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Functional Play

Functional Play: “Il Portiere Pivote”, di Stefano Cassani e Facundo Styk

Functional Play: “Il Portiere Pivote” – L’undicesimo giocatore di movimento

Il mondo ha più cose da dirmi di quelle che io sono in grado di capire

J. Saramago.

Con questa citazione vogliamo aprire questa nostra rubrica, in cui cercheremo, al meglio delle nostre possibilità, di parlarvi di ruoli funzionali, in un calcio sempre meno prevedibile e codificato.

“Che si cominci a comprendere che non si possono semplificare e ridurre, a pochi comportamenti predeterminati, tutti i fattori del gioco; che si accetti e si riconosca l’incertezza che il calcio porta con sé (X. Tamarit)”.

Non è notizia recente quella dell’utilizzo del portiere come giocatore aggiunto al fine di creare superiorità numerica nella prima fase di costruzione; siamo infatti lontani dalle notti magiche di Italia ’90 quando, Higuita, compiva le sue scorribande in campo aperto, consegnando gli ottavi di finale del mondiale all’esperto attaccante camerunese Roger Milla.

Nel corso degli anni tuttavia, il ruolo/funzione di portiere costruttore si è evoluto tanto, con le più disparate soluzioni da poter analizzare e interpretare. Una delle più audaci e interessanti è proprio quella del portiere “pivote”, un vero e proprio perno di gioco in fase di costruzione bassa e alta.

Questa caratteristica consiste nell’interpretare il ruolo come un giocatore di movimento a tutti gli effetti, inserendosi all’interno della coppia di centrali per fungere da perno basso (pivote), in un poligono di costruzione.

In un calcio dove i ruoli statici risultano sempre meno importanti nell’analisi di un modello, sono le funzioni in campo la vera caratteristica da analizzare, in un calcio di ubicazione dove la componente strategica dell’utilizzo degli spazi, in funzione dei comportamenti avversari, è una condizione necessaria.

Partendo da questa doverosa premessa andiamo ora a vedere due smarcamenti molto diversi tra loro ma con la stessa funzione di pivote fra i centrali.

Nel primo caso troviamo un portiere che vuole attrarre una pressione forte da parte degli avversari; inizialmente lo fa collocandosi in posizione di vertice e utilizzando il gesto tecnico della suola. Tuttavia le giocate interlinea radenti sono tutte marcate in posizione di anticipo, quindi, muovendo la palla in orizzontale e ponendosi come punto di fuga, perde terreno per attrarre la scalata avanti degli attaccanti in pressione. La sua funzione in questo caso è quella di portare più avversari possibili nella sua metà campo – facendoli scalare in avanti su di lui – mentre il resto della squadra nel frattempo è pronta ad attaccare con 4 fissatori sulla linea difensiva avversaria e 2 in massima ampiezza.

Sull’ultimo retro-passaggio la strategia porta i suoi frutti, coi blancos che si trovano in superiorità numerica per un attacco diretto centrale, con un uomo interlinea per la seconda palla, in situazione di superiorità numerica sull’ampiezza del lato debole (cercato per l’appunto dall’estremo madrileno).

Nel secondo caso vediamo invece un’occupazione spaziale molto più offensiva, adottata principalmente contro squadre che si difendono più basse e compatte per ostruire le linee di passaggio interne; per questo esempio non si poteva che prendere l’estremo difensore Ajacide Onana…

La funzione del portiere è quella del vero e proprio play, che favorisce la circolazione della palla fra i difensori centrali, permettendo ai difensori esterni (fissatori in massima ampiezza), di conquistare ancora più campo creando superiorità numerica, assieme agli attaccanti esterni, sui difensori esterni avversari.

In questo caso la funzione di Onana è proprio quella di attrattore; sul passaggio del difensore si propone in avanti, fungendo da vertice basso, in quella che veniva denominata “salida a LaVolpiana” (con un perno fra i centrali difensivi per favorire la circolazione della palla alzando maggiormente gli esterni difensivi) utilizzando due gestualità tecniche fondamentali per innescare la pressione: la conduzione, utile a generare un l’uomo libero (con giocata al terzo uomo o diretta) e la suola.

Questa soluzione è attuabile contro squadre molto chiuse, con la possibilità di organizzare un’occupazione razionale degli spazi di gioco, al fine di rompere i meccanismi difensivi avversari; questo perché siamo in effettiva superiorità numerica sul campo: 11 contro 10+Portiere. Ciò ci permette di organizzare al meglio i nostri fissatori, impensierendo la linea difensiva rivale, assicurando massima ampiezza (avendo comunque sempre tanti giocatori disposti interlinea, da attrattori negli spazi centrali o negli  Half-space).

Il processo che ha portato a questi comportamenti ritengo sia dovuto alla necessità delle squadre, votate al dominio del pallone e dello spazio di gioco, di poter controllare il modo in cui la palla sale e ed essere padroni del proprio destino su come preparare l’attacco, non affidandosi alla sorte di un contrasto aereo.

Questa necessità ha portato lo sviluppo di una nuova generazione di portieri “centrocampisti”, dotati di qualità podaliche estremamente alte.

L’influenza del Futsal in questi comportamenti è evidente: le scelte in fase di possesso dell’estremo difensore assomigliano sempre di più a quelli dei portieri “volanti” del calcio a 5, sia per smarcamenti che per gestualità tecniche.

Personalmente trovo questi comportamenti veramente estremi ed indiscutibilmente rischiosi, ma al tempo stesso, come ogni principio, va contestualizzato e adattato ai propri interpreti. I giocatori sono stati, sono e saranno, sempre i veri interpreti del gioco e da loro dobbiamo partire per costruire un modello che unisca le nostre idee con la loro qualità.

 

 

Foto: http://fullsports.info

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