“FootSofia”: Il Corpo e lo Spazio di Gioco, di Tommy Dal Santo

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“FootSofia”: Il Corpo e lo Spazio di Gioco

Credo che uno sguardo ai fenomeni complessi del gioco non possa prescindere da un punto di vista fenomenologico sulla corporeità, al senso che essa esprime.

La rappresentazione di corpi in movimento su un piano bidimensionale (pedine sulla lavagna o su un foglio da disegno) è ovviamente astratta. Ma lo è doppiamente, rispetto a quello che si può pensare. Perché la rappresentazione può rimandare ad una concezione puramente posizionale (o cosale) del corpo, anch’essa astratta e deviante. Essa infatti “astrae”, cioè estrae, tira fuori il corpo dal suo ambiente, rifiutandone i legami e le interconnessioni. In che senso?

Possiamo intendere il corpo come cosa (körper) scissa dell’anima razionale (cogito), una cosa tra le altre cose; oppure possiamo intenderlo come corpo-vivente (Leib), il nostro essere originario nell’unità mente-corpo che si rapporta al mondo.  Solo in questo secondo senso il corpo viene ad essere l’increspatura, la fluttuazione prima del sistema, lo scambio originario di Informazione ed Entropia con l’ambiente, la situazione che lo circonda.

Merleau-Ponty scrive che lo schema corporeo deve essere considerato in questo secondo senso, in maniera flessibile e dinamica, perché  la spazialità del corpo “non è, come quella degli altri oggetti esterni o come quella delle sensazioni spaziali, una SPAZIALITÀ DI POSIZIONE, ma una SPAZIALITÀ DI SITUAZIONE”.

Una spazialità di posizione è astratta perché prescinde dai legami “situazionali” in cui il corpo interagisce con ciò che lo circonda su molteplici dimensioni: di distanza relazionale, di relazione affettiva, di potenzialità di azione, di tempo di azione, di linguaggio ecc. Il corpo in questo senso non è mai “nella posizione”, ma è sempre presso altro, nelle possibilità di interazione con ciò che lo circonda. Solo nella interazione della situazione in cui il corpo è immerso emerge una posizione, non viceversa.

Da questo modo di vedere si desume una cosa molto importante: non sono le posizioni dei corpi in campo (ruoli) che determinano dei comportamenti, ma sono i comportamenti dei corpi in situazione che fanno emergere dei ruoli.

Quando alleniamo solo “per posizioni”, quando alleniamo preoccupandoci del “singolo corpo” slegato delle interazioni presenti nelle situazioni, stiamo astraendo dal gioco, stiamo trattando i corpi come mere cose.

E quando in gioco si considerano concetti come volume del corpo del giocatore o densità di di giocatori, essi non vanno trattati in maniera “posizionale”. Il volume è, al contrario, “dove-posso-arrivare” con l’ azione, e la densità dei giocatori deve tenere conto degli spazi vuoti, è apparente e mai assoluta.

Questo ha una implicazione molto importante. Il corpo concretamente considerato (non in astratto), il CORPO in SITUAZIONE, interagisce sempre con qualcosa come un NON-SPAZIO (il vuoto della densità, il contorno del volume posizionalmente considerato). Questi non-spazi possono rappresentare delle barriere molto reali, zone dove si annida il freno della paura. La paura di attraversare: attraversare la densità con un passaggio filtrante, il volume con un dribbling per esempio. Ma sono anche quei non-luoghi dove avviene concretamente la possibilità d’azione, il miglioramento, l’agire oltre.

Prendiamo ora le scelte riflesse di gioco, quelle immediate (che secondo Libet avvengono all’ombra della consapevolezza). Esse non sono mai cieche. Non sono mai pienamente “oggettive”, ma nemmeno completamente padroneggiate dal soggetto.

Scrive Merleau Ponty: “𝐺𝑙𝑖 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑖 𝑟𝑖𝑓𝑙𝑒𝑠𝑠𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑚𝑎𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑐𝑒𝑠𝑠𝑖 𝑐𝑖𝑒𝑐ℎ𝑖, 𝑚𝑎 𝑠𝑖 𝑎𝑑𝑒𝑔𝑢𝑎𝑛𝑜 𝑎𝑑 𝑢𝑛 “𝑠𝑒𝑛𝑠𝑜” 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑖𝑡𝑢𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑒𝑠𝑝𝑟𝑖𝑚𝑜𝑛𝑜 𝑡𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑖𝑙 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑜 𝑜𝑟𝑖𝑒𝑛𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑣𝑒𝑟𝑠𝑜 𝑢𝑛 “𝑎𝑚𝑏𝑖𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜”, 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑙’𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝑎𝑚𝑏𝑖𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑔𝑒𝑜𝑔𝑟𝑎𝑓𝑖𝑐𝑜 𝑠𝑢 𝑑𝑖 𝑛𝑜𝑖”.

Le scelte di gioco non sono dettate solo dagli stimoli parziali e contestuali che cambiano di volta in volta: esse sono fatte valere ed esistere per l’organismo, per il corpo; esse si adeguano al senso del 𝐜𝐨𝐫𝐩𝐨-𝐢𝐧-𝐬𝐢𝐭𝐮𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞.

E’ il corpo vivente che investe gli stimoli parziali e discreti di senso che non hanno come agenti fisici, ma che hanno solo in quanto situazione.

𝐼𝑙 𝑟𝑖𝑓𝑙𝑒𝑠𝑠𝑜 (𝑖𝑛 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑠𝑖 𝑎𝑝𝑟𝑒 𝑎𝑙 𝑠𝑒𝑛𝑠𝑜 𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑖𝑡𝑢𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒) 𝑒 𝑙𝑎 𝑝𝑒𝑟𝑐𝑒𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 (𝑖𝑛 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑡𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑝𝑜𝑛𝑒 𝑝𝑟𝑒𝑙𝑖𝑚𝑖𝑛𝑎𝑟𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑢𝑛 𝑜𝑔𝑔𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑒𝑑 𝑒́ 𝑢𝑛𝑎 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑛𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑜 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑡𝑜𝑡𝑎𝑙𝑒) 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑢𝑛𝑎 𝑚𝑜𝑑𝑎𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑣𝑒𝑑𝑢𝑡𝑎 𝑝𝑟𝑒𝑜𝑔𝑔𝑒𝑡𝑡𝑖𝑣𝑎, 𝑙𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑒 𝑒́ 𝑐𝑖𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑐ℎ𝑖𝑎𝑚𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑙’𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑎𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜”.

La percezione e l’atto di risposta che determina una scelta non sono pura passività, nemmeno attività volontaria, ma una “𝒗𝒆𝒅𝒖𝒕𝒂 𝒑𝒓𝒆-𝒐𝒈𝒈𝒆𝒕𝒕𝒊𝒗𝒂” che esprime il senso del corpo che si esprime nel gioco. Le scelte di gioco non sono cioè oggetti di conoscenza, cose, ma scambi di corpo e mondo. Di esse non possiamo avere conoscenza, ma possiamo interagire con il loro senso.

Alias: non ci sono scelte giuste, ci sono scelte che hanno senso per me, per te, per noi…

Le scelte di gioco non sono atti volontari di coscienza, nemmeno una somma di riflessi dell’ambiente, sono una “veduta pre-oggettiva”, “𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐞𝐫𝐭𝐚 𝐞𝐧𝐞𝐫𝐠𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐮𝐥𝐬𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚”, del corpo vivente, del corpo-in-gioco che interagisce col mondo.

Questo spazio non oggettivo e non soggettivo è uno spazio fenomenologico, è uno spazio di interazione. Uno spazio di scambio tra il corpo vivente e l’ambiente di gioco.

Complessità nella complessità, rumore nel rumore. A volte, risonanza sublime. 

 

 

Credit Immagine: https://pixabay.com

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About Author

Tommy Dal Santo

Tommy Dal Santo, nato a Schio (VI) il 14/03/1985. Laurea magistrale in Filosofia, Master in Sport Business Strategies. Allenatore UEFA C-LR Vicenza Virtus. Filosoficamente curioso, sportivamente appassionato, poeticamente fuoriluogo e fuoritempo. www.tommydalsanto.com

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