Super Tele

11 MISTER: Francesco Guidolin

26 Settembre 2026

La carriera di allenatore di Francesco Guidolin ha sfiorato per più di una volta le grandi piazze in ragione del lavoro meraviglioso svolto in provincia, tuttavia la grande occasione di aprire un ciclo nelle così dette grandi (addirittura nella Juventus e in Nazionale) non si è mai concretizzata; ed è sicuramente stato un peccato.

Il soprannome un po’ offensivo di “San Francesco da Castelfranco” deriva da quello stile composto settentrionale e da quel tono di voce monocorde e mite tenuto da Guidolin nelle sue interviste: le uniche urla (tante per la verità) si sono sentite in campo e per ragioni solo tecniche; per il resto non si tratta di un allenatore che ci abbia abituato a battute o a piazzate, perciò il suo è un profilo con molti contenuti e pochi aneddoti, ma necessario per capire la storia e l’evoluzione del calcio italiano. 

Guidolin, infatti, è uno dei maggiori rappresentanti del sacchismo temperato che ha ispirato i successi italiani in Europa nel ventennio 1990 – 2010. Accanto al sacchismo puro, ossia alla tendenza a ripercorrere fedelmente la via tracciata dagli zonisti dei primi anni ’80 (Ancelotti, Varrella, Del Neri, Ballardini…), si sviluppa il filone di quegli allenatori che sono cresciuti all’interno della scuola classica italiana, ma che non sono rimasti insensibili ai nuovi principi del sacchismo, pescando con successo un po’ di qua e un po’ di là (Lippi, Capello…).

Guidolin, in realtà, inizia quasi da sacchiano puro. Siamo alla fine degli anni ’80 e nell’Italia spaccata in due tra uomo e zona, Sacchi avanza con il rullo compressore (uno scudetto e quattro coppe europee in tre anni) e i primi passi falsi di Maifredi e Orrico non si sono ancora verificati. Gioca con il 4-4-2, la difesa a zona, i reparti molto vicini e i terzini che si sovrappongono alle ali, il baricentro relativamente alto. Ad Empoli arriva quinto insegnando la zona a Spalletti, Gautieri e Montella. La stagione successiva eredita il Ravenna di Del Neri e viene promosso in serie B. Poi arriva la chiamata dell’Atalanta (1993)

A Bergamo va male, dura dieci giornate prima di essere esonerato. Manca di duttilità fin dalle interviste pre campionato, si dichiara e si dimostra molto presuntuoso e sicuro dell’infallibilità del proprio metodo. L’impatto su giocatori di lunga esperienza come Alemao è uno schianto; sembra la versione di provincia dell’Inter di Orrico ma a differenza di quest’ultimo (che in realtà non è uno zonista di seconda generazione, ma di prima, ed è probabilmente solo troppo avanti sul suo tempo), riesce a fare tesoro dell’esonero. A Bergamo, infatti, per una legge non scritta, la storia del calcio ci insegna che anche chi è andato male ha avuto poi una grande carriera: Mandorlini, Delio Rossi, Marcello Lippi, Conte e lo stesso Prandelli (che subentra senza fortuna a Guidolin) restano poco o molto poco, e malgrado un buon inizio non ingranano e rompono con tutti, ma si riveleranno in futuro scelte non sbagliate.

Dopo Bergamo c’è il ritorno in Veneto, provincia tranquilla, piazza pronta a infiammarsi, società con un progetto: il suo Vicenza centra subito la promozione in serie A, si salva con un sorprendente nono posto (siamo negli anni in cui le squadre italiane arrivavano sempre in finale delle competizioni europee), vince la Coppa Italia (quando il trofeo non era sminuito e svilito come oggi) e arriva, nel 1997, alla semifinale della meravigliosa Coppa delle Coppe (quando esisteva ancora): una rete del gallese Huges a dieci minuti dalla fine manda il finale il Chelsea di Gianluca Vialli, dopo che il Vicenza ha vinto l’andata senza subire gol in casa. Nell’autunno del 1996 è addirittura primo in classifica per una settimana.

Al di là dei risultati, i migliori della sua storia tolto il secondo posto in campionato di GiBi Fabbri, il Vicenza di Guidolin resta nella memoria storica per il suo collettivo bellissimo e organizzato: reparti vicinissimi, difesa a zona in linea che prende poche reti per essere una squadra di media classifica e soprattutto il primo a far marcare a zona dentro la zona: malgrado la portata innovatrice di certi concetti fosse già arrivata negli anni precedenti, Guidolin è il primo in serie A ad allenare piramidi e colonne difensive utilizzando la palla come unico riferimento per il movimento dei difensori (Sacchi e Zeman, infatti, organizzavano lo stesso movimento solo con il pallone molto lontano, continuando a far marcare dentro la zona con i principi della marcatura a uomo). Il Vicenza dei miracoli, infine, è costruito da Gasparin e Vignoni con giocatori da serie A comprati senza spendere cifre esorbitanti (da Sartor a Murgita, da Di Carlo a Otero).

Il grande lavoro fatto a Vicenza convince il presidente Pozzo a scegliere Guidolin per sostituire sulla panchina dell’Udinese Alberto Zaccheroni, in partenza per Milanello. L’Udinese è appena arrivata terza dietro Juve e Inter e nessuno crede che possa replicare l’impresa, specie in ragione delle partenze illustri di Bierhoff ed Helveg, che seguono Zaccheroni al Milan. Contro le aspettative, una gestione sapiente e paziente della panchina fa riconfermare una stagione meravigliosa all’Udinese, che negli anni del dominio delle Sette Sorelle non si piazza mai ottavo: è quinto posto a un punto dalla Champions e alla pari con la Roma di Zeman e la prima Juve di Ancelotti. Ma soprattutto è la riconferma della solidità e dello spettacolo dell’anno prima. Guidolin non smantella la struttura di Zaccheroni e ne mantiene l’organizzazione di gioco, pur passando al 4-4-2 dal precedente 3-4-3 (dove però la difesa chiudeva a quattro in linea con l’esterno opposto che tornava). Sfrutta alla perfezione il lavoro del suo predecessore – che come allenatore gli assomiglia abbastanza – e lo zoccolo duro Turci, Bertotto, Calori, Bachini, Giannichedda, Amoroso (che sarà capocannoniere).

Il meglio però deve ancora venire…
Si tratta di un’altra realtà di provincia, una nobile decaduta, il Bologna di Gazzoni Frascara. Humus perfetto per lavorare con calma, nel quale sono appena resuscitati campioni dati per morti come Roberto Baggio inspiegabilmente rifiutato da tutti (Ancelotti, Sacchi, Capello) e Beppe Signori, reduce da una delicata operazione all’ernia del disco. L’ossatura della squadra è parzialmente già costruita da Carlo Mazzone che l’ha portata in semifinale di Coppa Uefa. 

A Bologna Guidolin (che subentra all’ottava giornata al grande Sergio Buso che rimane per quattro stagioni) si consacra come allenatore maturo: realizza, meglio di chiunque altro, quello che in filosofia di chiama “aufhebung”, un concetto per il quale non esiste una parola in italiano, ma che intende il “superare conservando”: dopo Sacchi e Zeman il calcio non è più lo stesso, ma questo non significa buttare via il bambino (la migliore scuola di difensori e marcatori) con l’acqua sporca (la mentalità che considera lo 0-0 come risultato perfetto).
Vira sul 3-5-2 fondendo i nuovi principi di un calcio collettivo e d’iniziativa con quelli di un calcio che sa come difendersi al meglio. Realizza in Italia la sintesi tra due scuole opposte, proprio come all’estero negli stessi anni fa Josè Mourinho, che non assomiglia a nessuno dei due suoi diversissimi maestri (Robson e Van Gaal) ma li sintetizza entrambi.
Guidolin, si potrebbe dire, ha sintetizzato due maestri molto diversi seppure molto amici, come Osvaldo Bagnoli e Arrigo Sacchi.

Non si spiega quindi il suo mancato ingaggio da parte di una grande squadra, italiana o straniera, quando negli stessi anni viene data fiducia ad allenatori in possesso di curriculum molto più modesti. I dieci anni successivi sono all’insegna del pellegrinaggio nella provincia (complice il risucchio nel ciclone Zamparini che lo chiama e lo manda via quattro volte), fino al ritorno romantico al capezzale dell’Udinese, portato dall’ultimo posto in classifica al preliminare di Champions perso di sfortuna contro l’esperto Arsenal di Wenger.
Nell’Udinese, ultima grande esperienza di Guidolin, prima di dedicarsi all’altra sua passione, il ciclismo, sperimenta un 4-4-2 che non dà punti di riferimento in avanti, grazie all’imprevedibilità della coppia Di Natale – Sanchez, in grado di fare reparto da soli.

Lascia un commento

Hai già un account? Accedi