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“Visione strategica”: Borussia Dortmund – Manchester City, di Matteo Zancan

Borussia Dortmund vs Manchester city: strategia e controstrategia di Pep Guardiola. Dopo aver eliminato il Borussia M’Gladbach nel corso degli ottavi di finale di Champions’ League, il Manchester City prosegue la propria marcia affrontando il Borussia Dortmund.

Nella gara di andata la squadra inglese ottiene una vittoria di misura (2-1), incontrando però numerose difficoltà nella gestione della fase di non possesso.

La squadra di Guardiola, difatti, nel corso del match si è trovata spesso eccessivamente allungata negli spazi tra il centrocampo e la difesa, permettendo così ad Haland a Dahoud di ricevere il pallone tra le linee e creare scompensi agli avversari.

Nella gara di ritorno l’allenatore catalano ha dunque fatto ricorso a tutta la propria maestria tattica al fine apportare le più efficaci contromisure. Iniziando dalla fase di non possesso, il Manchester City ha abbassato la linea di pressione a livello intermedio, cercando di rimanere compatto e chiudendo così gli spazi interni. Tale accorgimento ha costretto i tedeschi a giocare sui giocatori più esterni, oppure a cercare il lancio lungo verso le punte.

Il pressing in fase di non possesso iniziava comunque dall’esterno nello spazio di mezzo che, con una corsa arcuata, cercava di togliere la linea di passaggio al terzino e pressare il centrale avversario in possesso della palla.

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“Visione strategica”: analisi tattica del Manchester City di Pep Guardiola, di Andrea Loiacono

“Visione strategica”: analisi tattica del Manchester City di Pep Guardiola
Il Manchester City di Pep Guardiola ha appena vinto il suo terzo campionato Inglese in appena cinque stagioni di Premier League. Nel corso di quest’ultima stagione il modulo prevalentemente utilizzato è stato l’1-4-3-3, seguito dal 1-4-2-3-1 e, in alcuni casi, 1-3-5-2. Come abbiamo parlato altre volte in questa rubrica, la grande capacità del City è quella di saper mostrare in ogni singola gara dei principi di gioco molto chiari, abbinandoli però a degli accorgimenti strategici che sono indispensabili per mettere difficoltà la struttura difensiva avversaria.

Facendo un passo indietro, vediamo come i punti in comune fra le varie partite analizzate siano prima di tutto la ricerca della superiorità numerica in fase di costruzione, l’occupazione dell’ampiezza con soli due giocatori – preferibilmente gli esterni d’attacco – quindi l’occupazione razionale del corridoio centrale del campo con più giocatori possibili, che hanno l’obiettivo, come dichiarato dallo stesso Pep Guardiola, di “controllare il più possibile questa zona”, essendo fermamente convinto che il dominio del gioco passi proprio dal controllo della zona nevralgica del campo.

A conferma di quanto appena detto, un’altra tendenza interessante riscontrata in questa stagione è stata spesso l’assenza di una vera punta centrale, ruolo occupato più volte da centrocampisti che con la propria capacità di giocare fra le linee hanno reso difficile per i difensori avversari accorciare su di loro; mossa che ricorda quella utilizzata ai tempi del Barcellona posizionando Messi falso nueve.

Non solo, secondo i dettami del ‘’Gioco di Posizione’’ professato da Pep Guardiola, per occupare razionalmente il centro del campo si intende il posizionamento dei giocatori a differenti altezze, per favorire una dislocazione più efficace in fase di possesso e, soprattutto, la ricerca costante di giocatori alle spalle della linea di pressione avversaria, ricercando la cosiddetta superiorità posizionale, ossia una situazione in cui il vantaggio viene dato non dall’essere numericamente superiori all’avversario, altresì da una situazione in cui il posizionamento di un giocatore lo colloca in una posizione di vantaggio rispetto al suo diretto avversario.

A tutto questo la squadra di Guardiola però, aggiunge una capacità fondamentale per rendere ancora più efficaci questi principi di gioco, ossia la capacità di adottare diverse strategie di gara. Per definire il significato di strategia possiamo dire che è la capacità di una squadra di adattare i propri principi di gioco alla gara da disputare, adottando degli accorgimenti specifici che sono in grado di creare dubbi durante la fase di non possesso dell’avversario, costringendolo a fare delle scelte che inevitabilmente possono generare un errore.

Nelle gare analizzate, infatti, possiamo vedere come i principi siano molto chiari e immutabili: c’è la ricerca della superiorità numerica in costruzione, il posizionamento su diverse altezze dei giocatori nel centro del campo, la ricerca della superiorità posizionale e l’occupazione dell’ampiezza con soli due giocatori. Cosa cambia però? In ogni partita il City adatta la propria strategia alla struttura difensiva dell’avversario, mettendolo in difficoltà con dei ‘’semplici’’ movimenti in fase di costruzione, che però portano (in questo caso Chelsea, Tottenham e Liverpool) a dover scegliere su quale giocatore portare pressione, liberando inevitabilmente un altro compagno.

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“Build Up”: La Costruzione dell’Atalanta di Gian Piero Gasperini, di Samuele Arzenton

“Build Up”: La Costruzione dell’Atalanta di Gian Piero Gasperini, di Samuele Arzenton
Come ci suggerisce il titolo della rubrica “Build Up”, andremo ad analizzare nel dettaglio la prima costruzione delle squadre più interessanti del panorama europeo. Attraverso la Match Analysis osserveremo il relativo posizionamento dei giocatori e i possibili sviluppi adottati a seconda dell’altezza del pressing avversario.

Come secondo obiettivo daremo spazio ad alcuni comportamenti e principi di gioco riconosciuti con maggior frequenza nella squadra presa in esame.

In cinque anni Gian Piero Gasperini ha riscritto la storia di questa squadra. Non molti anni fa si pensava all’Atalanta come una squadra mediocre, da metà classifica o addirittura la si trovava nei meandri delle ultime posizioni a lottare per la salvezza. Dall’arrivo del tecnico piemontese è avvenuto una crescita esponenziale a tutti i livelli. Nelle ultime stagioni Gasperini è riuscito a scalare le classifiche del campionato italiano (ambendo persino ai primi posti), fino a quel momento riservate solo a squadre con un nome e una tradizione di notevole importanza. Ridisegnando le gerarchie, negli ultimi due anni Gasperini è riuscito nell’intento di qualificarsi per la competizione più importante d’Europa (la Champions League), diventando una realtà competitiva anche tra i top club.

La vera forza di questo allenatore, e di conseguenza della propria squadra, non sono tanto i risultati raggiunti, ma come e cosa hanno permesso all’Atalanta di raggiungere questo traguardo. Gasperini ha creato un modello di gioco “rivoluzionario”, basato su principi propositivi in fase di possesso, che portano i giocatori a creare molte occasioni da gol all’interno di ogni partita, potendo vantare un indice di pericolosità (IPO) molto elevato e il miglior attacco degli ultimi due campionati. Anche in fase di non possesso i principi riconoscibili possono essere riconducibili ad un’idea propositiva, grazie ad un pressing ultra-offensivo (orientato “uomo contro uomo” a tutto campo) che porta i giocatori dell’Atalanta a ricercare il duello e la riconquista della palla il più vicino possibile alla porta avversaria, allo scopo di far immediatamente male all’avversario in transizione offensiva.

Un modello di gioco, quello atalantino, che ha suscitato interesse anche a livello di settore giovanile, dove sempre più allenatori riconoscono diversi principi da prendere come esempio per la crescita del calciatore sotto tutti gli aspetti: tecnico, tattico e psicologico.

Entrando più nel dettaglio iniziamo a parlare della costruzione a palla libera, come si posizionano i giocatori e quali soluzioni vengono utilizzate con maggior frequenza.
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Gasperini, nel suo modello di gioco, lascia interpretare ai giocatori un calcio fluido con continue rotazioni o interscambi di posizioni, nel quale si possono creare combinazioni atipiche dei reparti e occupazione di spazi non di solita competenza. In questo caso ho preso l’esempio di Toloi ma il concetto è riconducibile anche a molti altri giocatori di tutti i reparti.

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“Visione strategica”: evoluzione tattica della nazionale di Roberto Mancini, di Andrea Loiacono

“Visione strategica”: evoluzione tattica della nazionale di Roberto Mancini
Intro rubrica

Nel calcio di oggi è di fondamentale importanza saper adattare i propri principi di gioco alla strategia di gara; ogni squadra studia attentamente il proprio avversario, trova i suoi punti deboli e cerca di sfruttarli a proprio vantaggio. Insieme scopriremo quali sono gli accorgimenti strategici più interessanti.

La nazionale allenata da Roberto Mancini, ormai da tempo, riscuote sempre più consensi da parte dell’opinione pubblica. Una squadra propositiva, che crea molte occasioni, che palleggia con tranquillità anche sotto pressione e che, soprattutto, vince. Come accade però alle squadre vincenti, l’avversario di turno, specie se modesto, tende a difendere con sempre più uomini e, soprattutto, sempre più basso.

Nelle ultime gare di qualificazione, infatti, la nazionale ha affrontato Bulgaria, Irlanda del Nord e Lituania. Se nel primo caso il nostro avversario ha accennato una pressione alta su palla al portiere, facilmente aggirata dagli uomini di Mancini, negli altri due casi, abbiamo visto squadre difendere in blocco basso, facendo grande densità sotto la linea della palla.

Queste situazioni differenti hanno portato il commissario tecnico a dover pensare ad un’evoluzione tattica del proprio sistema, diminuendo i giocatori addetti alla costruzione e aumentando quelli portati all’invasione, per cercare di pareggiare numericamente le linee di centrocampo e difesa avversarie.

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“Visione strategica” Roma – Napoli: la paura di giocare, di Andrea Loiacono

“Forse non abbiamo la mentalità per lottare contro questo tipo di squadre. Nel primo tempo ho visto una squadra senza coraggio, con mancanza di mentalità. Nel secondo tempo siamo stati completamente diversi, abbiamo avuto l’iniziativa e la partita è stata totalmente diversa. Nel primo tempo non siamo esistiti e la responsabilità è di tutti. Quando si ha paura di giocare diventa difficile. Secondo me è una questione di atteggiamento e mentalità, nel primo tempo non ho visto la voglia di giocare. Abbiamo sempre aspettato l’avversario, nel secondo tempo è cambiato tutto”.

Queste parole, pronunciate da Paulo Fonseca dopo la sconfitta contro il Napoli, dimostrano l’incidenza del fattore emozionale sulla prestazione della squadra; è la conferma che, per l’ennesima volta, la tattica, la tecnica, le emozioni, l’ambiente circostante, non possano essere considerati come delle entità che agiscono a compartimenti stagni ma, al contrario, interagiscono costantemente. La partita dell’Olimpico, Roma-Napoli, ci ha dimostrato come l’alterazione di uno di questi fattori modifichi in maniera decisiva anche tutti gli altri. La Roma ha mostrato due condizioni emozionali diverse, che hanno condizionato in maniera evidente anche l’aspetto tattico della gara.

Fonseca ha adottato la solita struttura difensiva con tre difensori centrali, quattro centrocampisti, due trequartisti e una punta che, in fase di non possesso, diventava un 1-5-2-3. Gattuso, invece, ha schierato il Napoli con un 1-4-4-2, con i terzini in appoggio, abbastanza bassi, per garantire superiorità numerica, due mediani alle spalle della prima pressione e le ali in massima ampiezza.

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“Build Up”: La Costruzione dell’Inter di Antonio Conte, di Samuele Arzenton

“Build Up”: La Costruzione dell’Inter di Antonio Conte
Come ci suggerisce il titolo della rubrica – “Build Up” – andremo ad analizzare nel dettaglio la prima costruzione delle squadre più interessanti del panorama europeo. Attraverso la Match Analysis osserveremo il relativo posizionamento dei giocatori e i possibili sviluppi adottati a seconda dell’altezza del pressing avversario.
Come secondo obiettivo daremo spazio anche ad alcuni comportamenti e principi di gioco riconosciuti con maggior frequenza nella squadra in esame.

Dopo l’uscita dalla Champions e la mancata qualificazione per l’Europa League, l’Inter di Conte è rimasta un po’ di amaro in bocca. L’obiettivo è diventato inevitabilmente quello di riscattarsi nel proprio campionato Italiano, provando in tutti i modi a vincere lo scudetto; titolo assopito ormai da molti anni in casa nero-azzurra. L’impronta del tecnico, al suo secondo anno sulla panchina dell’Inter, sta dando i suoi frutti sia a livello di gioco che a livello di risultati. L’inizio di campionato è stato un po’ titubante, con molti errori ingenui ma allo stesso tempo “pesanti”, da parte anche di giocatori esperti, che hanno inciso negativamente sul risultato finale di alcune gare e con risultati di fatto altalenanti.
Con l’inizio del girone di ritorno si sta invece confermando una squadra solida con equilibrio e identità, capace di conquistare 8 vittorie nelle prime 8 partite; grazie anche al sacrificio e alla continuità in campo di tutti i giocatori e al ritrovato Eriksen, che da ultima ruota del carro si sta dimostrando sempre più fondamentale per il centrocampo nero-azzurro. Insieme a Barella, uomo aggiunto e pedina ormai insostituibile per Conte, garantiscono qualità nel palleggio.

Dal punto di vista tattico l’Inter ha raggiunto una padronanza del gioco non indifferente. La manovra che inizia dal basso e il posizionamento dei giocatori variano in base alla disposizione dell’avversario. Il tecnico dell’Inter ha trasmesso ai suoi giocatori l’idea di creare, in fase di possesso, un sistema fluido che coinvolga tutti gli interpreti e preveda l’interscambio di posizioni tra i reparti, dove il principio comune è l’occupazione dello spazio in funzione dell’avversario, iniziando il gioco proprio dalla prima costruzione dal basso.

Analizziamo ora la costruzione dal fondo e il rispettivo posizionamento dei giocatori adottato dall’Inter a seconda del pressing avversario

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