“Ampiezza Relativa”: Diffidenza Astrale, di Alessandro Vittorio Formisano

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Quale solitudine è più sola della diffidenza?
(George Eliot)

In questi due mesi in cui ho ricominciato a scrivere, sul calcio e soprattutto su tutto quello che di nascosto può regalarci il gioco, ho conosciuto tante persone che hanno condiviso con me idee, pensieri, paure, certezze. Mi sento arricchito, perché da soli con sé stessi non si riesce mai davvero a comprendere i dettagli. Ed ho capito che esiste un mondo sommerso, un Atlantide del nostro calcio, piena di tesori.

Qualcosa si sta muovendo, e non parlo di rivoluzione culturale, offenderei la storia, ma vi parlo di un manipolo di persone che lavorano nel calcio o che semplicemente lo respirano, che hanno compreso che l’evoluzione passa attraverso il confronto e le idee.

George Eliot era lo pseudonimo utilizzato dalla scrittrice britannica Mary Anne Evans nella diffidente Inghilterra vittoriana dell’800. Utilizzò lo pseudonimo per due ragioni: per essere presa sul serio ed evitare che i suoi romanzi fossero letti col preconcetto che si trattasse di sola letteratura “per signore”; e poi perché desiderava tenere le sue opere al riparo del pregiudizio sociale che la colpiva in quanto compagna di un uomo sposato, il filosofo e critico George Henry Lewes, con il quale visse vent’anni.

I preconcetti sono ovunque intorno a noi, da sempre, in ogni ambito. Abbattere i muri della diffidenza è un’impresa ardua e coraggiosa che richiede forza, tempo e soprattutto idee.

Quante volte vi hanno detto o fatto credere che le vostre idee fossero sbagliate quando in realtà voi eravate certi della loro validità? Troppe. La diffidenza nasconde in sé la paura del nuovo, dell’incognito, del migliore. La paura di non poter reggere il confronto, di perdere le proprie certezze, di doversi dare da fare per imparare qualcosa di diverso, di apparentemente più complesso.

Nel mondo del calcio, il nostro mondo, quello dove una settimana dura 90 minuti più recupero, dove si insegue un pallone che rotola, dove il tempo è scandito dalle giocate, dove i pensieri si mischiano alle strategie, dove troppo spesso ogni scelta è finalizzata al raggiungimento del successo, la diffidenza regna e piega le volontà.

C’è un fiume che scorre e che divide chi è capace di andare oltre da chi si ferma a guardare e giudicare gli altri. Basti pensare che ogni innovatore che ha inciso sulla storia e lo sviluppo del gioco è sempre stato giudicato e deriso prima di trasformarsi da barzelletta in icona.

La capacità di mettersi in gioco non è da tutti. In pochi hanno la forza per potersi mettere in discussione, per poter rischiare, ed è per questo che il confronto latita e l’innovazione zoppica. Dall’altra parte del fiume troviamo tanto opportunismo e minima competenza.

Quanta differenza c’è tra il parlare di calcio ed il chiacchierare di pallone? Infinita. La prima modalità dovrebbe essere quella riservata agli addetti ai lavori, su un prato verde che si trasforma in un laboratorio dove le idee diventano realtà, la seconda quella destinata a tutti, tra un caffè ed una sigaretta, tra una risata ed una pagina di giornale, quella che rende il calcio lo sport più amato al mondo perché anche solo per un’istante chiunque può sentirsi Pep Guardiola o Serse Cosmi, a seconda dei gusti, senza cadere nella banalità di dover definire il bene ed il male.

Ed invece la diffidenza mescola le modalità, si diverte ad invertirle, a confonderle, a trasformare un
laboratorio in un bar, ed un bar in una panchina del Santiago Bernabeu. La diffidenza nel nostro mondo affonda le radici nell’ignoranza, nella mancata consapevolezza che l’insegnamento del gioco è un processo complesso e semplice allo stesso tempo, che va analizzato e scomposto come un puzzle, e mai ridotto e fatto passare per una ludica occupazione del proprio tempo. Per quanto possa sembrare una forzatura, chi lavora nel calcio sa bene che certe riflessioni nascono da situazioni di una serietà tragica.

Esistono alcune realtà dove chi costruisce viene allontanato e chi distrugge viene portato in gloria. Potrei raccontarvi tante di quelle storie sentite negli ultimi tempi che farebbero rabbrividire anche il più perfido dei pallonari. Ed invece vorrei che insieme facessimo una riflessione sul senso dell’insegnamento del gioco e di tutte le sue sfaccettature.

“I giocatori meritano fiducia completa e tutti voi dovreste rimuovere l’idea che non siano dei vincenti, perché non è così. Vincere titolari è un’altra cosa, ma nella mia squadra ho solo vincenti”. Mauricio Pochettino

Partiamo da una domanda: Quando si smette di imparare?

Credo mai, ma correggetemi se sbaglio. Non vorrei peccare di presunzione ma credo di essere abbastanza
convinto del fatto che chiunque debba sempre imparare dal prossimo. Un calciatore adulto deve imparare, un tecnico deve imparare, un presidente deve imparare e così via. E allora vi chiedo quando si smette di insegnare? Mai e poi mai. Perché un tecnico dovrà sempre, una volta messosi in discussione, insegnare qualcosa di nuovo ai propri bambini, ragazzi, uomini, così come un calciatore dovrà sempre dare la parte migliore di sé ad un compagno, ed un presidente dovrà sempre indicare la rotta, quella giusta.

Insegnare significa letteralmente imprimere segni nella mente, lasciare uno strascico capace di resistere al tempo ed ai preconcetti. Significa lottare contro la diffidenza di chi vuole imporre, sfuggendo dalla verità per rifugiarsi in quelle false regole che esistono da sempre.

Insegnare calcio, a differenza di quello che vogliono farci credere, significa innestare il senso del gioco nella mente di chi lo pratica e non lasciarlo marcire solo nella mente di chi si siede comodo in panchina come se avesse un Joypad tra le mani. Significa disegnare nella mente del calciatore un cerchio, il ciclo del gioco che comprenda il tutto nella parte e la parte nel tutto.

Dimostrare che non esistono fasi scomposte ma un processo di continuità scandito dalla gestione del possesso. Chiarire che il tempo può non essere una componente tangibile, e che lo spazio va creato e dominato. Dimostrare che la fantasia ha potere e come questo potere non può essere per nessuna ragione al mondo limitato da un numero di tocchi o da un gesto predefinito.

Ho immaginato spesso il gioco in un modo che si allontana prepotentemente dalla realtà, dalle partite all’ultimo sangue dove la palla viaggia per aria e mai per terra, dai discorsi sulla lotta per non retrocedere nelle categorie giovanili, dalle frasi avvilenti come “o vinci o vai via”, dal disgustoso senso di vuoto che lascia l’essere giudicati per un risultato.

Dopo questi due mesi di parole e verità ho capito che in molti avete immaginato il gioco proprio come l’ho fatto io e che spesso lo avete ritrovato proprio come credevate, in un rondo, un gioco di posizione, in un’esultanza, in un sorriso di un vostro bambino, ragazzo, uomo, in una giornata di pioggia dove contava solo il campo e la creazione di un’identità.

Allora ve lo chiedo ancora, quale solitudine è più sola della diffidenza?

Loro saranno soli per sempre accompagnati dalle false credenze e voi sarete sempre in compagnia e
ricchi perché l’innovazione ed il confronto non conoscono la paura.

Continuate ad immaginare e a ricercare qualcosa che possa aiutarvi ad insegnare magari in maniera diversa, eclettica, non convenzionale ma che vi regali una crescita, una consapevolezza ed una comprensione di tutto ciò che state facendo e soprattutto di ciò che fate fare.

Nessuno può smettere di insegnare e di imparare.

 

Credit Immagine: https://www.football.london/tottenham-hotspur-fc/news/mauricio-pochettino-tottenham-pre-season-14808233

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About Author

Alessandro Vittorio Formisano

Alessandro Vittorio Formisano. 28 anni e sentirli. Allenatore UEFA B - Under 16 Benevento Calcio. Da sempre alla ricerca del senso nascosto di ogni cosa. La cura del dettaglio e la curiosità mi hanno spinto a mettermi in gioco al servizio dei giovani. Odio i compromessi e gli obblighi. Sono convinto che il gioco sia libero per natura. https://www.potentialfit.it/sport/

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