Super Tele: “River – Boca, Vida o Muerte” – di Francesco Marcon

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Super Tele: “River – Boca, Vida o Muerte”

La domenica alla Boca è una festa senza requie, quando gioca il Club Atlético Boca Juniors tutto il quartiere diventa un’onda gialloblu, che salta, canta, beve e schiamazza in ogni strada nei dintorni della Bombonera.

Le griglie roventi disegnano tracce nell’aria e invitano al cammino verso il primo choripan disponibile, il panino da strada che grazie all’inconfondibile salsa chimichurri chiama a una birra condivisa insieme agli altri tifosi. I cori cominciano molte ore prima di entrare allo stadio, come un’invocazione, una preghiera, la nenia del rosario ripetuta per invocare la benedizione degli dei del calcio.

Se è così di domenica, alla Boca – che prima di un barrio popolare dove si riversano oggi turisti da tutto il mondo, è stata nella sua storia una vera e propria República – chissà come sarà l’atmosfera sabato, all’alba del giorno più importante di sempre nella leggendaria storia di uno dei club calcistici più famosi di tutto il mondo.

Fra l’orbita della gloria eterna del futbol mondiale e le viscere profonde dentro alle quali scomparire rimane solo l’ultimo atto della finale di ritorno della Copa Libertadores – la Champions sudamericana – che si gioca contro gli odiati vicini del River Plate.

Al Monumental il River parte con il piccolo grande vantaggio di giocare in casa l’atto conclusivo, ma in questo caso i gol in trasferta non valgono doppio quindi dopo il 2-2 dell’andata ogni scenario è plausibile, anche quello di eventuali interminabili supplementari.

Novanta minuti mistici, tesi e irripetibili consegneranno ai posteri non solo il vincitore del trofeo più importante delle Americhe ma semplicemente fama imperitura scolpita nella leggenda del calcio argentino o la notte più buia in assoluto da quando esiste il calcio in questo Paese.

Il fatto che per l’ultimo atto del torneo con la formula classica di andata e ritorno – dall’anno prossimo infatti il format cambia e la finale sarà in gara unica – siano di fronte Boca e River sembra davvero scritto dalla penna omerica di qualche romanziere appassionato di pallone.

Per la coppa più importante, la sfida più famosa.

Chi vince gode per sempre, chi perde non potrà più nemmeno parlare di calcio da queste parti.

Poco più di sedici chilometri separano lo stadio Alberto José Armando, maggiormente noto come la Bombonera per la sua forma che rimanda a una scatola di cioccolatini, dallo stadio Monumental del quartiere Belgrano, nei pressi del Rio de la Plata.

Ci sarà tutto il mondo appassionato, collegato dentro allo stadio del River sabato sera. E chissà quanti respiri, ansie, sogni e paure spingeranno il pullman dei giocatori del Boca a giocarsi la finalissima in casa degli acerrimi rivali senza alcun sostenitore. La Doce, il numero 12, è la culla del tifo boquense, fra i cui meandri si nascondono storie di droga, racket e omicidi.

La leggenda della 12, che come un dodicesimo giocatore spinge i suoi eroi nell’arena domenicale, nasce negli anni Venti quando il Boca diventò la prima squadra argentina ad effettuare un tour in Europa – all’epoca decisamente molto costoso – sponsorizzato per buona parte dal signor Caffarena, unico e molto benestante tifoso al seguito della squadra che seguì il team per oltre tre mesi pagandosi tutte le spese e contribuendo economicamente alla tournée della squadra, diventando a tutti gli effetti “il dodicesimo uomo”.

Oggi la storia dei tifosi delle squadre argentine spesso è purtroppo molto diversa. Debito pubblico, pesanti problemi finanziari, corruzione e tanti drammi invadono la vita quotidiana, con i viaggi in trasferta interdetti ai supporter ospiti dopo le numerose e pesanti violenze scatenatesi negli ultimi anni.

Ogni problema, ogni difficoltà, qualsiasi bisogno scomparirà però dalla testa degli abitanti di Buenos Aires sabato pomeriggio, nelle ore precedenti la sfida fra River e Boca.

Se un derby è come Pasqua e Natale, qui siamo di fronte a grazia o pena per i secoli dei secoli.

È semplicemente la finale delle finali, una di quelle partite da far vedere al primo alieno che si catapulti dallo spazio sulla Terra e chieda che cosa sia il calcio.

Madonne, amuleti, sortilegi e riti di ogni genere saranno adorati e celebrati durante le ore precedenti la partita, mescolando ai cori più famosi orazioni e suppliche, promesse da marinaio e inevitabili scongiuri.

Oltre al choripan, numerosi asados saranno cucinati in compagnia per vivere questa epica sfida. Nei bar, scorte di Quilmes a parte, già si stoccano le casse di Fernet Branca per preparare gli inevitabili Fernando – il tipico drink di queste parti che mescola Fernet a Coca-Cola –  che accompagneranno la visione del match in televisione.

Un bambino tifoso del River ha iniziato a vendere i suoi giocattoli da giorni per guadagnarsi i soldi che gli permetterebbero di comprare il tanto agognato biglietto, qualche adulto più prosaico invece ha già pensato a rivenderlo a cifre monstre con almeno quattro zeri.

Quando ho avuto la fortuna di viaggiare in Argentina un paio di anni fa ho visto scooter impazzare con bandiere al vento e sentito clacson strombazzare a migliaia di chilometri di distanza da Buenos Aires per festeggiare la vittoria – del Boca quella volta –  nel Clasico. E in ogni posto sperduto, fosse perso fra la pampa patagonica o in fondo fra le grinfie della Tierra del Fuego, ho sempre incontrato qualcuno – di qualsiasi età, uomo o donna –  disposto a fare due chiacchiere sul pallone, a professarsi tifoso del Boca o del River, a parlare di calcio italiano e tifo.

Passione, immaginazione, fantasia e identità sono tutte le emozioni che ho sentito e le cui briciole ancora mi porto in tasca da quegli scampoli di colloqui dall’altra parte del mondo.

A quelle latitudini il calcio più che un gioco è un’essenza, una possibilità di riscatto, una fiamma che brucia, che scalda e ferisce.

Per questo l’ennesima puntata della sfida fra River e Boca, fra Millonarios e Xeneizes, spalanca la porta a una interminabile e indimenticabile giornata che racchiude mistero e tensioni, miracoli e fallimenti, pallonetti ed entrate killer, splendori e miserie, speranze e drammi.

Solo chi è nato lì può capire davvero cosa significa, solo chi vive lì potrà conoscere cosa succederà dopo che la partita sarà finita e l’arbitro avrà fischiato tre volte.

 

Credit Immagine: https://it.eurosport.com/calcio/copa-libertadores/2018/boca-juniors-river-plate-atto-finale-e-gia-la-sfida-del-secolo_sto6996038/story.shtml

 

 

 

 

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About Author

Francesco Marcon

Mi chiamo Francesco, sono nato nel 1983 ed abito a Padova. Mi occupo di vendite e marketing nel settore immobiliare dopo essermi laureato in Scienze della Comunicazione. Ho ultimato un Master in Social Media Marketing a Milano e da quest’anno sono in possesso del patentino Uefa B. Questa stagione alleno i Giovanissimi Sperimentali 2005 del Tombolo Vigontina San Paolo. Adoro il calcio in tutte le sue forme per la forza inarrestabile dei sogni che continua a tramandare.

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