Parole da Condividere – La “semplicità” del gioco, di Emanuele Tedoldi

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Parole da Condividere – La “semplicità” del gioco

Se il calcio si potesse insegnare, i campi di tutto il mondo sarebbero pieni di giocatori. Ma ognuno di noi sa che la realtà è ben diversa: i campi sono pieni di progetti, parole, pubblicità… e praticamente vuoti di giocatori.”

(Dante Panzeri)

Uno dei più lucidi e profondi conoscitori del calcio, certamente il più grande giornalista sportivo della storia, Dante Panzeri, già nell’ormai lontano 1967 ci poneva di fronte ad un dilemma che attanaglia da sempre tutti noi allenatori: il calcio si può insegnare?

Ho l’impressione che il più delle volte abbiamo, io per primo, un’eccessiva fiducia nel transfer da allenamento a partita: crediamo che ciò che avviene in allenamento poi riesca ad emergere facilmente in gara; per quale motivo non è poi dato saperlo, se perché l’esercitazione “assomiglia” al gioco reale o perché il giocatore ripete talmente tante volte un’azione che, questo pensiamo, è impossibile non la ripeta anche in gara.

Il calcio è in assoluto uno degli sport in cui l’allenamento si discosta maggiormente dalla partita, non so se per un fatto di tradizione o se perché semplicemente “giocare” in settimana appaia banale agli occhi di coloro che giudicano l’operato dell’allenatore e allora noi mister cerchiamo i modi più disparati per essere innovativi o per sembrare tali.

Però il più delle volte dovremmo chiederci se davvero ciò che facciamo serva, se esista davvero quel transfer di cui parlavamo in precedenza.

Quanto più ci discostiamo dal gioco reale, tanto più un miglioramento nei nostri giocatori tarderà ad emergere: ciò non significa che non miglioreranno in parte, ma si tratterà di una parte troppo piccola, che impallidisce di fronte alla complessità del gioco. C’è una bellissima frase di Oscar Cano che sicuramente ho già citato altre volte, ma che trovo perfetta per spiegare cosa significa apprendere a giocare:

“Il giocatore deve imparare a navigare nell’incertezza.”

Dunque, il primo punto fondamentale è che si impara a giocare semplicemente giocando: non che serva chissà quale ragionamento complesso per giungere a questa deduzione, però spesso ce ne dimentichiamo con il risultato che i nostri giocatori passano la maggior parte del tempo a svolgere esercitazioni, invece che semplicemente a giocare.

Il fatto che una squadra si alleni mediamente tre volte per ogni partita che gioca, sposta già nettamente il peso su una virtuale bilancia verso situazioni diverse dal gioco reale; se poi all’interno di queste tre sedute di allenamento il tempo dedicato ad un gioco libero, che abbia come soli vincoli quelli del regolamento calcistico, è ridotto quasi allo 0, appare chiaro come il giocatore viva in realtà il gioco solo nella gara ufficiale.

La risposta a come insegnare il gioco è quindi “banalmente” il gioco libero 11 contro 11?

Qui sorge il problema, perché a causa delle sue pochissime regole e dell’alto numero di giocatori coinvolti, il calcio è uno degli sport più complessi in assoluto, dove quasi tutto è permesso e quindi il numero di situazioni che possono emergere è elevatissimo, così come il numero di possibilità per risolvere ciascuna di queste situazioni.

Ma come fa un giocatore a migliorare in una determinata situazione, che presenta delle costanti e delle variabili, se essa appare solo pochissime volte nel gioco reale, o magari non appare affatto?

Bisogna fare in modo che le probabilità che quella situazione si verifichi aumentino di numero, in modo che il giocatore possa “viverla” più e più volte fino a comprenderne le costanti e le variabili, cioè fino ad ottimizzare il proprio comportamento per poter giocare al suo interno in maniera efficace.

“Come allenatori, dobbiamo evitare di essere dei ‘costruttori’, che fanno fare ai giocatori quello che noi vogliamo che facciano. Dovremmo piuttosto essere dei ‘facilitatori’ e rispettare quindi la naturalità dei loro comportamenti.”

Prendo a prestito le parole di Isaac Guerrero, metodologo del Barcellona, perché non credo che esista miglior definizione di allenatore che quella di “facilitatore di contesti”, ovvero colui che accompagna i giocatori verso una migliore comprensione del gioco, riducendone la complessità senza però togliere quella parte di incertezza e variabilità che è proprio quella che permette di definire il calcio “gioco”: se esistesse uno schema rigido, se non vi fosse la possibilità di ingannare l’avversario, non avrebbe assolutamente senso chiamarlo così.

Qual è quindi la difficoltà principale per noi allenatori durante il percorso di apprendimento della nostra squadra? Capire quanto facilitare il gioco per i nostri ragazzi e come farlo senza discostarci dalla realtà, senza cioè stimolare dei comportamenti che poi nella partita reale non sarebbero corretti, se pur efficaci all’interno di quella specifica esercitazione.

Quanto e quando scendere lungo questa scala della complessità e quando, e quanto, risalire credo sia l’arte di allenare: troppo semplice sarebbe la risposta dal primo gradino all’ultimo, salendo di uno in uno. Non è così, l’apprendimento non è lineare, ma compie costantemente dei salti, a volte in avanti, ma a volte anche all’indietro.

Trovare quindi il grado di complessità corretto per i nostri giocatori è realmente difficile e bisogna anche aggiungere che probabilmente tale grado è diverso per ciascuno di loro, il che complica ulteriormente il compito di noi allenatori.

Per questo non credo sia corretto parlare di diatriba tra situazionale e analitico: non si tratta di scegliere l’uno o l’altro, ma si tratta di determinare quanto facilitare il contesto. Esiste solo il gioco e tale gioco può essere facilitato a tal punto da togliere addirittura gli avversari e far si che il nostro giocatore esegua un’azione senza un’opposizione. La domanda è: abbiamo facilitato troppo il gioco così da renderlo irreale? E quindi siamo passati da un facilitare ad un semplificare?

Personalmente non ho la risposta al 100% dei casi, anche se in generale credo che togliere l’avversario porti davvero ad una facilitazione eccessiva da diventare semplificazione, poiché elimina la componente fondamentale del gioco, quella dell’inganno: nel gioco è l’avversario a determinare che cosa possiamo fare e l’abilità diviene quindi quella di ingannarlo sulle nostre reali intenzioni, per portarlo dove noi vogliamo che vada e fare poi l’esatto opposto.

In realtà, però, tutto il discorso poggia su un punto: quante volte un giocatore deve vivere una situazione affinché possa apprenderla? Perché l’unico motivo per cui bisogna scomporre il gioco è favorire l’emersione di determinate situazioni in modo che il giocatore riesca a riconoscerle, e quindi a viverle, più facilmente. Ma se non fosse necessario? Se dovessimo semplicemente abituare i giocatori a vivere nella complessità del gioco?

 

 

Foto: https://zonacesarini.net

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About Author

Emanuele Tedoldi

Emanuele Tedoldi, nato a Lecco nel 1995. Ha allenato le categorie Esordienti, Giovanissimi Regionali e Allievi Regionali in vari settori giovanili lombardi, quali SS Luciano Manara, US Folgore Caratese, USD Casateserogoredo. Attualmente è l’allenatore dell’Under 16 Regionali della Pro Sesto di Sesto San Giovanni (MI).

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