Lo sviluppo nel tempo della zona in Italia

In principio era Amaral. Anzi no. In principio era Sconcerti.

Perché Sconcerti nel suo saggio Storia del gol (un testo che dovrebbe essere studiato ai corsi per allenatori) spiega che la zona è ciò che viene naturale a chi gioca a calcio. L’esempio portato è di un gruppo di ragazzini che si trovano e improvvisano una partita in piazza o sulla spiaggia: a tutti viene naturale di schierarsi per coprire le posizioni, non di spartirsi gli avversari da rincorrere. E l’assunto è corretto nella sua estrema semplicità.

Poi c’è Amaral, perché la zona in Italia l’ha portata lui per primo; senza seguito, conseguenze e polemiche, ma è stato il primo. Nel 1962, dopo la doppietta del Brasile ai mondiali, la Juventus di Catella ne ingaggia il preparatore atletico, un omone con la testa rasata che ha fatto brillare i carioca con un lavoro a secco massacrante, e, oltre alle tabelle fisiche, si porta dal sud America due novità: il mezzo sistema (ossia il 4-2-4, che a Torino non è invenzione di Antonio Conte) e la zona appunto: quattro difensori in linea schierati abbastanza alti e che non tengono marcature fisse (almeno di base), ma marcano di volta in volta l’attaccante o l’ala che scende in quella posizione.

La Juve stecca le prime gare ma poi recupera, segna abbastanza e la difesa, per quanto alta e spesso presa in mezzo alle triangolazioni degli avversari, non subisce molti gol: secondo posto, Coppa delle Fiere e un leggero calo fisico nel girone di ritorno. L’esperimento tuttavia finisce qui e nessuno ricorderà quel campionato per la prima difesa a zona ma al massimo per il super-bidone milanista Germano dos Sales, antesignano dell’ “uragano azzurro” Fabio Junior.

Ma la zona esattamente che cos’è? Hanno ragione Alberto Zaccheroni e Adriano Cadregari quando spiegano che non si gioca a zona ma si difende a zona?

In teoria sì, perché la differenza tra la marcatura a zona e la marcatura a uomo è che nella prima i difensori tengono una posizione e marcano (o quanto meno affrontano) gli avversari che in quella posizione si trovano, mentre nella seconda ciascun difensore ha un avversario fisso e deve marcare lui e solo lui. Concretamente no, perché in Italia per lo meno (ma non solo, basti pensare all’Argentina di Carlos Bilardo), prima dell’avvento problematico della zona di cui si dirà, giocare a uomo non significava che ogni difensore avesse in consegna un attaccante avversario, ma che ogni giocatore fosse responsabile di un avversario.

In Italia, dagli anni ’50 ai primi anni ’80, si marca a uomo a tutto campo. Ciò ha dei vantaggi, come la formazione dei migliori difensori e dei migliori marcatori del mondo, da Facchetti a Bergomi, da Spinosi a Cabrini; ma anche degli svantaggi, perché se la differenza tecnica (e tattica) tra il marcatore e il marcato è troppo elevata, uno dei due rischia di passare una brutta domenica.