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Jesse Marsch – Vi racconto come è nata la mia filosofia di gioco

2 Gennaio 2026

Il contributo è la trascrizione e traduzione in italiano dell’articolo “All In: Jesse Marsch” (maggio 2021).

A dire la verità, la prima volta che ho incontrato Ralf Rangnick, non sapevo quasi nulla di lui. È successo durante il mio colloquio per diventare allenatore dei New York Red Bulls. C’era anche Gérard Houllier. Conoscevo Gérard perché avevo seguito il suo lavoro al Liverpool e al Paris Saint-Germain.

Durante buona parte del colloquio, mi sono rivolto a lui, raccontandogli le mie idee sul calcio. Ma poi, quando io e Ralf abbiamo iniziato a parlare, il confronto si è acceso. È quasi diventato un litigio!

Uscito da quell’incontro mi sono chiesto cosa avessi combinato. Pensavo non ci fosse nessuna possibilità di ottenere il posto dopo quello scontro. Poi però mi chiamò il presidente del club: “A Ralf sei piaciuto tantissimo”, mi disse.

Non ci potevo credere. Era stato colpito dal mio entusiasmo e dalla mia passione, e alla fine ho ottenuto il lavoro.

L’intensità che Ralf richiede ai suoi giocatori è contagiosa

Col tempo ho scoperto che io e Ralf avevamo idee molto simili sul gegenpressing e sulle transizioni. Conoscerlo mi ha fatto entrare più a fondo nei dettagli del gioco e mi ha insegnato un modo più profondo di pensare il calcio.

Ralf è stato una grande influenza per me e per la mia filosofia. Non mi sorprende che così tanti allenatori di successo – come Thomas Tuchel, Ralph Hasenhüttl, Jürgen Klopp e Julian Nagelsmann – abbiano imparato da lui.

Il suo stile di gioco moderno ha avuto un impatto enorme su molti club e allenatori in Germania. Ma ognuno ha interpretato le sue idee a modo proprio – e ovviamente, vale anche per me.

Costruire la filosofia: far credere i giocatori

Il primo aspetto fondamentale della mia filosofia è far sì che i giocatori credano nelle mie idee. Mi piace chiamarlo “creare fiducia interna”.

Per costruire questa fiducia spiego i dettagli tattici nel modo più semplice possibile. Ralf mi ha insegnato quanto sia importante usare un vocabolario chiaro, evitando complicazioni inutili. Più c’è una comprensione comune dei dettagli, più è facile per i giocatori metterli in pratica.

C’è una frase che amo ripetere ai miei giocatori: “Il successo è la somma dei dettagli
(Harvey S. Firestone, inventore americano del XIX secolo).

La filosofia del pressing: sprintare, andare insieme, attaccare, arrivare

La chiave del mio stile di gioco è il pressing finalizzato al gol. Non pensare al possesso quando recuperi palla, ma pensare subito a verticalizzare e segnare il prima possibile.

Per semplificare le mie idee ai giocatori, uso un acronimo: S.A.R.D.

S – Sprintare

Come tutti gli allenatori, voglio che i miei giocatori corrano molto – ma per me è più importante come e quando si corre.
Nel pressing, corriamo spesso il doppio rispetto a quando abbiamo il possesso.

A – Alle Gemeinsam (tutti insieme)

Il nostro pressing è orientato alla palla, non all’uomo. Quindi quando andiamo a pressare, lo facciamo tutti insieme.
Chi va a pressare deve potersi fidare che ci siano altri dietro di lui.

Spesso questo significa avere 5 uomini che pressano solo 2-3 avversari, lasciando altri liberi sull’altro lato. Ma credo che il rischio valga la pena: se soffochi pochi avversari, diventa difficile per loro cambiare lato.

R – Reingehen (entrare dentro)

Vuol dire impegnarsi ad andare fino in fondo, ad attaccare la palla davvero.

Non voglio che i miei giocatori si fermino a un metro dall’avversario per cercare di chiudere linee di passaggio. Voglio che entrino decisi.
Più andiamo fino in fondo, più aumentano le probabilità di recuperare palla e segnare.

D – Dazukommen (arrivare in supporto)

La seconda ondata di pressing. Ogni azione deve essere supportata da una nuova serie di giocatori.
È fondamentale per aumentare le probabilità di successo.

S.A.R.D. spiega ai giocatori in modo semplice i dettagli tattici, ma soprattutto fa capire che tutti devono essere totalmente coinvolti. Se uno solo è meno convinto, siamo tutti più deboli.

La mentalità conta quanto la tattica

La forma (modulo) conta poco per me. Ho usato tante formazioni diverse al Salisburgo, ma cerco sempre di mantenere alcuni principi comuni: pressing, intensità, aggressività.

Chiedo ai miei giocatori di partire in pressing quando il passaggio è in corso, non quando la palla è già arrivata. Così non lasciamo tempo all’avversario.

E appena parte il pressing, partono tutti. Se l’avversario riesce a cambiare lato, dobbiamo rientrare a sprint nella nostra forma.

I dettagli tattici sono importanti, ma la mentalità giusta è altrettanto cruciale.
A Salisburgo quasi si prendono gioco di me per quanto uso la parola “mentalità”.

Essere aggressivi è sempre meglio che essere passivi

Alla base della mia filosofia c’è il giocare con ritmo: più veloce degli avversari, pronti a colpire appena possibile.

Voglio che i miei giocatori siano più rapidi e più intelligenti degli altri, sempre un passo avanti.

Voglio un impegno totale. Non è solo uno stile di gioco, è un modo di vivere. Se vuoi qualcosa, vai a prenderlo. Non aspettare. Sii proattivo. Sii l’aggressore.

Tutto il gruppo, sempre. “All In”

Questa mentalità positiva e proattiva è alla base di tutto.

Dico sempre ai miei giocatori: “Andate all in

All’inizio sapevo cosa intendevo, ma poi ho chiesto ai miei giocatori di definire loro cosa significasse.

Le loro risposte:

  • “Dare tutto ciò che hai per il gruppo, sempre.”
  • “Più dai, più ricevi.”

Due frasi perfette. Significa unità e assunzione di responsabilità. Chi non rispetta questi valori delude il gruppo – e nessuno vuole farlo.

Svuotate il serbatoio!” – è quello che dico spesso. Bisogna superare la fatica mentale e dare tutto. Sempre.

Valorizzare i giovani: pazienza, fiducia e crescita

A Salisburgo abbiamo tanti giovani talenti con grandi ambizioni. Ricordo loro che il successo del singolo passa attraverso quello della squadra. Giocatori come Erling Haaland, Dominik Szoboszlai, Takumi Minamino e Tyler Adams sono passati da qui.

Uno di cui vado molto fiero è Aaron Long. Giocava nella seconda divisione americana, da mediano. L’ho visto, e l’ho voluto ai Red Bulls, ma gli ho detto: “Ti voglio come difensore centrale, non centrocampista.”

Gli serviva un anno nella seconda squadra per imparare il ruolo e i nostri principi. Ha accettato. Ha rinunciato a offerte per andare subito in prima squadra. Aveva la mentalità giusta. Due anni dopo era difensore dell’anno in MLS. Oggi è capitano della nazionale USA.

La mentalità di crescita fa la differenza

Crediamo nel potenziale dei nostri giocatori. Diamo loro opportunità, anche se serve pazienza. Ma ne vale la pena.

Vogliamo creare persone con quella che chiamiamo una “mentalità di crescita”:

  • Quando falliscono, vogliono sapere cosa possono migliorare.
  • Vogliono imparare dal processo, non semplicemente riprovare uguale.

Nel calcio di alto livello, tanti giocatori credono che basti riprovare per avere successo. Ma non è questo che vogliamo.

Le brave persone fanno i bravi giocatori, non il contrario“.

Tutti i migliori giovani che ho allenato avevano questa mentalità. Il loro successo è stato anche il successo delle mie squadre. Hanno creduto nelle mie idee, hanno dato tutto. Esattamente come avevo chiesto. Perché senza quel 100% di impegno, in ogni allenamento, in ogni minuto di ogni partita, non funzionerebbe.

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