Cultura del Lavoro: un Insieme di Abilità Psicologiche

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Cultura del Lavoro: un Insieme di Abilità Psicologiche

“Non ti arrendere mai. Di solito è l’ultima chiave del mazzo quella che apre la porta.”

Paulo Coelho

Nell’articolo di oggi (scritto originariamente nel 2015) volevo raccontare di un confronto, nato con diversi colleghi, che ha portato ad una serie di riflessioni sulle medesime difficoltà e “problematiche da campo”.

Antonio Conte, all’epoca della stesura originale dell’articolo, C.T. della nazionale italiana, dichiarò:

“Dobbiamo recuperare i concetti di sacrificio e sudore che sono stati la base della storia del nostro Paese”.

Così come Stefano Beltrame, giovane cresciuto nel settore giovanile della Juventus, confessò: “nei due mesi in cui mi sono allenato con Conte, mi ha insegnato la cultura del lavoro, grazie alla quale ti puoi sempre migliorare”.

Ma che significa cultura del lavoro?

Un’idea me la sono fatta in diverse occasioni allenando l’u14, il primo vero scalino d’entrata nell’attività agonistica. Seppur con ragazzi selezionati, ma provenienti da realtà differenti, i primi mesi sono sempre parecchio tosti, non tanto per le capacità tecnico-tattiche dei ragazzi, quanto per la difficoltà a mantenere alta la concentrazione per tutta la durata dell’allenamento; problematica maggiormente visibile quando il carico cognitivo della seduta è piuttosto elevato.

Dialogando coi nuovi inserimenti è emerso spesso che l’allenamento, nel biennio Esordienti, era vissuto il più delle volte come “corsa e partitella”. Per questo motivo sembrava un’utopia chiedere loro di mantenere livelli di intensità (e concentrazione) tali da portare a buon fine le esercitazioni proposte.

*Attenzione e concentrazione sono elementi fondamentali per potersi migliorare e per riuscire ad approcciarsi, fin dai primi minuti della seduta, nel migliore dei modi. Talvolta, in passato, mi è capitato di allenare diversi ragazzi che, almeno inizialmente, avevano bisogno di circa 20′ per calarsi mentalmente e completamente nelle richieste dell’allenamento. Questa situazione va senz’altro migliorata, al fine di evitare il rischio che tali cali di concentrazione si manifestino anche in gara.

*È la capacità di percepire gli stimoli pertinenti che l’ambiente propone; di focalizzare l’attenzione sui riferimenti fondamentali del gioco; di mantenere l’attenzione durante tutto il tempo necessario, senza distrazione alcuna.

Grandi difficoltà sono inoltre emerse alle prime partite ufficiali; non tanto nei primi minuti di gara, quanto più che altro per il modo in cui veniva vissuto l’approccio alla competizione, ancora troppo fanciullesco e poco adatto ad un campionato che esige *motivazione per competere.

*desiderio di competere, di confrontarsi, di lottare, di gareggiare e combattere per la disputa della palla, o di vincere e superare il rivale in ogni azione. In definitiva è la disponibilità a realizzare il massimo sforzo e dare il massimo di se stessi.

Il confronto con altri colleghi non ha fatto altro che confermarmi le stesse difficoltà, in alcuni casi anche in forma maggiore, soprattutto per le categorie Allievi e Juniores, con giovani talvolta svogliati e quasi apatici, spinti al campo da non si sa quale motivazione.

Se da un lato è vero che le nuove generazioni sono cambiate rispetto a 15 anni fa, (i numeri attuali del drop out alla pratica sportiva sono inquietanti) oggi l’allenatore non dovrebbe essere solo colui che accompagna il ragazzo nella sua formazione tecnico-tattica, bensì una figura di riferimento che provi a trasmette messaggi forti, valori da custodire non solo nello sport ma nella vita di tutti i giorni.

Valori come:

  • Volersi Migliorare. A tal proposito ho condiviso questo aforisma: “Il miglioramento non sarà necessario finché l’individuo non si renderà conto che è assolutamente necessario”. Credo spieghi piuttosto bene l’importanza del volersi migliorarsi giorno dopo giorno, non tanto per far contento l’allenatore, il papà o la mamma, quanto per sé stessi.
  • Determinazione. La volontà ferrea di raggiungere un obiettivo
  • Aggressività. La volontà ferma di far rispettare il proprio valore dentro al campo, avendo la meglio sull’avversario (che probabilmente farà di tutto per fare altrettanto)
  • Ostacoli che troveremo nel corso della nostra vita e di come, davanti a questi, sia troppo semplice e facile tirarsi indietro

Diversi genitori non sono d’accordo con quest’ultimo punto, preferendo sottolineare di come gli ostacoli, per loro stessa ammissione, si possano aggirare o evitare. Il problema si manifesta quando il figlio magari decide di mollare, preferendo tornare ad ambienti meno stressanti. A parer mio ciò dimostra poca personalità di fronte alle prime difficoltà. Troppo facile lasciare la barca ai primi disagi. A tal proposito mi piace raccontare la parabola di un ragazzo che un paio di anni fa, ad aprile, giocava con scarsi risultati (u13). Negli ultimi due mesi, aiutato anche dal cambio ruolo, si è imposto alla stragrande, disputando, nell’annata successiva, 22 partite su 30 da titolare. Per me quella è stata una delle sorprese più grandi avute da quando alleno.

In diversi avrebbero mollato, non sentendosi all’altezza dopo mesi e mesi di prestazioni insufficienti; preferendo magari tornare ad un “ruolo da titolare” nella squadra del paese.

“La competizione non è per tutti e soprattutto non seleziona i migliori, solo i meno sensibili.” 

Paolo Crepet

 

Dopo un paio di mesi, quasi come i temporali d’estate, le cose solitamente cominciano ad assestarsi su valori discreti se l’allenatore avrà tempo, modo e possibilità per far meglio comprendere il proprio credo.

Solitamente mi piace sfruttare il momento del pre-partita per affrontare alcuni di questi temi coi ragazzi, cercando di spronarli il più possibile al dialogo, evitando qualsiasi tipo di giudizio.

Di recente ho rivisto un mio ex giocatore (oggi 20enne), allenato per tre stagioni nel settore giovanile. La cosa che mi ha colpito è stata sentirmi dire: “sai mister quando ci parlavi dell’importanza di questi anni, di come stessimo facendo qualcosa di straordinario e di come probabilmente quelli fossero gli anni migliori? Avevi ragione. Quando hai 13-14 anni non capisci un ***, ma poi crescendo te ne rendi conto”. Mi piace pensare al nostro ruolo come una grandissima opportunità per contribuire a formare persone migliori, uomini che dovranno fare i conti con la vita di tutti i giorni, prima di essere, forse, dei calciatori di ottimo livello.

Per concludere, la cultura del lavoro credo possa essere definita come l’insieme delle abilità psicologiche che esige la competizione, quali ad esempio il controllo emozionale (la capacità di controllare le emozioni in modo che non danneggino la propria condotta, diminuendo il rendimento), la tolleranza alla fatica (capacità di sopportare la sofferenza fisica determinata dalla fatica), l’intelligenza sportiva, attenzione e concentrazione, la motivazione per competere, l’autostima e la personalità. 

“Dentro un ring o fuori, non c’è niente di male a cadere. È sbagliato rimanere a terra.” 

Muhammad Alì 

 

Foto: https://www.calcioefinanza.it

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About Author

Diego Franzoso

Franzoso Diego, nato a Rovigo il 15/04/1983. Laurea Magistrale in Scienze e Tecniche dell'Attività Motoria Preventiva e Adattata. Allenatore UEFA B e Istruttore CONI-FIGC. Attualmente allenatore dei Giovanissimi Regionali dell'Hellas Verona.

4 commenti

  1. Avatar

    Sembra di commentare l’ovvio ma, purtroppo, non è così. Tutte le cose che dici sono condivisibili ed il nostro lavoro è provare a trasmettere questi valori. Io ci provo da sempre e lo farò fino all’ultimo minuto in cui sarò Educatore, Istruttore ed Allenatore. Ma non tutti i ragazzi li recepiscono e non tutti i gruppi reagiscono allo stesso modo. C’è il gruppo in cui la maggior parte recepisce e traina gli altri ma c’è anche il gruppo in cui la maggior parte non recepisce e condiziona negativamente la qualità dell’allenamento degli altri. E, guarda caso, spesso chi non recepisce è tra i più bravi.

    Sarebbe ipocrita limitarsi dire che il nostro dovere l’abbiamo fatto o che non li facciamo giocare. A noi mister importa eccome perchè ci fa male vedere potenzialità sprecate o, molto più semplicemente, vanificato tutto l’impegno e la professionalità che mettiamo.

    Nell’utopistica “città del sole”, dovremmo lasciare in panchina chi proprio non si allena bene e questi, redento sulla via di Damasco, dovrebbe cambiare atteggiamento; il tutto con il supporto della società. Ma diciamoci la verità:
    – la molla della punizione, del “non ti faccio giocare” funziona nei settori giovanili professionistici, raramente in quelli dilettanti. La maggior parte resta tranquillamente a casa o emigra in società, anche di livello inferiore, dove li fanno giocare sempre.

    – spesso le società non appoggiano questo atteggiamento perché perdono ragazzi e perchè senza i migliori non si vince.

    Con buona pace dei nostri ideali.

  2. Avatar
    Daniele Masini on

    Totalmente d’accordo con te Mauro Zanotti. Spesso articoli e considerazioni di questo tipo appartengono a un mondo ideale che NON rappresenta le realtà quotidiane nelle quali ci confrontiamo. Piene di ragazzi con situazioni familiari complicate, gente che a un primo dolorino a un dito del piede rimane a casa, ragazzi che arrivano perennemente 15 minuti dopo l’orario delle convocazioni, ragazzi che in campo si mandano a quel paese.

    In ogni caso reputo l’articolo interessante perchè concreto, dato che ha suggerito quantomeno un metodo da applicare. Spesso capita che questi articoli siano vacui, senza costrutto. Questo almeno non lo è.

  3. Avatar
    Massimiliano Aita on

    Giovanissimi quindi parliamo di ragazzi di quanti anni? 14-15? E a 14-15 anni dobbiamo insegnare ai giovani come piegare gli avversari che ci ostacolano? Io penso che il calcio sia in primo luogo uno sport che deve favorire il divertimento, l’aggregazione, la condivisione dei momenti belli ma anche di quelli brutti e soprattutto deve insegnare che saper perdere e’ importante tanto quanto saper vincere. Dissento in toto dal suo pensiero.

  4. Avatar
    Massimiliano Aita on

    Poi nella vita gli ostacoli non sempre si abbattono. Alle volte si aggirano, alle volte si ignorano, alle volte semplicemente si affrontano ma se ne viene sconfitti. Credo che un allenatore dovrebbe insegnare questo ma forse ho capito male.

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