L’intervista: Alex Ostojic, mentalità e determinazione!
Dopo il discreto successo della prima intervista realizzata a Giammarco Scapin, ho pensato di proseguire intervistando un ragazzo che ho avuto il piacere di allenare per ben tre stagioni e che fin dall’U14 faceva intravedere che il cavallo su cui scommettere, alla fine della corsa, molto probabilmente sarebbe stato proprio lui: Alex Ostojic, data di nascita 13/05/2000.
Molti di voi hanno imparato a conoscerlo indirettamente, quando, nel 2013/14, montavo i primi video di Ideacalcio e Osto, come tutti l’abbiamo sempre chiamato, si faceva sempre notare soprattutto nelle “famose progressioni sulla fase difensiva“. Nato in Italia da mamma croata e papà bosniaco, vorrei poter dire con certezza che nasce come esterno di difesa ma, nel corso delle tre stagioni passate assieme (U14, U15, U17), ha messo a segno oltre 70 gol (sono fermo a 72, purtroppo ho perso i dati di amichevoli e tornei in U14)…sì, avete capito bene, oltre 70 gol in tre stagioni, giocando la maggior parte delle gare come terzino. Capocannoniere in U14, vicecapocannoniere in U15 e capocannoniere in U17, da esterno di difesa…da non credere!
Una delle caratteristiche che mi ha sempre incuriosito di lui (tema che affronteremo nelle prossime domande) è la sua incredibile capacità di essere sempre al posto giusto nel momento giusto. Quando le cose cominciavano a farsi complicate, la strategia era sempre quella: “Osto, spostati a fare l’esterno alto“. Il più delle volte, di lì a poco, la scelta pagava sempre. Dotato di mezzi tecnici sufficienti, ma in ugual misura in entrambi i piedi (credo che in tal senso l’abbia aiutato molto il fatto di essere stato impiegato spesso sia sul lato destro che sinistro della difesa), fisicamente è sempre stato uno dei medio-bassi della rosa (154cm all’inizio dell’U14, 164cm in U15, 170cm in U17), seppur abbia sempre tenuto a cura la propria forma fisica. Perché Alex, se è vero non sia un gigante, negli anni l’ho visto ingrossarsi sempre più, tanto che in U17 sembrava una sorta di “comodino “, tanto era scolpito nella parte superiore del corpo.
La storia e il percorso di Alex meritano di essere raccontati per una serie di considerazioni di cui abbiamo parlato assieme nel corso di questa intervista e perché è, ad oggi, l’unico giocatore uscito dal settore giovanile dell’AC Este ad essersi imposto in serie D da ormai quattro stagioni, saltando a piedi pari la categoria Juniores.
D: Ciao Alex, la prima curiosità che voglio togliermi è quella di chiederti qual è ad oggi la tua più grande soddisfazione e delusione.
R: Ad oggi la mia più grande soddisfazione è quella di essere riuscito ad esordire in prima squadra ed esserci rimasto. Nel corso degli ultimi anni i giovani usciti dal settore giovanile dell’AC Este non sono mai riusciti a ritagliarsi spazio nella nostra prima squadra. Il fatto che io ce l’abbia fatta e che a distanza di quattro anni io militi ancora in questa categoria è la più grande soddisfazione, perché alla fine il lavoro paga sempre. Il fatto poi di giocare e affrontare giocatori che hanno militato in serie A o B, è anche questa un’altra bella soddisfazione.
Come rimpianti ho quello di non essere riuscito a fare un settore giovanile professionistico, anche se tutto sommato non lo è così tanto, considerato che le cose avrebbero potuto prendere una piega migliore o peggiore.
Giocando in serie D con giovani che provengono da settori giovanili professionistici, mi accorgo infatti che tecnicamente possono anche essere superiori, ma sotto tanti altri aspetti non lo sono affatto, e questa è una bella sensazione. Arrivare in prima squadra con compagni che provengono da tutt’altro percorso e vedermi magari scendere in campo al posto loro, mi porta a chiedermi se davvero possa essere un rimpianto quello di non essere riuscito ad entrare nei professionisti.
Alla fine posso solo che essere contento del mio percorso, poiché sono riuscito a ritagliarmi il mio spazio in questa categoria.
D: Quando parlai con Michele Florindo, il mister che ti ha lanciato in prima squadra, mi disse di te: “non ho mai trovato un giovane così preparato tatticamente”. Quanto è stato importante nel tuo percorso aver trovato la fiducia di mister Florindo?
R: Innanzitutto ho avuto la fortuna di aver trovato nel settore giovanile degli allenatori che mi hanno fatto crescere molto tatticamente, pur in un contesto dilettantistico. Mister Florindo lo ringrazierò sempre per la fiducia dimostratami, anche alla luce del fatto che ero un anno sotto quota quando esordii in prima squadra. Il fatto di aver avuto la sua fiducia e di aver trovato tanto spazio, mi ha permesso di apprendere cose nuove, considerato poi che mister Florindo è stato un ex difensore professionista.

D: Quali sono stati i tuoi punti di riferimento nel settore giovanile? Che ricordi hai di quegli anni? (sono stato un po’ in difficoltà nel porre o meno la domanda ad Alex, perché il rischio è quello che si possa pensare che la domanda è autoreferenziale)
R: Ogni mister mi ha lasciato qualcosa, chi più chi meno. Mister Amerigo, al primo anno di calcio, vedendomi molto timido, è riuscito a farmi integrare coi compagni e ad insegnarmi i primi fondamentali di tecnica. Quello che tuttavia ha inciso maggiormente è stato Franzoso Diego (tu). Ti ho avuto per tre stagioni e quegli anni sono stati fondamentali perché eri sicuramente molto preparato. Nonostante fossimo una realtà dilettantistica, ci facevi giocare a calcio, provavamo sempre a giocare e a imporci sull’avversario, stimolandoci ad esempio la personalità nel voler costruire dal basso. Tanti esercizi che magari odiavo (ricordo bene che Alex non digeriva affatto tutte quelle proposte che mettevano un po’ in risalto i suoi limiti tecnici; li viveva con una sorta di senso di frustrazione nel non riuscirci) alla fine mi son serviti. I rombi e i quadrati per muovere la palla veloce mi hanno migliorato molto. Nonostante qualche diverbio che abbiamo avuto in U17, lo dico ancora tutt’oggi, sei il migliore mister che abbia avuto.
Del settore giovanile ho molti ricordi. Ad Este ho vissuto 10 stagioni, di cui 2 in prima squadra. Già nei Giovanissimi, quando c’era bisogno di andare a tappare i buchi in prima squadra durante gli allenamenti, il direttore Furlan mi portava ad allenarmi coi più grandi e questa è tra le più belle soddisfazioni che ho, considerato che mi ha permesso di crescere mentalmente.
Anche il vincere campionati, tornei e premi individuali, grazie e insieme alla squadra, sono poi tra i ricordi più belli che ho.
D: Alex, considerati su per giù 90 gol nelle quattro stagioni tra Giovanissimi e Allievi, pur giocando per lo più da esterno di difesa, ti chiedo: da dove credi nasca il tuo senso del gol? Come diavolo fai, soprattutto sulle palle inattive, a sapere sempre dove finirà il pallone?
R: Credo di aver ereditato il senso del gol da mio papà, ex centravanti di buon livello. Già nella scuola calcio ricordo giocavo come punta proprio per il mio fiuto del gol. Negli anni sono indietreggiato sul campo ma l’imput, soprattutto sulle palle inattive, è una sensazione che ho dentro. Riesco a trovarmi spesso al posto giusto nel momento giusto e questa credo sia una gran dote, perché alla fin fine in quelle poche occasioni che ti si presentano bisogna essere sempre pronti.
D: Nonostante mezzi tecnici normalissimi, in quegli istanti davanti al portiere avversario, quanto credi conti la tecnica e quanto invece la motivazione e la determinazione?
R: La tecnica sicuramente serve per riuscire a volerla mettere dove vuoi, però a mio avviso conta maggiormente la motivazione; dentro devi voler sentire “ho voglia di fare gol, devo fare gol” per portare in vantaggio la mia squadra. La motivazione a mio avviso conta più della tecnica in quei momenti. Pur con mezzi tecnici normali sono riuscito a segnare molto (anche 3 gol all’attivo nelle ultime due stagioni in serie D) grazie alla rabbia che ho dentro nel voler fare gol sempre.
D: Ricordo che fin dal settore giovanile eri spesso piuttosto attento alla corretta alimentazione, concedendoti pochi sgarri. Quante rinunce hai fatto nel tuo percorso che ti ha portato in prima squadra?
R: Eh, questa è una bella domanda. Le rinunce sono state parecchie ma sono sempre stato un ragazzo che quando voleva arrivare ad un determinato obiettivo era disposto a farne di importanti. Non nego che nel settore giovanile qualche cazzata l’ho fatta pure io, però su 100 volte 90 ho rifiutato; non perché fosse sbagliato ciò che facevano i miei amici ma perché ero convinto che quella rinuncia mi sarebbe tornata indietro positivamente un domani. Ho rinunciato a diverse amicizie purtroppo, ad andare fuori al sabato sera con gli amici o ad andare a mangiare fuori con la ragazza. Ho fatto diversi sacrifici anche sull’alimentazione e che tu (atleta) ne sia convinto o no, è fondamentale. Da questo punto di vista sono sempre stato piuttosto attento ma alla fine ne è valsa la pena.

D: Ho sempre pensato che nel tuo percorso abbia influito parecchio la tua famiglia. Ricordo che ti coinvolgevano nei lavori domestici (solo per dirne una) e questo ritengo sia importante per mantenere alta la motivazione e il sacrificio. Quanto pensi abbia inciso l’educazione, la mentalità e una cultura diversa da quella italiana, nell’essere ciò che sei?
R: Sicuramente la mia famiglia mi ha sempre sostenuto e aiutato nei momenti difficili, cercando di fare sempre tutto il possibile per supportarmi, anche con diversi sacrifici. Li ringrazio per avermi trasmesso il valore che nulla è regalato nella vita, bisogna sudarselo. I piccoli lavori domestici che svolgevo non erano dovuti; era il mio modo per ripagarli per ciò che facevano per me. Anche nel calcio mi hanno sempre insegnato che ogni cosa dovevo sudarmela e questa è stata una fortuna, perché in prima squadra ci sono diversi giovani viziati, e in campo si nota la differenza.
D: Quest’anno eri inizialmente senza squadra. Dopo tre anni da titolare in serie D, che sensazioni si provano in quei momenti? Poi la chiamata del S. Giorgio Sedico dove, dopo qualche normale difficoltà iniziale, ti sei ritagliato il tuo spazio andando pure in gol.
R: Dopo tre anni da titolare, l’essermi ritrovato senza squadra mi ha fatto riflettere parecchio e mi ha portato tanti dubbi, come ad esempio se giocassi perché erano presenze “regalate” (per la via dell’obbligo dei giovani in campo). Mi son tuttavia detto che avevo fin lì sempre lavorato sodo per ritagliarmi il mio spazio. Ad essere sincero c’è da dire che in estate avevo provato a fare il salto di categoria ma alcune scelte in extremis mi hanno tagliato un po’ fuori dai giochi pure nel campionato di serie D. Tramite qualche contatto sono poi riuscito a firmare per il Sedico e questo mi ha permesso di ritrovare serenità, anche grazie al mister e alla società che mi hanno concesso la loro fiducia.

D: Pensi avresti potuto giocare nei professionisti durante il tuo percorso di settore giovanile? Se sì, cosa pensi non abbia funzionato? Quali sono oggi le tue aspettative per il futuro?
R: Da giovane ho avuto qualche possibilità per andare nei professionisti ma il tutto si è fermato a dei provini. Ad essere sincero la possibilità, se non ricordo male negli Esordienti, l’ho avuta, ma ero un po’ intimorito dall’idea di allontanarmi troppo da casa, era un mio limite che purtroppo rimpiango. In altre occasioni i provini non sono andati bene perché non sono un giocatore appariscente, che ti fa la giocata. Sono più uno costante, che lavora sodo in settimana e offre affidabilità sul lungo periodo.
Per il futuro spero di poter riuscire a fare il salto nei professionisti ma c’è da capire che ne sarà quando non sarò più un fuoriquota. Dipende da me, dall’impegno che ci ho sempre messo e che continuerò a metterci.
Nel ringraziare Alex per la sua consueta disponibilità, voglio chiudere questa seconda intervista con alcune mie personali considerazioni.
Nella storia di Osto credo abbia inciso molto l’educazione e la mentalità impartita dalla famiglia. Di lui non ho mai percepito atteggiamenti da ragazzo viziato o che fosse uno di quelli che pretendesse di ricevere ciò che sapeva di non meritare. Da sempre un gran lavoratore sul campo, ha saputo colmare i suoi limiti tecnici e fisici con lavoro, sacrifici e determinazione; perché puoi essere dotato finché vuoi, ma se la testa non ti guida o aspetti che siano gli altri a trovare le motivazioni per te, prima o poi rimani deluso.
Al di la che ad oggi rimanga ancora colpito della sua incredibile capacità di svettare di testa su avversari molto più alti di lui, con un timing negli inserimenti che non ho mai più ritrovato in nessun altro giocatore che ho allenato, la sua vena realizzativa sotto porta andrebbe analizzata per osservare quanto incida in percentuale la determinazione in quegli attimi.
La storia di Alex mi rende orgoglioso, perché vederlo lì, da quattro stagioni in serie D, a scavalcare ragazzi con percorsi decisamente più blasonati, è la vera vittoria per un allenatore di settore giovanile.