“FootSofia”: Viaggio nella Complessità del Gioco – Metafora – di Tommy Dal Santo

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“FootSofia”: Viaggio nella Complessità del Gioco – Metafora

Si dice che nel calcio non si inventa nulla e in fondo, ad eccezione di periodiche novità regolamentari, esso rimane pur sempre quell’affascinante gioco dove alla fine conta fare un goal più dell’avversario, dove si avvicendano strategie offensive e difensive (con corsi e ricorsi storici), dove l’exploit del talento e del campione fanno sempre la differenza e mandano in visibilio lo spettatore. Eppure, intorno a questo nucleo essenziale imperituro, a questo sostrato quasi antropologico e stabile, avvengono continuamente cambiamenti frenetici: nella velocità del gioco e quindi nella concezione di spazio e tempo, nei modelli stessi, di sviluppo del gioco e di allenamento, nelle metodologie e negli apporti di altre discipline, nei gesti tecnici o nei parametri fisico-atletici considerati rilevanti, nella tattica ecc.

Attorno a quel nucleo affascinante ruota insomma l’evoluzione del gioco stesso che lo fa essere sì sempre lo stesso gioco ammagliante, ma al contempo sempre diverso. Anzi la curva di accelerazione evolutiva del cambiamento sembra impennarsi sempre di più, la novità e l’originalità sono all’ordine del giorno e non puoi permetterti di non stare al passo con i tempi.

La costruzione dal basso di ieri con i centrali aperti e il mediano che scende in mezzo a loro, per dirne una, sembra oggi già acqua passata. Il gioco è insomma un sistema dinamico che accade – per fortuna – sempre di nuovo e in modo diverso e inaspettato.

Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada lì ricomincia la storia del calcio” sintetizzava poeticamente Luis Borges.

Sempre di più ci rendiamo conto che muoversi nel mondo del pallone è allora muoversi in un sistema complesso.

A proposito della complessità scrive Angelique Keene: «Lo spazio della complessità è quello stato che il sistema occupa e che si trova tra ordine e caos. È uno stato che abbraccia il paradosso; uno stato in cui l’ordine e il disordine convivono simultaneamente. È anche lo stato in cui il sistema può realizzare ed esplorare il massimo in quanto a creatività e possibilità diverse.»

Come allenatori cerchiamo continuamente di dare ordine a qualcosa che poi ci scompagina e ci smentisce con l’imprevisto: un piano di gioco buttato all’aria in tre minuti, il gesto di un  giocatore che sbugiarda la nostra aspettativa di giocata, o appunto, le nostre credenze di ieri che non sono più pregnanti oggi. Tra ordine e caos ci muoviamo insomma in equilibrio precario e dinamico. Eppure la complessità è una risorsa che non ci limita, ma ci arricchisce. Perché se è forse vero che nel calcio non si inventa nulla, è anche vero che noi possiamo avventurarci ed essere protagonisti del viaggio della sua evoluzione.

Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”, scrive Proust.

Il viaggio di avventura è sempre una buona metafora. Di quelle che ci appartengono in quanto uomini, se è vero che riempie da sempre le nostre narrazioni (L’Odissea di Omero, La Divina Commedia di Dante, Moby Dick di Melville, Cuore di tenebra di Conrad tanto per citarne alcune). Una buona metafora ha il potere di trasportare, condurre, guidare il pensiero verso altri lidi. Anche il viaggio nella complessità del calcio può essere visto come un’avventura che si snoda tra ordine e caos. Una metafora che  possiamo vedere nel percorso di apprendimento dei nostri giocatori, o anche nel nostro stesso apprendimento di allenatori.

Per muoversi nella complessità è necessario abbandonare qualche certezza. Disporsi all’in-aspettato che il futuro riserva: le decisioni in un sistema complesso possono infatti essere il frutto di modelli esistenti, spesso fondati su abitudini o assunti di base, oppure il frutto di insight e nuove azioni. Nel primo caso però il rischio è di muoversi non troppo distanti dal nostro campo base, in quella confort zone delle certezze acquisite che però è spesso anche quella dei vincoli che ci portiamo appresso e delle nostre limitazioni personali: in un sistema dinamico che si evolve e cambia continuamente, l’isola non è sicura, ma può essere continuamente preda delle incursioni del Caos, la cui idea, come scrive il filosofo Edgar Morin “si accompagna al ribollire, al fiammeggiare, alla turbolenza”; flutti, incendi, uragani minano continuamente il campo base perché il disordine non è confinato all’esterno, pervade continuamente il territorio: concretamente, le certezze di un giocatore possono essere minate da un cambio di ruolo, o l’approccio a una nuova categoria l’idea di gioco del tecnico. Oppure pensiamo a come le incursioni della vita personale penetrano e influenzano ciò che avviene dentro al campo di gara.

Per avventurarsi fuori dalla zona di confort è allora necessario un piccolo passo nell’incertezza, oltre la (naturale) paura di fallire. “Se un uomo parte con delle certezze finirà con dei dubbi; ma se si accontenta di iniziare con qualche dubbio, arriverà alla fine a qualche certezzadiceva Bacone.

I principi di gioco, primi orientamenti dinamici d’ordine (non vincoli di pensiero, schemi), temporanee certezze, stimoli per orientarsi nella complessità del gioco che potrebbero per esempio favorire nuovi insight. Ipotesi fallibili. Poiché l’apprendimento non avviene dal principio, ma dalla perturbazione del principio stesso, cioè dal suo confronto con l’esperienza complessa del gioco. Esso è solo uno strumento per esplorare il gioco, che invita all’esperienza e all’adattamento del calciatore. Sono l’esperienza e l’adattamento ai territori inesplorati del gioco che contano, che definiscono e ridefiniscono principi (dinamici) d’ordine, che possono creare quel corso di fiducia ed emozioni positive volano dell’apprendimento.

Stimolare questo cammino, questo percorso è il nostro compito: creare ambienti complessi, sull’orlo del caos, che stimolino nuove esplorazioni del gioco e consentano di “sperimentarsi” e di mettersi in gioco. Che sono fatti, questi ambienti, anche di ostacoli, di montagne da scalare. Ha detto bene Thomas Tuchel in una intervista: «Le persone di talento sono brave a risolvere i problemi, e se dovessi tornare ad essere un allenatore dei giovani ora, una cosa che direi ai giovani allenatori è che rendano la vita dei loro talenti il ​​più difficile possibile. Perché superare gli ostacoli è la cosa più importante per i giocatori di talento».

Al di la del talento o meno, superare gli ostacoli, salire, fa guadagnare prospettive. Prospettive sul gioco. E quando hai prospettiva, puoi avere desiderio e immaginazione. Il desiderio come la spinta a guardare più lontano, l’immaginazione come la capacità di vedere e creare qualcosa che non esiste. L’immaginazione e il desiderio, nel mare delle possibilità.

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About Author

Tommy Dal Santo

Tommy Dal Santo, nato a Schio (VI) il 14/03/1985. Laurea magistrale in Filosofia, Master in Sport Business Strategies. Allenatore UEFA C-LR Vicenza Virtus. Filosoficamente curioso, sportivamente appassionato, poeticamente fuoriluogo e fuoritempo. www.tommydalsanto.com

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