“FootSofia”: Differenziare il contesto, di Tommy Dal Santo

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“FootSofia”: Differenziare il contesto

“It`s important to teach problem solving, or teach to the problem and not the tools”

Elon Musk

Uno dei problemi e anche delle sfide delle tecnologie intelligenti è il cosiddetto frame problem. Il fatto cioè che mentre noi siamo esseri in grado di muoverci piuttosto agevolmente nel significato che traiamo da un ambiente che cambia continuamente, il repentino mutamento della cornice ambientale (frame) si fa appunto problema nella intelligenza artificiale; per questo dobbiamo creare ambienti idonei ai nostri dispositivi tecnologici per farli funzionari al meglio (eliminare ostacoli insormontabili al robot, caricare le stoviglie in un certo modo e non oltre misura, pronunciare frasi riconoscibili dall’assistente digitale, ecc.).

Nonostante l’evoluzione del machine learning, sembra che la tecnologia intelligente abbia – per ora – bisogno di un ambiente fatto su misura, dal quale si ricavano segni per svolgere al meglio le proprie operazioni: rispetto alla cornice, la tecnologia si muove su un piano sintattico, ricava e opera con i segni che trova nell’ambiente predisposto: il robot analizza il campo di azione, filtra lo spazio, le persone, le strutture, gli oggetti sono segni in funzione delle sue operazioni.

L’ambiente è per noi invece un complesso di campi semantici che si intersecano, di significati che rileviamo e proiettiamo immediatamente e continuamente; il cervello fa ipotesi, applica pattern e modelli, simula, anticipa e mentre ci muoviamo nell’ambiente ci muoviamo continuamente in un campo di significati depositati, proiettati, immaginati. Lo spazio è un corpo di relazioni con persone e oggetti, imitiamo, simuliamo, proiettiamo intenzioni e desideri. Per questo motivo, per noi, le cornici non sono un semplice ambito ristretto solo dentro al quale riusciamo ad operare,  ma sono anche il frutto e il risultato della nostra capacità di creare significati, di scambiarli e di passare velocemente da un contesto a un altro, ovvero di muoverci tra cornici interpretative diverse: siamo co-creatori dell’ambiente.

Nel fair play, ad esempio, se una squadra butta fuori la palla, l’altra non si tiene la rimessa laterale applicando rigidamente il regolamento (come probabilmente farebbe una macchina che rimane all’interno di quel contesto di regole), ma sa traslarsi in un altro orizzonte di significati, restituendo palla.

Quanto detto in questa lunga “cornice” introduttiva può d’altra parte indicare un approccio metodologico interessante: offrire ai giocatori, attraverso le esercitazioni, più cornici per risolvere problemi. La complessità del gioco fa sì, infatti, che le situazioni che si vengono a determinare siano sempre variabili, ovvero che la cornice entro la quale ci muoviamo non sia mai la stessa; banalmente, in fase di costruzione dal basso ci potranno essere avversari che pressano forte, squadre attendiste, avversari che orientano la pressione, squadre che vanno uomo su uomo, squadre che escono con tot pressatori e altre con un altro numero, ecc. D’altra parte ci sono i nostri principi di gioco: vogliamo giocare bassi per attirare la pressione, uscire sull’esterno o centralmente, portare più giocatori davanti per avere più facilità di un attacco diretto, per metodologia societaria, ecc. Si capisce come tutte queste diverse variabili configurino un ambiente di volta in volta differente, dove ai giocatori sono richieste cornici interpretative diverse. Per allenare al frame problem possiamo orientarci fondamentalmente seguendo due tendenze o direzioni:

La prima è stabilizzare le cornici e fissare o definire strumenti/modelli di risoluzione; in una parola, quello che facciamo con la tecnologia, stabilizziamo ambienti per favorire algoritmi di risoluzione: se vengono a pressare così, allora facciamo così, costruiamo così, se siamo chiusi usciamo di la, ecc. Oppure, di fronte a questo problema abbiamo questo pacchetto di soluzioni tra cui scegliere. Ci sono squadre tecnologiche, algoritmiche, sintattiche, in cui l’ambiente è dato e la soluzione è trovata. Questo approccio presuppone una strada piuttosto lineare tra problema e soluzione, che va dall’ordine alla complessità: sono certi strumenti e certe soluzioni a dare ordine alla complessità del gioco e a risolvere i problemi che essa presenta.

Nella prima e nella seconda immagine l’approccio alla cornice è prefissato. Lo spazio di gioco è definito e la situazione viene codificata a partire dal numero di pressatori avversari (prima linea di pressione da 2 e seconda da 4, oppure prima linea di pressione da 3 a seconda da 3). Di fronte a questo ambiente stabilito la ricerca delle soluzioni di gioco ha forma lineare e quasi algoritmica: nel primo caso, ad esempio (ma il pacchetto di soluzioni potrebbe essere ovviamente ampio), sfruttiamo una superiorità esterna per poi giocare dentro, nel secondo andiamo subito dentro per poi sfruttare superiorità in ampiezza.

L’altra via è quella di modificare continuamente la cornice interpretativa, differenziare le cornici e non offrire strumenti o modelli di risoluzione prefissati. Secondo l’approccio differenziale è molto importante cambiare le variabili per esempio spaziali, temporali e numeriche (anche in misura caotica e randomizzata) per stimolare la ricerca delle soluzioni. Questo vuol dire provare a guardare al gioco da diverse prospettive, essere meno vincolati alla soluzione e favorire la prova e l’errore, la sperimentazione esplorativa delle variabili, la ricerca autonoma di eventuali soluzioni.

L’ambiente non è dato definitivamente, ma varia e viene anzi determinato dai comportamenti e dalle relazioni dei giocatori. L`approccio non è lineare, ma è attraverso il disordine che eventualmente possono emergere, come isole, forme d`ordine e principi orientativi. Le azioni non sono operazioni per… (segni in funzione di…), ma comportamenti che hanno senso per l`interpretazione del singolo e nella relazione dei compagni.

Credo che queste due tendenze rappresentino un continuum su cui muoversi a seconda di molteplici fattori che dobbiamo essere bravi a valutare: a volte, come per le tecnologie intelligenti, nell’ambiente troppo variabile e complesso si trovano ostacoli insormontabili che bisogna togliere o limare per favorire l’apprendimento; dall’atra parte, l’ideale è formare giocatori che risolvano problemi rispetto alla variabilità ambientale, che si concentrino cioè sul problem solving, che sappiano muoversi in maniera flessibile e creativa tra diverse cornici interpretative, che non applichino semplicemente strumenti o algoritmi di soluzione all’interno di una stessa cornice.

Nella terza e nella quarta immagine è la stessa cornice che si fa problema (frame problem): lo spazio può variare (es: campo a esagono o a imbuto?) e lo stesso numero di giocatori (il jolly giocherà con i “costruttori” o con i “pressatori”?); di conseguenza l’ambiente di gioco è instabile e meno definito, anzi rientrerà nel problema di cui cercare la soluzione. Lo sviluppo della situazione sarà molto meno lineare (le variabili spaziale o numerica apriranno molteplici scenari) perché non si applica una soluzione (o un pacchetto di soluzioni), ma la si ricerca interpretando la variazione contestuale dell’ambiente

Fondamentalmente, dispiegando sempre più nel quotidiano delle nostre vite ambienti predisposti e adattati alle tecnologie intelligenti, rischiamo di ragionare in questo senso strumentale anche in ambito calcistico e formativo. Credo invece che non dobbiamo dimenticarci che siamo esseri strettamente dipendenti dalla variabilità e ricchezza ambientale, che ci muoviamo in un ambiente che creiamo e che imperniamo di senso che retro-agisce sulla nostra apertura di pensiero: è un discorso al contempo ecologico e metodologico.

 

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About Author

Tommy Dal Santo

Tommy Dal Santo, nato a Schio (VI) il 14/03/1985. Laurea magistrale in Filosofia, Master in Sport Business Strategies. Allenatore UEFA C-LR Vicenza Virtus. Filosoficamente curioso, sportivamente appassionato, poeticamente fuoriluogo e fuoritempo. www.tommydalsanto.com

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