“FootSofia”: Dieta Analitica, di Tommy Dal Santo

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“FootSofia”: Dieta Analitica

Chi ha un perché abbastanza forte, può superare qualsiasi come.

(F.Nietzsche)

Secondo una visione tradizionale siamo soliti semplificare il gioco e la valutazione dei giocatori in quattro ambiti principali:

  • aspetto tecnico
  • aspetto tattico decisionale
  • aspetto fisico-motorio
  • aspetto psicologico-motivazionale

Ciò influenza inevitabilmente l’intervento tecnico del mister e del suo staff: operando su ciascuna di queste aree il quadro complessivo del giocatore o della squadra dovrebbe risultare migliorato (CR7 rappresenta forse il giocatore che meglio esprime l’eccellenza in ciascuna area). La metodologia è pure una conseguenza del modo di pensare: come intervenire cioè su queste aree? In maniera settoriale, a blocchi, in maniera integrata, in altro modo?

Prendiamo la domanda alla larga insistendo su un’analogia interessante – in apparenza molto lontana – con la scienza dell’alimentazione, o meglio quella sua costola deviante che è l’ideologia della nutrizione. Secondo tale ideologia non importa tanto il cibo che mangiamo, ma i suoi componenti o nutrienti fondamentali: carboidrati e zuccheri, proteine, grassi. Mangiare è nutrirsi di tali componenti. Secondo la dieta a zona, ad esempio, equilibrando i macro-nutrienti si può raggiungere uno stato di salute, un benessere fisico e mentale ottimale. Altri tipi di orientamento si focalizzano in particolare su uno dei componenti (es: dieta iperproteica). Cominciamo ad intuire dove ci conduce l’analogia? Quale è il più importante degli aspetti calcistici? Uno o tutti insieme? E in che modo tutti insieme?

Stop, fermiamoci un attimo. Siamo sicuri che il mangiare si riduca alla ideologia della nutrizione, e quindi sostanzialmente a chimica e biologia? Che il cibo non sia anche questione di colore, odore, sapore…? Che il mangiare non sia anche convivialità, relazione sociale per esempio? Che insomma non rifletta, prima di tutto, delle relazioni culturali che vanno ben oltre le sostanze che si ingeriscono?

Tornando al parallelismo, non nasce il sospetto che il giocatore o il gioco siano più della somma delle parti? Siamo proprio sicuri che lavorando ciascuna area (per esempio con preparatori qualificati ed eccellenti in ciascun campo) si ottengano indubbiamente miglioramenti?

Una mentalità settoriale, una suddivisione e un lavoro per blocchi è senza dubbio importante. Rispetto alla complessità del gioco, isolare le variabili è la prima strategia per poter analizzare il gioco stesso. Per Cartesio, l’analisi era infatti una della prime regole (la seconda) su cui fondare la scientificità di un metodo: scindere e separare le difficoltà da esaminare in piccole parti, in modo che sia sempre più semplice risolverle. Tradotto, lavoriamo settorialmente sul passaggio se, in contesto di gara, la gestione della palla è imprecisa e poco fluida. Seguendo questo metodo allora, individuare e migliorare ciascuna delle abilità tecniche (finta, calcio, trasmissione, ecc.) o competenze di scelta tattica (sapersi smarcare, sfruttare superiorità numerica, ecc.), fisiche o psicologiche, è fondamentale per migliorare il gioco o il calciatore nel suo insieme. È sufficiente?

Nella complessità del gioco, della partita, tali aspetti sono sempre interrelati, interconnessi: alcuni test dimostrano, per esempio, che la performance dei giocatori durante una partita varia con il variare dell’emotività della performance (in funzione del risultato ad esempio) e quindi dell’aspetto mentale:  si possono ottenere parametri fisici più elevati anche a fine gara piuttosto che ad inizio (cosa controintuitiva) se si è riusciti a capovolgere lo svantaggio iniziale. Ancora, banalmente, la migliore abilità tecnica (quella del giocoliere) non è sufficiente se non si è in grado di applicarla nella situazione tattica di gioco che la richiede.

Gli esempi potrebbero essere molti altri (la giusta applicazione di parametri condizionali o coordinativi per la raffinatezza del gesto tecnico, la lucidità mentale o fisica per l’interpretazione tattica della situazione, ecc.). Le sfere, o aree, interagiscono e si confondono continuamente.

Alias, lavorare sui singoli aspetti non è garanzia di efficacia in un contesto più complesso che prevede la relazione indecifrabile ad altro.

Insomma, si possono sì analizzare e migliorare i singoli aspetti del gioco, ma la parte difficile è sintetizzarli, riportarli alla complessità della gara. Rendere funzionali le aree al contesto di gioco. Il buon già citato Cartesio sottolineava, dopo l’analisi, quanto fosse importante anche la sintesi, ovvero riordinare dal semplice al complesso, supponendo quindi un ordine anche tra gli oggetti apparentemente disarmonici tra loro. Bisogna allora fondare la metodologia sull’integrazione delle varie aree, lavorando specificamente in funzione della partita – per esempio allenando in maniera integrata una capacità condizionale con la palla – per creare una sorta di armonia tra le aree stesse che si avvicini a quello che avviene nel contesto-gara.  Una sorta di dieta a zona per cui i vari aspetti (tattico, tecnico, fisico e psicologico) si equilibrano bene tra loro (e nel gioco) come carboidrati, proteine e grassi in vista della (salute!) prestazione ottimale.

Il “teorema di completezza” delle aree è inconsistente: giocatori e squadre eccellenti hanno spesso fondato la loro fortuna sul “disequilibrio”; l’eccellenza di un solo aspetto, anche a discapito di altri, può rappresentare un fattore di successo: cosa sarebbe accaduto alla tecnica di un Garrincha se si fosse insistito a correggere la sua menomazione fisica?

È il caso di dire quello che sottolineava J.Cruyff: “Ogni svantaggio porta con sé un vantaggio” (Quanto ha inciso il deficit ormonale-fisico-di Messi sullo sviluppo del suo squisito bagaglio tecnico?). Lo stesso dicasi a livello collettivo: il mancato affiatamento di gruppo può far paradossalmente emergere e valorizzare il talento tecnico dei singoli (alcune compagini del Real Madrid lo testimoniano). Non è necessariamente vero che l’integrazione completa dei vari aspetti porti per forza un miglioramento. La nostra tendenza a voler individuare una metodologia corretta e completa, valida per tutti, a voler uniformare, tende ad appiattire e a livellare, e ciò non è sempre un bene.

Può non essere efficace separare e lavorare settorialmente, ma nemmeno “ricucire” integrando  ciò che è stato preliminarmente separato. Il fatto è che come il mangiare non si riduce ad assimilare i singoli nutrienti del cibo, così il gioco è molto di più che i suoi singoli aspetti. Quale senso vogliamo dare al gioco e ai suoi protagonisti, i giocatori? Ecco la domanda. Tradotto, contano i principi, ma presi in senso esteso, la filosofia, l’ethos (la cultura che vogliamo far passare) di cui gli aspetti o aree del gioco (tecnico-tattica-fisica-psicologica) sono un semplice riflesso.

Prima di individuare una metodologia che scandagli a blocchi o integri i vari aspetti del gioco, diamo ad esso un Senso, uno scopo, una teleolomia (un perché). Il senso può emergere sì dagli aspetti “zonati”, ma non si riduce a loro. Esso rappresenta il perché, quelli, il come.

E chi ha un perché abbastanza forte, può superare qualsiasi come… 

 

 

 

Foto: https://myfoody.it

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About Author

Tommy Dal Santo

Tommy Dal Santo, nato a Schio (VI) il 14/03/1985. Laurea magistrale in Filosofia, Master in Sport Business Strategies. Allenatore UEFA C-LR Vicenza Virtus. Filosoficamente curioso, sportivamente appassionato, poeticamente fuoriluogo e fuoritempo. www.tommydalsanto.com

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