La comunicazione e le emozioni raccontate dagli adolescenti – Episodio 1

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La comunicazione e le emozioni raccontate dagli adolescenti

Nell’articolo di oggi il primo episodio di una serie di racconti e storie narrate dagli adolescenti di un istituto superiore. Come docente di scienze motorie e sportive, in una scuola di secondo grado, durante la didattica a distanza ho voluto affrontare con gli studenti alcuni argomenti a me molto cari, quali comunicazione, emozioni e resilienza.

L’intento era quello di riuscire a comprendere come avrebbero reagito su tematiche “delicate” e, quanti di loro, almeno per iscritto, avrebbero avuto la voglia e il coraggio di farsi conoscere. Non vi nego, infatti, che alcuni alunni hanno rifiutato l’invito a raccontare episodi del proprio passato che, per loro stessa ammissione, avrebbero finito per far riaffiorare ricordi troppo dolorosi. Per questo motivo ho deciso di non forzare la mano, lasciando la libertà di accettare o meno l’invito descrivendo ciò che avessero voluto raccontare.

In questo primo episodio leggeremo i pensieri di Afra, Andrea, Giulia e Matilde, che in qualche modo si accomunano per ciò che han voluto scrivere.

Il racconto di Bianca (nome inventato)

Nella società odierna tutti noi possediamo un cellulare, dalle persone più grandi a quelle più piccole. Con tale oggetto è possibile inoltrare messaggi, chiamate o compiere facilmente ricerche su internet. A mio modo di vedere tale strumento può essere visto come un oggetto positivo – che nella vita quotidiana permette molti vantaggi – ma allo stesso tempo può diventare estremamente negativo.

Se usato in modo scorretto può finire per mettere in pericolo coloro che lo utilizzano, oltre che limitare la comunicazione e tutte le emozioni che da essa ne derivano, belle o brutte che siano.

Attraverso i messaggi spesso non siamo in grado di carpire cosa l’altra persona intenda comunicarci, finendo talvolta per fraintendere il messaggio dell’emittente. Ciò può provocare persino dolore; un emozione considerata spiacevole e che spesso ognuno di noi cerca di evitare.

Il dolore tuttavia fa parte di noi e se non provassimo alcun tipo di tormento non riusciremmo nemmeno a renderci conto di quanto sia bello vivere momenti che ci rendono felici, momenti che donano gioia.

Questo pensiero si ripete spesso nella mia mente, probabilmente per il fatto che fin dall’infanzia sono cresciuta con l’idea che far capire i propri sentimenti e dire ciò che si pensa in modo corretto, educato e senza offendere o nuocere il prossimo, siano spesso le cose più giuste da fare; in qualsiasi situazione o circostanza.

L’idea di esprimere per tanto i miei sentimenti o le mie emozioni attraverso uno schermo, si allontana molto dai miei ideali poiché credo che queste non siano del tutto espresse da parole, ma anzi, queste ultime siano solo una minima parte del sentimento che il loro significato vuole esprimere. Tutto il resto è dettato dagli occhi, dal colorito della nostra pelle o anche da come sono posizionate le nostre mani o qualsiasi altra parte del nostro corpo. Si potrebbe dire che tutte queste reazioni sono involontarie e quindi non significano nulla e non hanno nessun legame con ciò che viene detto, ma a parer mio sono proprio questi fattori che fanno capire l’autenticità del sentimento espresso.

“Un gesto vale più di mille parole”. Frase ormai famosa e che potrebbe – o dovrebbe – essere inserita all’interno della nostra vita di ogni giorno, dato che sono tanti gli episodi dove un semplice abbraccio, un sorriso sincero o uno sguardo incoraggiante, possono confortare più di qualsiasi parola detta inutilmente o semplicemente “per cortesia”.

 

Il racconto di Diego (nome inventato)

Nella mia infanzia non ho mai amato particolarmente la musica. Nonostante la sentissi ovunque non mi ha mai interessato fino all’inizio della prima media quando, un mio caro amico, mi fece ascoltare alcune canzoni di un genere differente da quello che avevo sentito fino a quel momento. Non mi resi subito conto di ciò che stesse accadendo nella mia testa e solo poco più tardi (agli inizi della prima superiore) scoprii la mia passione sconfinata per la musica.

A distanza di qualche anno, almeno un’ora al giorno la dedico ad ascoltare e a cercare musica nuova, che mi faccia emozionare; poiché questo per me significa musica: un linguaggio universale – adatto a tutti – che può provocare sensazioni infinite, dalla tristezza, alla gioia e persino all’ansia.

Per questo ho scelto tale argomento come tema principale del mio racconto: un vero e proprio tipo di comunicazione – come detto in precedenza – universale, che parla a tutti i paesi del mondo.

Nella mia adolescenza ho passato molti momenti significativi, come ad esempio tristezza, dolore e felicità. Ognuno di questi è sempre stato accompagnato da una canzone che come una medicina mi ha sempre aiutato ad andare avanti. Se adesso sono ciò che sono lo devo alla musica.

Mi ha insegnato cose che nei libri di scuola non si trovano. Mi ha insegnato cose che hanno in qualche modo “formato” la mia personalità e il mio carattere.

Se dovessi dare una definizione precisa di cosa provo mentre sto ascoltando la musica, direi: viaggio, scoperta, una strada che mi trasporta ovunque io voglia, in una dimensione parallela o in un altro mondo; dipende da me e dal mio stato d’animo in quel preciso istante.

BOY IN BLUE SHIRT IN BLUE ROOM ON BED LOOKING AT SMART PHIONE AND LISTENING TO MUSIC THROUGH HEADPHONES.

Il racconto di Viola (nome inventato)

La comunicazione è uno strumento importantissimo se usato nel modo corretto, e di questo me ne ha dato prova un professore della mia terza media. Ho sempre odiato matematica. Potevo impegnarmi quanto volevo ma tra la mancanza di voglia di studiare in modo serio e il fatto che quella mi sembrasse una materia davvero terribile, non ho mai raggiunto grandi risultati. Finché un giorno non arrivò lui: il mio nuovo spaventosissimo prof di matematica, che pronunciava formule incomprensibili con un marcato accento siciliano.

Nelle prime lezioni si percepiva ansia mista a tensione, e ciò potrebbe far pensare che con la comunicazione e le emozioni dei ragazzi questo qui non ci sapesse proprio fare! Giorno dopo giorno riusciva però ad insegnare perfettamente la matematica al gruppetto di ragazzini timorosi (quale era la mia classe).

Ci dedicava tutto il suo tempo, ripetendo anche mille volte quando era necessario, riscrivendo equazioni e formule altre duemila volte purché arrivassimo a comprendere fino in fondo tutti gli argomenti. Si metteva al nostro livello per dimostrarci che il luogo comune “dell’ostile matematica” poteva essere sfatato in un ambiente che mettesse gli alunni a proprio agio, con un insegnante capace di capirti e che facesse davvero trasparire la sua innata passione per l’insegnamento.

Ci raccontava di tutto. Da come si iscrisse al liceo scientifico piuttosto che al classico o dell’intricato trasferimento dalla valle dell’Etna alla Pianura Padana. Insomma, ci sapeva fare e rendeva tutto meno spaventoso.

Oltre che come insegnante era davvero una persona da ammirare e da prendere come riferimento a livello umano. Un mese prima dell’esame di terza media si fece male ad un ginocchio in gita e ci fecero sapere che sarebbe stato sostituito da una supplente; non solo per le ultime lezioni ma anche per le prove scritte e orali.

Mentre noi tutti eravamo abbastanza spaesati senza il prof che più ci stava a cuore, decise di sorprenderci presentandosi all’ultima lezione per un saluto, oltre che per parlarci uno ad uno dei nostri punti deboli in matematica. Se ci penso non ci credo ancora che un prof abbia dedicato parte del proprio tempo, mentre stava male, per venirci ad aiutare e rassicurare.

E’ stata certamente una delle figure di riferimento che mi hanno segnata nel passaggio tra le medie e il liceo, oltre che una dimostrazione di come chi sa usare il linguaggio e la comprensione, non solo per se stesso ma anche per gli altri, rimane impresso nelle menti e nei cuori di tutti.

Il racconto di Giada (nome inventato)

Quando ero piccola mia nonna mi disse che aiutare gli altri fosse la cosa più bella che una persona potesse fare dopo quella di aver amato qualcuno. Le ho sempre creduto e sono fiera di poter dire che ho una nonna che mi ha insegnato tantissime cose. Per questo le sarò sempre grata per essermi sempre stata vicina.

Nella mia famiglia abbiamo un problema: non vogliamo far preoccupare le persone a cui vogliamo bene, anche se questo ci distrugge internamente.

Quando avevo circa 3-4 anni ed ero dalla nonna, mentre un pomeriggio stavo aspettando che la mamma venisse a prendermi, ricordo che la nonna non stava molto bene; correva sempre in bagno e io non capivo cosa stesse succedendo. Tornava giù e poco dopo ricorreva al bagno.

All’arrivo della mamma la nonna svenì. Io ero preoccupatissima. Anche se non mi aveva detto cos’aveva, sapevo che non stava bene; non era la mia solita nonna piena di energie e forze, sempre pronta a farmi sorride.

I medici dissero che grazie al fatto che la nonna non voleva farmi vedere la propria sofferenza, andando avanti e in dietro dal bagno al salotto (tenendo in movimento la circolazione), in qualche modo si era salvata la vita evitando un collasso.

Tutti i sui insegnamenti partivano da una situazione non troppo piacevole per poi arrivare alla felicità. “La miglior vendetta è la felicità. Se una persona ti ha fatto soffrire la cosa peggiore per essa è vederti felice”.

Un’altra frase che mi diceva spesso è: “un albero grande e grosso nasce da un seme piccolo piccolo. Una casa si innalza partendo da un piccolo mattone e la felicità inizia da un piccolo sorriso”.

I nostri punti deboli, come gli chiamiamo noi, sono in realtà la nostra forza e il nostro coraggio.

La felicità è un insieme di sensazioni, di attimi, di persone, di ricordi, di canzoni e di tutto quello che, semplicemente pensandolo o vedendolo, ci fa sorridere e sentire meglio quando non siamo al massimo o siamo tristi, stanchi, arrabbiati, stressati, ansiosi o tutto quello che non ci fa sentire bene con noi stessi.

La felicità ci fa scaldare il cuore. Ci fa provare un calore dentro. Un tepore buono in cui sentirsi al sicuro. Consapevole di poter essere te stessa senza il timore di essere giudicata.

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About Author

Diego Franzoso

Franzoso Diego, nato a Rovigo il 15/04/1983. Laurea Magistrale in Scienze e Tecniche dell'Attività Motoria Preventiva e Adattata. Allenatore UEFA B e Istruttore CONI-FIGC. Attualmente allenatore dei Giovanissimi Regionali Élite dell'AC Este

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