ma considerando l’intera sessione possono essere maggiormente richiamati durante il warm up o attività più analitiche.

L’angolo verde è quello psicologico, ovvero tutte le strategie legate alla “ricerca dell’apprendimento efficace”. In un approccio didattico che tende sempre più alla centralità dell’individuo, come renderlo effettivamente protagonista di un esperienza adeguata? Innanzitutto dandogli la possibilità di prendere decisioni, moltissime nel nostro gioco e di varia natura, peraltro non troppo complesse e quindi adatte alle sue capacità. Assecondando il suo stile di apprendimento, fornendogli informazioni da elaborare in modi diversi: verbali, visive o cinestesiche. Il coinvolgimento, indispensabile risvolto della motivazione, è assicurato dal numero ridotto di giocatori per ogni situazione, o da semplici ma utili strategie, come quella di rendere partecipi i giocatori nell’organizzazione del loro gioco, come nella scelta del sistema di punteggio. E infine la scelta del giocatore da affrontare nell’1c1 o addirittura nell’1c2: è un aspetto che esalta la sua stima, che rispetta le sue abilità, le sue motivazioni, e che consente di gestire le differenze nel gruppo: ad ognuno la sua sfida!

Ultimo ma non ultimo l’angolo “social”. Come formatori la nostra missione è educare attraverso esperienze, garantendo continuità e crescita. Ogni esperienza è un processo sociale, basato su relazioni. Dunque quali possibili applicazioni? Senza ombra di dubbio generare entusiasmo, divertimento, ispirazione, elementi da ricercare attraverso il gioco che aiutano a creare un ambiente positivo. Altra ipotesi potrebbe essere chiedere ad ogni squadra di organizzarsi autonomamente in termini di ruoli, strategie, e gestione del gioco, aspetti che incoraggiano al lavoro di squadra, alla comunicazione e alla presa di responsabilità, per un’esperienza sportiva davvero completa.

Credit Immagine: http://www.papinobello.com/wordpress/wp-content/uploads/2015/02/lavorare_londra_olimpiadi.jpg

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