“Ampiezza Relativa”: La Negazione dell’Io Calciatore, di Alessandro Vittorio Formisano

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“Ampiezza Relativa”: La Negazione dell’Io Calciatore

“Non c’è cancello, nessuna serratura, nessun bullone che potete regolare
sulla libertà della mia mente.”

Virginia Woolf

Quanti calciatori conoscono realmente sé stessi? Le proprie potenzialità, le caratteristiche, i limiti, la funzione all’interno di un sistema, la funzionalità, l’adattabilità ad un contesto ogni volta differente, il coraggio, il grado di libertà, e tutta una serie di altre caratteristiche specifiche che ognuno dovrebbe conoscere in maniera intima e dettagliata? Quanti realmente riescono a comprendere e soprattutto riconoscere sé stessi nel gioco?

Più che di comprendere forse dovremmo parlare di un sentire il gioco. Troppo spesso la percezione dell’Io calciatore che gioca è offuscata dalla prevalenza dell’Io calciatore che esegue.

Questa falsa idea di sé è sempre più figlia della mancanza di rispetto dei “tecnici” burattinai del calcio di formazione e della prepotente brama di successo dei “tecnici” pragmatici del calcio adulto.

È un lento processo di costruzione di un Io ingannevole che parte dalla giovane età, nel calcio di formazione e si va pian piano formando fino ad arrivare in età adulta. La sensazione di molti calciatori è sempre più quella di scoprire realmente sé stessi in un momento della propria carriera già avanzato, magari in un contesto nuovo o dopo l’incontro con un allenatore molto diverso da quelli avuti in precedenza, è il chiaro indice che in qualsiasi momento è possibile prendere coscienza del proprio essere all’interno del gioco, non sarà mai troppo tardi.

«Continuano ancora a esistere ingenui osservatori di sé, i quali credono che vi siano certezze immediate, per esempio: io penso o io voglio. […] ci si dovrebbe pure sbarazzare, una buona volta, della seduzione delle parole!

Se scompongo il processo che s’esprime nella proposizione: io penso, ho una serie d’asserzioni temerarie, la giustificazione delle quali è forse impossibile, – come per esempio, che sia io a pensare, che debba esistere un qualcosa, in generale, che pensi, che pensare sia un’attività e l’effetto d’un essere che è pensato come causa, che esista un io; infine che io sappia che cos’è pensare. […]

Donde prendo il concetto di pensare? Perché credo a causa ed effetto? Che cosa mi dà il diritto di parlare d’un io come causa, e infine ancora d’un io come causa dei pensieri?» Così parlò Nietzsche.

Non vi è nulla al di fuori della pura interpretazione. L’insegnamento nietzschiano non mira alla vera conoscenza (verità), ma solo ad una serie infinita di interpretazioni casuali. Nietzsche attua l’eclissi del soggetto. Egli de-centra l’io e lo decifra in quanto finzione, in quanto unità illusoria; infatti l’uomo è una
pluralità che s’è immaginato unità.

”Lo dici tu, e sei orgoglioso di questa parola. Ma la cosa ancora più grande, cui tu non vuoi credere – il tuo corpo è la sua grande ragione. Essa non dice io, ma fa io”.

Per Rimbaud invece l’Io diventa un elemento estraneo alla coscienza, non sembra più essere a fondamento del pensiero, né poter avere uno statuto privilegiato e centrale. L’io non pensa, è pensato, assiste allo schiudersi del pensiero come uno spettatore esterno, come un altro. «Io è un altro».

L’io è del tutto impotente di fronte al pensiero che è un flusso che esce spontaneo dalle profondità. Dunque se nel calciatore spesso l’Io si trasforma in un altro, in qualcuno in costante servizio, in un’unità pensante ma senza facoltà di scelta, in uno spettatore, cosa resta di sé stesso? Non restano che le briciole di ciò che potrebbe essere.

Frankie DE JONG nella sfida di Champions League contro il Real Madrid

Giocate immaginate, scelte abbandonate. È un continuo doversi sentire all’altezza di qualcun altro, un triste adattamento alle idee spesso non condivise, accettate per imposizione.

Immaginiamo tutto il percorso fatto da un calciatore fin dai suoi primi calci ad un pallone, quanta strada ha fatto prima di potersi sentire davvero qualcuno, e parliamo di qualsiasi contesto, dai dilettanti ai professionisti nelle notti di Champions.

Tutta quella strada è stata una continua scoperta. Ecco, è proprio l’autonomia di quella scoperta continua che determina il grado di conoscenza del sé stesso calciatore. Se la scoperta sarà stata prevalentemente guidata la vera parte di sé sarà celata all’ombra di un gigante che chiameremo il Signor Obbligo.

Il Signor Obbligo non tiene conto del tuo pensiero, non ammette che possa esistere qualcosa di più importante del raggiungimento di un risultato, non permette che la crescita passi attraverso l’errore. Il Signor Obbligo nasconde la parte migliore di te calciatore, quella libera, quella capace di creare dal nulla, di interpretare, di divertirsi con un gesto tecnico o una giocata fuori dagli schemi. Lo fa da quando sei bambino e continua a farlo oggi che sei un uomo, con la tua carriera, i tuoi sogni, i tuoi doveri.

Il Signor Obbligo ti porta alla negazione della parte più pura del tuo essere calciatore, quella che sente il gioco, lo immagina e lo vive, lo ama e lo coltiva anche lontano dal terreno di gioco.

Spesso un calciatore è talmente abituato a ricevere istruzioni per l’uso che non può farne a meno; ha un’idea delle sue potenzialità totalmente distorta eppure ci si riconosce puntualmente. Vive nel costante bisogno di sentirsi dire: tu devi. Senza quell’imperativo si sente una goccia nel mare perché nessuno gli ha mai insegnato ad ascoltare prima se stesso in relazione al gioco e poi tutto il resto.

Le idee di un’allenatore che obbliga sono soltanto polvere se messe a confronto con il bisogno che ogni singolo calciatore ha di conoscere sé stesso, davvero.

Ho sempre pensato che i calciatori vivono la propria carriera nella costante ricerca della propria dimensione e nella speranza di incontrare qualcuno che sia realmente in grado di mostrargliela.

Un piccolo aneddoto.

Un giorno mi trovavo a dover guidare i miei ragazzi in una classica “partitella del giovedì” contro la prima squadra. Con noi giocavano due calciatori della prima squadra, un giovane ed un esperto che aveva vinto ed imparato molto a tutti i livelli grazie a veri maestri. Prima della gara presi da parte il giovane e gli dissi: “saremo noi ad adattarci a te, stai sereno, sentiti libero di interpretare il gioco come credi”.

Questa frase fu ascoltata dal calciatore più esperto che si avvicinò e rivolgendosi al compagno più giovane
disse con un sorriso: ”ce ne fossero di allenatori che ti dicono frasi del genere prima di una partita…

Continuammo il discorso a fine gara, imparai molto. Da quel giorno ebbi la conferma che a qualsiasi livello il calciatore ha bisogno di sentirsi parte di qualcosa che sia comprensibile e libero. La negazione dell’io calciatore è un processo lento, che allontana la percezione e cambia di fatto l’essenza di un intero modello di gioco.

La squadra è l’insieme di tutti i calciatori che la compongono, è uno stato emotivo e mentale collettivo che nasce e cresce grazie al livello di comprensione che si ha del gioco. Se la comprensione è inesistente lo sarà di conseguenza anche lo spirito collettivo. La squadra si trasformerà in un’ insieme di calciatori che assolvono compiti in maniera autonoma senza un minimo di idea sul perché lo stiano facendo, se non quella classica del:  “perché così abbiamo più possibilità di vincere”.

È un aspetto molto complesso e profondo del gioco ma che non può essere trascurato perché il gioco
appartiene a chi gioca.

Questa lenta eclissi del bambino che ama creare, del giovane che ama osare e dell’adulto che ama incidere porta inevitabilmente ad un arido deserto emozionale. Le squadre che emozionano di più sono quelle che ti lasciano mille domande a cui non devi trovare per forza una risposta, sono quelle in cui riconosci sempre qualcosa di diverso ma con una matrice comune.

Non parlo della questione eterna tra schemi e principi, è molto di più. E’ la presa di coscienza che ad ogni tappa della sua crescita il calciatore non merita di essere utilizzato per quello che non è. I calciatori appaiono sempre più come prodotti esposti all’interno di sistemi preconfezionati. È tutto così dannatamente prevedibile che si fatica a trovare le differenze. È tutto così forzatamente ordinato che tutto ciò che appare minimamente libero ci colpisce con forza come un pugno allo stomaco.

Ma noi continuiamo a parlare ai bambini di ruoli, di diagonali Difensive, mentalità, continuiamo pure, perché poi un giorno parleremo agli uomini che diventeranno e continueremo a comandarli perché non siamo stati capaci di fare nient’altro.

Ammirate la libertà dei bambini che giocano nei parchi è la stessa che ritroverete nell’Ajax di Frankie De Jong e dei suoi compagni, nelle giocate del City e del Liverpool, o negli 1 contro 1 tra amici in uno spazio libero che sembra infinito.

È quella libertà che mostra l’Io calciatore per quello che è, per la sua capacità decisionale, per la sua possibilità di essere parte di un modello di gioco che abbia come priorità la costruzione, il dominio, il Controllo del gioco.

Se l’Io, come diceva Nietzsche diventa una finzione, allora mi chiedo: anche il gioco lo diventerà? O forse lo è già diventato?

 

 

Credit Immagine: https://www.napolisport.net/mercato-estero-ufficiale-de-jong-al-barcellona-da-giugno-2019/

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About Author

Alessandro Vittorio Formisano

Alessandro Vittorio Formisano. 28 anni e sentirli. Allenatore UEFA B - Under 16 Benevento Calcio. Da sempre alla ricerca del senso nascosto di ogni cosa. La cura del dettaglio e la curiosità mi hanno spinto a mettermi in gioco al servizio dei giovani. Odio i compromessi e gli obblighi. Sono convinto che il gioco sia libero per natura. https://www.potentialfit.it/sport/

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