Sotto Pressione

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Sotto Pressione

“Si tratta di prendere decisioni in situazioni ad alto livello di stress, è come un gioco di ruolo dal vivo.”

[..] “Tutto sta nel dare una buona prestazione sotto pressione in campo” dice Gilbert Enoka. “E per dare il massimo sotto pressione quando serve, bisogna allenarsi in quel modo. Quando lo facciamo sul serio, ci diventa automatico non pensare ma agire direttamente. Abbiamo chiarezza, accuratezza, intensità“.

dal libro Niente teste di Cazzo, di James Kerr, Mondadori.

La parola stress deriva dal latino “stringere” e in particolare dal participio passato “strictus” che significa: “stretto, angusto, serrato”.

L’idea di questo articolo è quella di condividere alcune riflessioni, viste con l’occhio dell’allenatore, che mi sto ponendo negli ultimi anni.

Siamo d’accordo innanzitutto nel sostenere che la competizione implica livelli di stress? Ansie, paure e senso di inadeguatezza rischiano di vanificare il lavoro settimanale. Più la posta in palio è alta (potremmo discutere a lungo di quale sia questa posta – soprattutto in riferimento all’ambito giovanile) più il rischio di mandare tutto a monte sale. Quante volte ad esempio i così detti derby vengono ben giocati? Quante volte una finale vede due squadre contrapporsi in maniera “spensierata”, serena, senza freni inibitori? La componente mentale nel gioco del calcio conta tanto, tantissimo.

Da questa banale considerazione ho cominciato a chiedermi cosa facciamo noi allenatori per aiutare i giocatori a tal proposito, partendo dalle poche righe del testo di James Kerr.

“Si tratta di prendere decisioni in situazioni ad alto livello di stress…”

Il gioco del calcio è uno sport altamente complesso. Ventidue giocatori che si mescolano su un terreno di gioco di notevoli dimensioni (120×90 nel “peggiore dei casi”), creano interazioni continue e infinite con compagni e avversari.

Con questa premessa è ovvio e facile capire come il processo e la pianificazione dell’allenamento dovrebbero avvicinarsi il più possibile a ciò che i giocatori ritroveranno in gara. A tal proposito Thomas Tuchel va addirittura oltre:

“Creiamo condizioni che sono inusuali per i giocatori con l’obiettivo di capire chi riesce a trovare una nuova soluzione in una determinata situazione. In altre parole, chiedere di più ai giocatori durante l’allenamento può aiutarli molto in partita perché le cose sembreranno loro più facili alla Domenica rispetto alla settimana.

Il giocatore va allenato in contesti tattici dall’elevato contenuto (carico) cognitivo, in cui sia costretto a rimanere concentrato a lungo e chiamato a leggere-rispondere alle situazioni di gioco in modo autonomo e non meccanico. In modo autonomo…

In quest’ottica ci giunge in soccorso quello che viene definito uno stile d’insegnamento induttivo e che vede l’istruttore al servizio dell’allievo. L’allenatore in questo senso diventa un creatore di contesti, in cui il giocatore può apprendere individualmente all’interno del collettivo. Ciò sarà possibile solamente se verranno lasciate aperte (dall’allenatore) diverse possibilità per raggiungere lo stesso obiettivo. Così come si suol dire “tutte le strade portano a Roma”, allo stesso modo “diverse strade permettono di far emergere e valorizzare lo stesso Principio”.

Lo stress è il prodotto di un atto cognitivo: la valutazione.
(Daniel Goleman)

Personalmente, sono dell’idea di favorire e promuovere la complessità, variando il più possibile spazi di gioco e regole, al fine di migliorare e velocizzare il processo decisionale in gara. Per questa ragione l’allenamento dovrebbe discostarsi il più possibile da esercizi decontestualizzati e da codifiche, soprattutto nel settore giovanile…

In prima squadra dovrebbero infatti arrivare ragazzi capaci di gestire e rispondere alla complessità, in grado di adattarsi alla circostanzialità e allo sviluppo del gioco. Giocatori con queste prerogative saranno in grado di calarsi in qualsiasi contesto, ma solo se verranno messi nelle condizioni di sperimentare e apprendere durante tutto il loro percorso formativo.

Oltre allo stress cognitivo, cosa dire di quello educativo? 

Non è l’esperienza di oggi che causa il maggior stress, è il dispiacere per qualcosa che non abbiamo fatto ieri.
(Denis Waitley)

Qualche stagione fa, in merito ad un ragazzo che si allenava con poco impegno e dedizione, sentii pronunciare dagli addetti ai lavori le seguenti parole: “se lo vedessi in allenamento non lo faresti mai giocare. In partita però si trasforma“.

Ricordo ancor’oggi quelle parole perché mi suscitarono momenti di riflessione interiore. Che razza di educatori saremmo se permettessimo ad un ragazzo di risparmiarsi durante la settimana, chiudendo un occhio perché tanto poi ci farà vincere la partita?

Il talento va coltivato e allenato. Trovo poco utile, per il bene del ragazzo e per il suo futuro soprattutto, limitare le richieste e i feedback nei suoi confronti.

Alcuni responsabili e direttori sembrano preferire un profilo piuttosto permissivo, che non stressi particolarmente il giocatore, evitando magari le rogne di procuratori e genitori. Purtroppo però – e questo è il vero problema – non si comprende che l’unico a rimetterci sarà proprio il ragazzo.

Soprattutto nel settore giovanile è molto facile imbattersi in giocatori che, aiutati magari da una precocità fisica o mentale, spostano di gran lunga gli equilibri in campo. Ma cosa succederà se nel giro di qualche anno quei ragazzi non avranno continuato a lavorare sodo, al pari se non di più dei propri coetanei? Il rischio di rimanere con un cerino in mano è alto.

Da questo punto di vista l’allenatore ha un ruolo fondamentale nel fare capire l’importanza di quel valore troppe volte dimenticato e calpestato: la meritocrazia.

Ho sempre pensato che l’impegno settimanale venga prima di ogni cosa; che impegno e dedizione, unite ad una discreta predisposizione, possano permetterti di raggiungere traguardi che magari chi, con più capacità ma poca “forza mentale”, non riuscirà ad agguantare.

L’allenatore di settore giovanile dovrebbe rimescolare le carte in tavola dopo ogni partita, permettendo a tutti gli elementi di rimettersi in gioco con le stesse opportunità dei compagni. Sostenere che Tizio ti farà vincere la partita e che per questo vada trattato con un occhio di riguardo, è quanto di più sbagliato possiamo fargli capire.

“Mio nonno mi disse una volta che ci sono due tipi di persone: quelli che fanno il lavoro e quelli che si prendono il merito. Mi disse di cercare di essere nel primo gruppo; ci sarà sempre molta meno competizione.”

(Indira Gandhi)

Ancora una volta (l’ennesima) ci ritroviamo a dover fare i conti con chi siamo e cosa vogliamo diventare. Fare settore giovanile è una responsabilità. Non possiamo pensare di limitarci esclusivamente al lato tecnico-tattico, dimenticandoci che primo fra tutti bisogna crescere uomini; la grande fetta di loro finirà infatti nel dilettantismo e dovrà fare i conti con la possibile frustrazione di non avercela fatta.

A prescindere dalla categoria in cui finiranno, l’amore per questo sport dovrebbe rimanere immutato.

Forse, quel giocatore che oggi si allena con un po’ di pigrizia e poca professionalità, potrebbe rinvigorirsi e trovare giovamento con qualche panchina e noi, orientati a lavorare per il suo bene e non per la vittoria a tutti i costi, potremmo essere sostenuti e incoraggiati dai nostri responsabili, preoccupati più della crescita del ragazzo che di una sterile vittoria.

Forse però…

 

 

Foto: https://www.mattinonline.ch/it

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About Author

Diego Franzoso

Franzoso Diego, nato a Rovigo il 15/04/1983. Laurea Magistrale in Scienze e Tecniche dell'Attività Motoria Preventiva e Adattata. Allenatore UEFA B e Istruttore CONI-FIGC. Attualmente allenatore dei Giovanissimi Regionali dell'Hellas Verona.

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