Le Emozioni non ti mentiranno mai

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Le Emozioni non ti mentiranno mai

– analfabetismo emotivo e verbale –

Con analfabetismo emotivo si fa riferimento alla mancanza di consapevolezza del controllo delle proprie emozioni e dei comportamenti ad esse associati. La mancanza di consapevolezza delle ragioni per le quali si prova una certa emozione. L’incapacità a relazionarsi con le emozioni altrui – non riconosciute e comprese – e coi comportamenti che da esse scaturiscono.

Mentre scrivo queste prime righe non so di preciso dove mi condurranno, ma so però, che questi mesi di quarantena e di didattica a distanza (affrontati con due istituti superiori) mi hanno dato modo di riflettere a lungo sul rapporto e le emozioni tra educatore-allievo.

Il tutto parte da alcune considerazioni che – allenando per 6 delle ultime 7 stagioni nella categoria Giovanissimi – mi portano inevitabilmente e, ancora una volta, a parlare di settore giovanile e adolescenti. In questi mesi di lockdown ho cercato di andare il più a fondo possibile, interrogando il pensiero di colleghi ed ex giocatori (alcuni oggi ventenni o più) che ho avuto il piacere di allenare nel mio percorso da allenatore.

Sono quel tipo di persona che si pone quasi sempre “troppe domande”, che vuol cercare di trovare un senso a risposte che un senso forse non ce l’hanno (…).

Sono partito dal riflettere sui nostri post-partita (affrontati nei minuti precedenti l’inizio dell’allenamento del lunedì), nei quali sono solito chiedere ai ragazzi le loro impressioni sulla partita giocata il giorno precedente. Ben consapevole delle difficoltà comunicative dei ragazzi (soprattutto verbali in questo senso), soprattutto in questa fascia d’età, mi limito sempre ad annuire per l’intervento (quasi in segno di ringraziamento), non permettendo a nessun compagno di GIUDICARE il pensiero di chi ha appena voluto “uscire allo scoperto”. In questi momenti cerco di mettermi nei panni dell’elemento più timido che, prendendo la parola con coraggio, potrebbe risentirsi o venir ulteriormente frenato dallo scherno dei compagni, per un pensiero magari semplicemente diverso dall’opinione comune o espresso in “malo modo”.

Questa premessa – che potrebbe risultare quasi banale – mi permette di introdurre il primo problema: gli adolescenti, oggi, faticano ad esprimersi, o almeno, senz’altro a parole! Nelle ultime stagioni ho infatti sempre constatato enormi difficoltà, sia che si tratti di un confronto a quattrocchi, sia per quanto riguarda il cercare di esprimere le proprie opinioni davanti al gruppo. Un pensiero che sia quanto meno articolato e che vada oltre ai soliti: “abbiamo giocato bene! La penso come lui! Non so! Non saprei“, è merce rara…

Pur cercando di creare un’ambiente in cui ognuno possa sentirsi LIBERO di esprimere le proprie idee, a prescindere dalla squadra, sono sempre i “soliti” 2-3 a prendere la parola; gli stessi che riescono a trasferire la loro forte personalità anche nella complessità del gioco.

[..] si potrebbe cominciare a discutere di un’educazione basata su criteri diversi, dove le emozioni e le relazioni affettive possono funzionare non come limite ma come catalizzatore delle capacità individuali.

(Paolo Crepet, “Non siamo capaci di ascoltarli”, Riflessioni sull’infanzia e l’adolescenza. Editore Einaudi)

Ciò che mi chiedo e non comprendo è se sia un problema di timidezza, di un essere particolarmente introversi (se fosse questa la risposta vorrebbe però dire che il 90% dei giocatori sono introversi!), o se quei silenzi nascondano una qualche sorta di difficoltà, fino ad arrivare ad una paradossale pigrizia: “non c’ho nemmeno voglia e tempo di pensarci“.

Uno dei momenti che ricorderò con maggior fastidio (purtroppo in questo caso non trovo altre parole se non FASTIDIO) di questa stagione fu quando, durante un question-time in allenamento, interruppi il gioco per invitare la squadra a trovare alcune possibili soluzioni ai problemi che emergevano nell’esercitazione. Ricordo che un paio di ragazzi (u14) risposero con un secco: “BOH“. Partendo dal presupposto che non si stava parlando di fisica nucleare, com’è possibile non avere mai nulla di propositivo da dire (partendo tra l’altro dal presupposto che, come dico sempre loro, non c’è una risposta giusta o sbagliata, ci sono le proprie opinioni, che vanno rispettate dal resto del gruppo)?

Durante questa quarantena, dopo un paio di mesi che seguivo i ragazzi nell’allenamento a casa, ho deciso di organizzare una video chiamata per radunarci e raccontarci su come ce la stavamo passando. Essendo in questo lasso di tempo impegnato nella didattica a distanza (DAD), sono arrivato all’appuntamento piuttosto consapevole di cosa mi aspettasse…

L’incontro, durato circa un’ora, a mio avviso è servito davvero a poco, se non ad avere delle conferme: parole tirate fuori col contagocce, risposte monosillabe (sì, no, boh – ci risiamo -), altri che ripetono come un pappagallo la risposta del compagno precedente, fino alla domanda che più mi ha spiazzato: “beh, immagino stiate continuando a sentirvi tra di voi…”. “No mister, Giovanni ha smesso di scrivere sul gruppo, quindi nessuno scrive più nulla”.

DEVASTANTE!

[..] altre componenti del processo maturativo hanno subito un forte rallentamento. Si guardi alla maturità sociale, ovvero alla capacità di un giovane di assumersi responsabilità nei proprio e altrui confronti.

(Paolo Crepet, “Non siamo capaci di ascoltarli”, Riflessioni sull’infanzia e l’adolescenza. Editore Einaudi)

Questa tremenda scoperta mi fornisce l’assist perfetto per introdurmi ad un’altra constatazione a cui sono giunto in questi mesi: a quasi un anno di distanza dal termine della stagione precedente, in cui ho lasciato un gruppo di ragazzi allenati per un biennio, nessuno di questi mi ha mai scritto un semplice messaggio che non fosse di circostanza (Natale, Pasqua, compleanno). La cosa che mi ha dato maggiormente da pensare è che non l’abbiano fatto nemmeno quegli elementi coi quali pensavo di aver legato di più.

Spinto dalla curiosità di comprenderne i motivi e di non fermarmi all’apparenza, ho cominciato a scorrere la mia rubrica, riallacciando i contatti con tutti quei giocatori coi quali, nelle stagioni precedenti, sentivo di aver instaurato un legame più forte (credo sia difficile sostenere di riuscire a legare con tutti in ugual misura, seppur questo non precluda di trattare tutti col medesimo rispetto e merito).

Le risposte di chi oggi ha 15 anni non si discostano di molto. La sostanza è: “volevo scriverti, ma sono troppo impegnato, compiti, calcio e via dicendo. Tra impegni vari e il resto non ci siamo più sentiti“.

Andando a ritroso coi vari ragazzi che ho allenato, sono giunto a chi oggi ha vent’anni o addirittura venticinque, coi quali, per un motivo o per un altro, abbiamo trascorso stagioni indimenticabili sotto tanti punti di vista.

Ciò che traspare da quest’ultimi confronti è senz’altro una maggior maturità (direi naturale, se confrontata all’età dei ragazzi che ho allenato in questi ultimi due anni – dai 13-15 anni), ma non solo…

Ecco alcuni pensieri espressi da alcuni miei ex giocatori:

“Diamo troppe cose per scontate. Piano piano abbiamo cominciato a staccarci dal gruppo pure tra di noi (dopo aver condiviso con tanti tutto il percorso nel settore giovanile). Manca quell’input da parte di noi ragazzi per poter dire: scrivo a quella persona. Il fatto che prima ci vedessimo sempre sul campo e ora la distanza ci abbia divisi, implica una difficoltà a mantenere vivi i legami per telefono; non è la stessa cosa che poterlo fare parlando. Siamo una generazione social che, paradossalmente, invece di facilitarci il sentirsi, ci allontana ancor di più. Perché vediamo una foto sui social e diamo per scontato che vada tutto bene”.

Non tutti vedono le relazioni allo stesso modo, per cui c’è chi vede il rapporto allenatore-giocatore come professionale, paterno o fraterno; poi dipende molto dal proprio carattere. Potrebbe essere anche legato al nuovo allenatore. Si fa fatica ad accettare un nuovo allenatore se si rimane legati molto al precedente. Quando un allenatore se ne va c’è magari chi la vive come un abbondano, chi non si sente in dovere di farsi sentire – perché pensa lo debba fare tu – chi non lo ritiene “professionale” perché pensa di disturbarti, e chi sa che i rapporti di questo tipo vanno e vengono.”

“Nel rapporto tra giocatore e mister secondo me c’è sempre un po’ di distanza per una questione di rispetto e di ruoli; è un po’ come a scuola, con l’alunno e il professore. Quindi questa cosa a mio parere potrebbe portare a questo distanziamento. Una spiegazione che posso darti per mantenere i rapporti è quella di riuscire a creare un legame più forte durante l’anno, facendo in modo di trasmettere ai ragazzi il non farsi guardare o giudicare come mister, ma riuscire ad interagire come “amico”, ovviamente sempre con rispetto. Infine, essendo il mister una persona più grande di noi, a fine anno quando finisce tutto, magari ci si aspetta delle iniziative anche da parte del mister, come ad esempio che sia tu a scrivergli, perché difficilmente trovi quel ragazzo che prenda l’iniziativa, in qualunque modo siano andati i rapporti”.

Riva (2010) ha sottolineato come un eccessivo uso delle piattaforme social possa favorire il disinteresse emotivo dei soggetti legato ad un loro deficit di lettura delle emozioni altrui. Comunicando tramite un post, una foto, un link, una notifica, ecc. la mancanza del corpo toglie tutta una serie di informazioni presenti nell’interazione face-to-face.

Come si può intuire, le motivazioni per cui vengano a scemare buona parte dei legami tra giocatore e allenatore possono essere diverse. Se pur possa sembrare quasi “fisiologico”, non posso non provare un velo di nostalgia. Sarà che per me i legami valgono molto, più di qualche coppa che ben presto finirà per riempirsi di polvere sotto scala. Di alcune stagioni che si potrebbero giudicare “negative” in termini di risultati (per quel che possono valere nel settore giovanile), conservo alcune delle miei amicizie migliori: allenatori e staff coi quali tutt’oggi mi sento assiduamente e che mai avrei potuto conoscere se non grazie ad un campo di calcio.

Non so se questo dipenda da una maggiore età degli interpreti o da una diversa educazione emotiva ricevuta ma, personalmente, conosco il valore dei legami e la loro importanza.

Rafael Bisquerra, parlando di alfabetizzazione emotiva, la definisce come quel processo educativo continuo e permanente che mira a promuovere lo sviluppo emotivo come un complemento indispensabile dello sviluppo cognitivo (entrambi rappresentano due elementi essenziali dello sviluppo della personalità completa).”

C’è dunque da chiedersi: come possiamo reinventarci una pedagogia in grado di indurre la capacità di sentire le emozioni, di farsi coinvolgere dalle passioni senza temerle come fossero un terreno infido e pericoloso? L’alfabetizzazione delle emozioni non può che partire dalla piena riacquisizione di tutti i nostri sensi. La famiglia e la scuola devono aiutare il bambino a prendere possesso di questa sua enorme potenzialità, troppo spesso inibita e rimossa.

(Paolo Crepet, “Non siamo capaci di ascoltarli”, Riflessioni sull’infanzia e l’adolescenza. Editore Einaudi)

Se c’è un qualcosa di cui poi mi sono accorto in questi mesi di Didattica a Distanza, è come gli adolescenti stiano attraversando una fase molto complicata. Nelle mie ore – scienze motorie e sportive – ho preferito improntare le video-lezioni in un modo “diverso-alternativo”, non da insegnante, bensì da moderatore…

Con una pandemia fuori dalla porta di casa, ho preferito dare meno rilievo ai programmi ministeriali (non mi vergogno a dirlo) per cercare di favorire il dialogo e il dibattito su tematiche che credo meritino maggior attenzione; come ad esempio il perché i giovani abbandonino lo sport, a quali siano secondo loro le caratteristiche di un bravo allenatore o insegnante (ci siamo accorti di come le similitudini siano davvero numerosissime), la scoperta di sé e delle proprie passioni, di come la scuola andrebbe riformata seguendo le loro predisposizioni e infine, proprio sulle difficoltà emotive e comunicative.

Messaggio ricevuto da una studentessa durante la DAD

Quello che ne è emerso è un quadro della situazione di cui noi tutti (genitori, educatori, insegnanti, allenatori, ecc.) dovremmo certamente preoccuparci. Ragazzi che faticano a prendere la parola o ad esprimere i propri pensieri per il timore di essere giudicati dai compagni. Altri, con voti altissimi in tutte la materie che, nell’incredulità dei compagni, raccontano delle proprie paure prima di ogni interrogazione o per l’imminente futuro universitario e lavorativo. Altri ancora, non si sentono ascoltati e capiti, denunciando una scarsa fiducia generale nei confronti degli insegnanti e della scuola. Infine, alcune piacevolissime sorprese. Alunni/e che lezione dopo lezione, spinti dal bisogno semplicemente di parlare, mi hanno permesso di scoprirli e conoscerli come non avrei mai immaginato; a tal proposito mi hanno colpito le parole di due ragazze di prima, che hanno raccontato del perché questo periodo di quarantena sia stato particolarmente difficile: la loro necessità di comunicare non trovava sbocchi nell’ambiente familiare.

Se è vero che come per tante cose dipende dal carattere di ogni individuo – probabilmente è il concetto che ho sentito ripetere con più frequenza in questi mesi – la percezione che ne ho colto è di un malessere generale e profondo.

Tralasciando il ruolo importantissimo che dovrebbe avere la scuola in tal senso (ne parlerò se mai in un altro articolo), è ormai innegabile il disagio che gli adolescenti oggi vivono: non considerando l’altro, non considerano nemmeno se stessi...

Ancora implicito è per molti giovani – ma sempre più consapevole, se li si ascolta da vicino – il bisogno di un’educazione sentimentale: a servire non sono corsi di educazione sessuale – inutili – ma percorsi di esplorazione e accompagnamento, situazioni in cui uomini e donne adulti, responsabili e appassionati, siano capaci di educare ragazzi e ragazze all’importanza delle relazioni affettive.

(Paolo Crepet, “Non siamo capaci di ascoltarli”, Riflessioni sull’infanzia e l’adolescenza. Editore Einaudi)

 

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About Author

Diego Franzoso

Franzoso Diego, nato a Rovigo il 15/04/1983. Laurea Magistrale in Scienze e Tecniche dell'Attività Motoria Preventiva e Adattata. Allenatore UEFA B e Istruttore CONI-FIGC. Attualmente allenatore dei Giovanissimi Regionali dell'Hellas Verona.