Quanto segue è un riassunto dell’articolo completo “Ecological cognition: expert decision-making behaviour in sport”.
Autori: Duarte Araújo, Robert Hristovski, Ludovic Seifert, João Carvalho and
Keith Davids (2017)
Il comportamento decisionale negli esperti può essere valutato direttamente se l’azione sportiva viene intesa come espressione della cognizione integrata e incarnata. In questo articolo si discute tale approccio, partendo da una rassegna critica della letteratura sulla base percettivo-cognitiva dell’esperienza. Esaminando come le performance e i processi sottostanti vengano concepiti e misurati nella psicologia dello sport, vengono valutati gli argomenti a favore del ruolo fondamentale delle azioni nel processo decisionale, situato all’interno dell’ambiente di prestazione.
Vengono presentati anche i principali concetti da una prospettiva dinamica – ecologica, evidenziando come i comportamenti emergano dalle interazioni continue tra il sistema atleta-ambiente. La percezione si basa sulle “affordances” (possibilità offerte dall’ambiente), e l’azione, come espressione della cognizione, è la realizzazione di un’affordance che emerge sotto vincoli. Si esplora anche il ruolo della conoscenza e della consapevolezza nel comportamento decisionale.
Infine, si discute come il processo decisionale nello sport riguardi la scelta dei modi di azione durante il riconoscimento di un’affordance, nonché la selezione di una particolare affordance tra molte altre possibili nell’ambiente sportivo. L’articolo conclude suggerendo alcune applicazioni pratiche per la psicologia dello sport e l’allenamento, indicando direzioni per future ricerche in questo campo.
Introduzione
La questione di come gli atleti esperti decidano cosa fare durante le loro performance è un tema che ha suscitato l’interesse degli scienziati per diversi decenni, in particolare dei psicologi dello sport. Secondo Gobet (2016), nello sport l’esperienza si fonda sulla percezione: “gli esperti vedono le cose in modo diverso rispetto ai principianti” e queste differenze nella percezione e nella conoscenza influenzano la risoluzione dei problemi e il processo decisionale.
Basandosi su queste idee, gli studi sul processo decisionale nello sport hanno esaminato intensamente la percezione, l’anticipazione, l’attenzione, la memoria e le decisioni degli atleti. Tuttavia, emerge un’importante lacuna: il processo decisionale nello sport, seguendo le tendenze della psicologia cognitiva, ha trascurato il ruolo fondamentale dell’azione e il suo ruolo costitutivo nella cognizione. In questo articolo verrà fornita una panoramica critica della ricerca sulla base percettivo-cognitiva del processo decisionale, per poi presentare un’alternativa basata sull’azione, derivante dal framework delle dinamiche ecologiche, con implicazioni per la teoria e la ricerca nella psicologia dello sport.
Il quadro percettivo-cognitivo per lo studio del processo decisionale nello sport
Attualmente, l’approccio percettivo-cognitivo del processo decisionale si concentra sull’uso della percezione, della memoria e delle attività decisionali per misurare le performance e identificare i meccanismi mediatori. La ricerca ha cercato di comprendere come gli esperti utilizzino “indizi anticipatori” per rispondere in modo tempestivo anticipando le azioni dell’avversario prima che vengano completate. Gli esperti sono migliori dei principianti nel riconoscere i movimenti ingannevoli degli avversari e nel focalizzarsi su parti del corpo che influenzano l’azione finale, come il colpire ad esempio una palla.
Le metodologie di ricerca hanno utilizzato video-clips di azioni specifiche per testare la rapidità e l’accuratezza delle risposte. Gli esperti hanno mostrato una maggiore capacità di riconoscere sequenze di gioco e di ricordare dettagli rispetto ai principianti, specialmente in situazioni strutturate. La teoria del “chunking” è stata utilizzata per spiegare questa superiorità nelle decisioni, suggerendo che la memoria e le rappresentazioni interne giocano un ruolo fondamentale nella performance degli esperti.
L’approccio cognitivo tradizionale ha influenzato lo studio del processo decisionale nello sport, suggerendo che la razionalità umana sia “limitata” dalla capacità del sistema cognitivo di elaborare informazioni. Le teorie più recenti, come il modello delle “euristiche veloci e frugali”, pongono maggiore enfasi sul ruolo dell’ambiente, suggerendo che gli esperti tendano a prendere decisioni rapide basate su esperienze passate piuttosto che su un’analisi approfondita di ogni opzione.
Per misurare i meccanismi che mediano il processo decisionale si utilizzano tecniche come il tracciamento dei movimenti oculari, i protocolli verbali e le neuroscienze. Gli esperti, rispetto ai principianti, mostrano un’organizzazione cerebrale più efficiente e aree del cervello con livelli di attivazione più elevati durante la preparazione all’azione. Tuttavia, si sostiene che l’attività cerebrale non possa essere considerata una prova definitiva dei processi cognitivi o decisionali. In definitiva, il processo decisionale nello sport è complesso e influenzato da una combinazione di fattori percettivi, cognitivi e ambientali.
Critiche agli approcci rappresentazionali nel processo decisionale nello sport
La ricerca sul processo decisionale, la percezione e l’azione nello sport si è tradizionalmente basata su teorie che vedono la cognizione come un processo di arricchimento della memoria tramite rappresentazioni (come schemi e programmi). In questo modello, gli stimoli ambientali sono considerati poveri di significato e necessitano di una codifica mentale per diventare interpretabili. Tuttavia, gli approcci non rappresentazionali, come la dinamica ecologica, pongono l’accento sulla relazione tra l’atleta e l’ambiente, sostenendo che percezione e cognizione sono processi integrati e corporei. Secondo questa visione, la cognizione è il mantenimento attivo di un sistema robusto tra l’atleta e l’ambiente, che si realizza attraverso una percezione e un’azione strettamente coordinate.
Le critiche teoriche al modello rappresentazionale mettono in discussione la sua visione della mente come un processore di informazioni che genera rappresentazioni simboliche. In questo approccio, si assume che le rappresentazioni nel cervello corrispondano a simboli che riflettono il mondo esterno, ma la connessione tra simboli e realtà ambientale non è completamente chiara dal punto di vista biologico. Al contrario, la dinamica ecologica considera che le informazioni siano specifiche dell’ambiente e delle azioni del performer, senza la necessità di elaborazioni mentali interne complesse.
Nello sport, molti studi sul processo decisionale presuppongono che le decisioni siano basate su strutture di conoscenza interiorizzate. Tuttavia, in sistemi aperti e dinamici, non esiste una “decisione migliore” universale, poiché ogni decisione può influenzare quelle future. In un contesto sportivo, ad esempio, l’interazione tra il corpo e l’ambiente fornisce informazioni che l’atleta esplora attivamente per prendere decisioni. La percezione non dipende da associazioni mentali, ma da un’interazione diretta con l’ambiente. La capacità di percepire e reagire alle opportunità di azione (affordances) è alla base di un comportamento esperto che si adatta alle esigenze specifiche del momento.
L’approccio ecologico suggerisce che le performance esperte non derivano dalla memoria interna di rappresentazioni, ma dalla continua esplorazione dell’ambiente, in cui ogni azione offre nuove possibilità. L’atleta, attraverso l’esperienza, si allena a riconoscere i segnali pertinenti e a rispondere in modo adattivo, utilizzando l’ambiente come il suo modello migliore.
Critiche metodologiche: variabili al di là dell’osservazione immediata
Una delle principali preoccupazioni nella psicologia dello sport riguarda come i risultati scientifici ottenuti in esperimenti di laboratorio possano tradursi in interventi efficaci nella società (Ericsson & Williams, 2007). Un problema critico è che, trascurando la necessità di studiare i comportamenti funzionali nei disegni empirici tradizionali, si è arrivati a separare i processi percettivi dalle azioni sugli oggetti e eventi rilevanti nell’ambiente (Fajen, Riley, & Turvey, 2009). Neisser (1976) aveva già evidenziato questa debolezza, sostenendo che le situazioni artificiali dei laboratori, con compiti triviali e costruiti, non rispecchiano le situazioni quotidiane reali e portano a decisioni e comportamenti artificiali. Nello sport questo è evidente quando si utilizzano video o simulazioni per riprodurre contesti di performance sportiva. Tuttavia, le discrepanze tra le condizioni di laboratorio e quelle reali sono ben documentate (Williams & Abernethy, 2012; Williams, Davids, & Williams, 1999).
Una meta-analisi recente (Travassos et al., 2013) ha evidenziato come gli effetti dell’esperienza sul processo decisionale sportivo siano influenzati dalle modalità di risposta (come i resoconti verbali o la pressione di tasti) e dai metodi di presentazione degli stimoli (come immagini o video). Gli effetti moderanti sulla decisione sono stati più evidenti quando i partecipanti dovevano muoversi in condizioni di laboratorio altamente controllate, rispetto a quando eseguivano azioni sportive in contesti reali.
Ad esempio, è stato osservato che i giocatoti di cricket, quando battono contro un lanciatore, una macchina di proiezione della palla o una simulazione video, mostrano significative variazioni nel momento di inizio del movimento e dell’oscillazione della mazza, a seconda delle condizioni di task (Pinder, Davids, Renshaw, & Araújo, 2011). Questi risultati sottolineano l’importanza di rappresentare adeguatamente le condizioni ambientali nelle indagini. La “rappresentatività” di una situazione aiuta i partecipanti a raggiungere obiettivi di performance ciclicamente, agendo per percepire informazioni che guidano azioni successive (Araújo & Davids, 2015).
C’è quindi bisogno di una corrispondenza chiara tra i comportamenti in un contesto (come un esperimento o una sessione di allenamento) e i comportamenti in un altro (un contesto di performance). Ad esempio, studi recenti (Seifert et al., 2013; Seifert, Wattebled et al., 2016) hanno mostrato come l’allenamento su una parete da arrampicata indoor possa facilitare l’arrampicata su una cascata ghiacciata, grazie alla corrispondenza tra i comportamenti in questi due contesti.
Molte ricerche precedenti hanno collegato la percezione a risposte verbali, movimenti oculari o parti neuroanatomiche del corpo che esprimono variabili al di là di ciò che è osservabile immediatamente (come decisioni e giudizi). Tuttavia, le azioni, e non i loro surrogati, sono i veri comportamenti cognitivi, poiché richiedono che l’informazione sia disponibile nell’energia ambientale strutturata per agire in base alle restrizioni ambientali.
Riduzionismo nascosto: la decisione esperta non è ciò che accade in una parte del corpo
Gobet (2016) ha suggerito che lo studio del sistema nervoso a livello delle aree cerebrali non sia il giusto livello di analisi per comprendere questi processi. Ad esempio, la teoria dei neuroni specchio (Rizzolatti & Sinigaglia, 2016) propone che le rappresentazioni nel sistema nervoso centrale (SNC) siano organizzate per produrre comportamenti. Tuttavia, questo tipo di spiegazione riduzionista delle decisioni, come processo neurofisiologico internalizzato, rischia di vedere gli attributi psicologici come substrati anatomici specifici, piuttosto che come emersi dalle interazioni tra organismo e ambiente. Questo approccio centrato sull’organismo non tiene conto della reciproca relazione tra l’organismo e l’ambiente (Davids & Araújo, 2010).
Secondo questo punto di vista non è il cervello di un atleta a possedere la performance esperta, ma piuttosto una relazione dinamica che emerge tra le limitazioni imposte dall’ambiente e le capacità dell’atleta (Araújo & Davids, 2011a). Questo non significa che il ruolo dei sistemi neurofisiologici in queste interazioni debba essere ignorato. Piuttosto, lo studio delle interazioni emergenti tra atleta e ambiente può rivelare come le opportunità d’azione (affordances) e le azioni stesse siano influenzate dai sistemi corporei, incluso il sistema nervoso e cardiovascolare.
Un principio fondamentale dei processi neurali alla base della regolazione comportamentale, nell’analisi ecologica, è l’autorganizzazione delle assemblee neuronali (Järvilehto, 1998). Le organizzazioni neuroanatomiche sono temporanee, relativamente stabili e autorganizzanti per rispecchiare l’integrazione degli individui nei loro ambienti, come sostenuto da Gibson (1966a). Gibson ha proposto che “Il cervello è un risuonatore auto-tuning” (Gibson, 1966b), implicando che il “percepente diventi sintonizzato” a specifici schemi di energia ambientale, come i suoni dei passi di un avversario o il movimento di una palla in avvicinamento. Questo processo non coinvolge solo il cervello, ma tutto il corpo, in quanto il sistema corpo-cervello-ambiente è integrato ed incarnato (Teques et al., in press).
Un ragionamento simile può essere applicato all’uso dei movimenti oculari o dei protocolli verbali come meccanismi esplicativi nelle decisioni esperte. Sebbene questi possano essere correlati con la performance, non sono necessariamente indicativi del processo decisionale stesso. La questione centrale è che i movimenti oculari o i processi neurali non sono il fenomeno principale da studiare. Quello che è davvero interessante è lo studio dei comportamenti esplorativi di un giocatore o di una squadra nel contesto della performance.
Ci sono tre presupposti fondamentali nell’approccio delle dinamiche ecologiche che è utile sottolineare nelle discussioni sul processo decisionale:
✔️ il comportamento emerge dal sistema atleta-ambiente;
✔️ la percezione è di affordances (opportunità d’azione);
✔️l’azione, quindi la cognizione, emerge sotto vincoli interattivi.
Il comportamento emerge dal sistema atleta-ambiente
Il comportamento è definito al livello ecologico di analisi: il livello delle interazioni tra un organismo e il suo ambiente, entrambi che si modellano continuamente l’uno con l’altro (Gibson, 1979; Richardson et al., 2008). Una conseguenza di questa idea è che il comportamento può essere compreso solo, non semplicemente in base alle caratteristiche di un esecutore, ma simmetricamente in base alle caratteristiche di un ambiente di prestazione. Se gli psicologi dello sport cercano di generalizzare i comportamenti da un contesto (ad esempio laboratorio, sessione di allenamento) a un altro (competizione, ambiente di prestazione), ci dovrebbe essere una chiara guida teorica per stabilire una corrispondenza comportamentale tra i contesti.
Questa guida è disponibile nella psicologia ecologica (ad esempio Brunswik, 1956), dove è stato dimostrato come i modelli comportamentali degli atleti emergano dalla stretta coordinazione che si sviluppa tra l’atleta e l’ambiente di prestazione, al fine di raggiungere obiettivi di prestazione specifici (ad esempio, il coordinamento dei movimenti degli arti durante la scalata di una superficie verticale, Seifert et al., 2014; per una rassegna, vedi Araújo & Davids, 2015).
Una stretta relazione atleta-ambiente sembra essere una visione “di buon senso” proposta nella psicologia tradizionale dello sport. Tuttavia, un malinteso comune è che l’atleta venga considerato generalmente come l’agente attivo, mentre l’ambiente funge da “sfondo” passivo che supporta semplicemente la selezione di azioni da parte dell’individuo, fornendo stimoli per controllare i comportamenti (Araújo & Davids, 2011b).
La separazione tra organismo e ambiente porta a teorizzazioni in cui i fattori più significativi che spiegano il comportamento si trovano all’interno dell’organismo. Il risultato di ciò è che le cause dei disturbi comportamentali sono collocate in disturbi della funzione cerebrale o nella mancanza di sensibilità ai “segnali di controllo” delle prestazioni (ad esempio O’Brien & Ahmed, 2016; Wolpert & Landy, 2012; Yarrow et al., 2009). Nelle dinamiche ecologiche non esiste una struttura di conoscenza interna o un generatore di modelli centrali all’interno dell’organismo responsabile del controllo dell’azione. Piuttosto, tutte le parti del sistema (cervello, corpo, ambiente) sono dinamicamente integrate durante la regolazione dell’azione, proprio come entrambe le mani in alto sono necessarie per il compito di battere le mani.
La percezione e le affordances
Nella psicologia ecologica, le proprietà ambientali possono informare direttamente un individuo esecutore su ciò che può e non può fare in un ambiente di prestazione (Gibson, 1966a, 1979). Ad esempio, la velocità di dilatazione dell’immagine di un oggetto in avvicinamento sulla retina di un individuo può fornire informazioni sul tempo di collisione senza che sia necessario fare calcoli mentali sulla distanza o velocità dell’oggetto da intercettare (Craig & Watson, 2011; Lee, Young, Reddish, Lough, & Clayton, 1983). Calibrando le informazioni sulle proprie capacità di azione, gli individui percepiscono direttamente le opportunità di agire nell’ambiente (cioè le affordances) (Gibson, 1979).
Il concetto di affordances cattura l’adattamento tra i vincoli su ogni esecutore e le proprietà dell’ambiente. La cognizione emerge durante tali interazioni continue al livello ecologico di analisi, cioè il sistema atleta-ambiente (Turvey, 1992), non da un modello interiorizzato del mondo (il mondo è il suo miglior modello). Le affordances, come possibilità di azione in un ambiente di prestazione particolare, sono ciò che una disposizione di superfici, trame e oggetti offre a un esecutore.
Se uno spazio tra due difensori, ad esempio, è passabile o meno non è determinato dalla sua dimensione assoluta (se misurato in centimetri, metri, piedi o pollici), ma da come si relaziona alle particolarità di un esecutore individuale, incluse la taglia, la velocità e l’agilità. Il concetto di affordance presuppone che l’ambiente venga percepito direttamente in termini di quali azioni un esecutore può realizzare all’interno di un ambiente di prestazione (cioè non dipende dalle aspettative del percepente, Richardson et al., 2008). Le affordances sono dinamiche, cambiano durante le interazioni continue tra l’atleta e l’ambiente (Fajen et al., 2009) e non sono proprietà rappresentazionali della mente. Percepire un’affordance significa percepire come si può agire in un particolare set di condizioni di prestazione. Le affordances catturano la dinamica delle interazioni continue tra gli individui e il loro ambiente (Araújo & Davids, 2016).
Gli esecutori possono anticipare o controllare prospettivamente le loro azioni producendo movimenti guidati dalle informazioni sugli stati futuri nell’ambiente di prestazione (Beek, Dessing, Peper, & Bullock, 2003; Montagne, 2005; Turvey & Shaw, 1995). Questo tipo di conoscenza non è formulata in immagini, simboli o parole, perché è la conoscenza che rende possibile la formulazione di immagini e parole. La conoscenza dell’ambiente ottenuta tramite percezione diretta non è soggettiva o privata. L’informazione è disponibile nell’ambiente, e gli esecutori possono rilevarla.
Contrariamente ad alcune interpretazioni errate nella psicologia dello sport (ad esempio Ripoll, 2009; Sutton & McIlwain, 2015; Williams & Ward, 2007), l’approccio delle dinamiche ecologiche è profondamente interessato alla conoscenza e considera la cognizione come un ruolo importante nelle spiegazioni teoriche del comportamento umano (Araújo, Cordovil, Ribeiro, Davids, & Fernandes, 2009).
Una domanda ricorrente per gli psicologi ecologici è “e la coscienza”.
Scienziati e filosofi hanno discusso sulla natura della coscienza (se esiste o può essere verificata) senza raggiungere un consenso sull’involgimento del dualismo mente-corpo, riduzionismo fisico o epifenomenismo (Shaw & Kinsella-Shaw, 2007). Specificamente in psicologia, Wilhelm Wundt e William James concepirono la coscienza senza separare le esperienze interiori e esteriori. Tuttavia, Chalmers (1996) ha identificato i “problemi facili” e “difficili” nel definire la coscienza. Per lui, la soluzione al problema facile implica scoprire l’allineamento tra i comportamenti e i loro correlati neurologici. Il “problema difficile” implica andare oltre la semplice correlazione per mostrare come la natura dell’esperienza (i comportamenti) si sovrapponga alla natura degli eventi fisiologici.
Con questa comprensione della percezione, Gibson ha avanzato la visione olistica della coscienza di Wundt e James, eliminando la necessità di risolvere i “problemi facili e difficili” della coscienza. In questa visione, questi problemi non sorgono nemmeno: mente e materia hanno lo stesso status (Shaw & Kinsella-Shaw, 2007).
Gibson seguì James e Holt nel rifiutare il dualismo mente-materia, in quanto la coscienza deve essere in grado di essere caratterizzata fisicamente. Ad esempio, l’esperienza di osservare un gol segnato quando un pallone da calcio viene curvato nell’aria implica un particolare modo di calciare il pallone da parte di un calciatore, in relazione a una posizione specifica rispetto alla porta, e a un angolo specifico dell’osservatore. Queste relazioni fisiche sono necessarie affinché questa esperienza si verifichi. La coscienza è una relazione fisica che esiste solo a livello del sistema individuo-ambiente. Se si sottraggono tali relazioni, esiste solo la materia. Gli individui possono percepire direttamente la loro situazione e se stessi in quella situazione senza bisogno di una “copia di coscienza” di essa.
La consapevolezza situazionale radicata emerge quando l’atleta nota ciò che lo circonda, ciò che sta cambiando e ciò che sta emergendo (Shaw, 2003). È importante notare che essere consapevoli di un’affordance non significa avere una sorta di convinzione sul mondo (ad esempio, convinzioni su causa ed effetto; Reed, 1996). La consapevolezza informata non è solo informazione sull’ambiente, ma anche informazione su se stessi in relazione a quell’ambiente circostante (Shaw & Kinsella-Shaw, 2007).
Recentemente, Seifert, Cordier e colleghi (2017), in uno studio sul processo decisionale nell’arrampicata, hanno mostrato che, durante la fase di preview, gli arrampicatori non necessariamente fanno piani basati su rappresentazioni mentali per programmare le loro azioni. Piuttosto, le anteprime li aiutano a diventare consapevoli delle proprietà funzionali dell’ambiente. Percepiscono opportunità di azione piuttosto che proprietà fisiche neutre (metriche come la distanza, in centimetri o pollici, per raggiungere una presa). Captando i comportamenti visivi durante la preview del percorso e correlando tali comportamenti con le azioni effettive di arrampicata, Seifert e colleghi (2017) hanno dimostrato che la preview ha permesso agli arrampicatori di diventare sensibilmente sintonizzati sulle affordances.
Una volta agite, queste implicano aggiustamenti e rivelano nuove informazioni che, a loro volta, implicano ulteriori aggiustamenti e così via, verso il raggiungimento dell’obiettivo (vedi Araújo, Dicks, & Davids, in stampa). La preview (sintonizzarsi su affordances specifiche) può essere considerata un comportamento strategico (cambiando su una scala temporale più lenta senza fare affidamento su rappresentazioni mentali e programmazione motoria). Le esplorazioni, gli aggiustamenti e le scelte effettivamente fatte durante l’implementazione di questa strategia in arrampicata (cambiamenti più rapidi) possono essere considerate comportamenti tattici.
L’azione, quindi la cognizione, emerge sotto vincoli
Una delle conseguenze dell’assunzione del sistema atleta-ambiente è che il comportamento può essere compreso come auto-organizzato sotto vincoli, in contrasto con l’organizzazione imposta dall’interno (ad esempio, dalla mente) o dall’esterno (ad esempio, dalle contingenze di rinforzo o dalle istruzioni di un allenatore). La prestazione non è prescritta da strutture interne o esterne, ma all’interno dei vincoli esistenti, ci sono tipicamente un numero limitato di soluzioni stabili che possono raggiungere risultati desiderati specifici (Araújo et al., 2006). Il compito di un atleta è quello di sfruttare i vincoli fisici (ad esempio, le caratteristiche dell’ambiente di prestazione determinate dalle regole) e informativi (ad esempio, le prese delle superfici da utilizzare nell’ascesa verticale o le traiettorie di altri esecutori) per stabilizzare i comportamenti di prestazione.
I vincoli hanno l’effetto di ridurre il numero di configurazioni disponibili per un atleta in ogni momento. In un ambiente di prestazione, i modelli comportamentali emergono sotto vincoli mentre gli stati di organizzazione meno funzionali si dissipano. Gli atleti possono sfruttare questa tendenza per migliorare la loro adattabilità e persino per mantenere la stabilità delle prestazioni sotto perturbazioni dall’ambiente.
È importante notare che i cambiamenti nei vincoli di prestazione possono portare un sistema verso punti di biforcazione, dove emergono delle scelte man mano che informazioni più specifiche diventano disponibili, vincolando il sistema ambiente-atleta a passare a percorsi comportamentali più funzionali (come eseguire un “half volley” in campo da tennis, anziché un volley, mentre la traiettoria della palla cambia a causa del top spin). La misurazione della dinamica delle variabili eco-biofisiche (ad esempio, l’angolo tra attaccante-difensore-porta) consente di comprendere come il funzionamento cognitivo possa dipendere dalle interazioni emergenti e continue tra atleta e ambiente nello sport (Araújo et al., 2006; Correia et al., 2013).
Scelta dei modi d’azione durante la percezione di un’affordance
Quando un atleta passa da un modo d’azione (camminare verso una palla) a un altro (correre per prenderla), le transizioni tra stati comportamentali stabili (cioè, modalità d’azione) emergono da instabilità dinamiche nel sistema atleta-ambiente. Le transizioni forniscono un processo universale di decisione per il passaggio tra schemi comportamentali distinti (Kelso, 1995). Tali stabilità e instabilità non esistono a priori nella struttura memoriale (internalizzata) di un atleta, né sono pre-determinate nella struttura dell’ambiente. Piuttosto, esse sono co-determinate dalla confluenza di vincoli e informazioni, esemplificando come il controllo risieda nelle relazioni emergenti del sistema individuo-ambiente.
Questo è un punto chiave per gli psicologi dello sport da comprendere quando si impegnano con gli atleti per aiutarli a migliorare i loro comportamenti decisionali. I modelli comportamentali emergenti sono stati formalmente modellizzati utilizzando equazioni differenziali e funzioni potenziali per descrivere le interazioni dinamiche dei componenti del sistema (ad esempio, Haken, Kelso, & Bunz, 1985). Il paesaggio cambia quando gli attrattori scompaiono o emergono. Gli atleti possono sfruttare la multi-stabilità del sistema, transitando tra diversi modi d’azione.
Araújo e colleghi (ad esempio, Araújo et al., 2006; Davids & Araújo, 2010) hanno precedentemente spiegato che i comportamenti decisionali durante l’esecuzione emergono in un tale paesaggio di attrattori (stati stabili del sistema), come soluzioni potenziali del compito. In contrasto con la visione tradizionale di arrivare a una presunta “soluzione migliore”, gli atleti modulano le loro interazioni con l’ambiente fino a quando il sistema atleta-ambiente non arriva a una soluzione stabile e funzionale. L’opzione selezionata è l’attrattore più forte per un sistema individuo-ambiente in un dato momento, mentre le altre opzioni hanno una minore forza di attrazione.
Il processo decisionale è spiegato attraverso un’integrazione di intenzioni, azioni e percezioni, poiché i comportamenti selezionati sono la realizzazione delle affordances. Questa selezione emerge solo dalle interazioni continue di un individuo con l’ambiente di prestazione. Ignorare altre opzioni è una conseguenza del sistema dinamico (atleta-ambiente) che si rilassa in uno stato stabile, ignorando contemporaneamente le opzioni rimanenti (attrattori). La presenza di un attrattore più forte non elimina l’influenza di altri attrattori nel paesaggio dinamico delle possibilità di azione (ad esempio, Araújo, Diniz, Passos, & Davids, 2014). In condizioni di prestazione dinamiche, altri attrattori (cioè, come opzioni) possono emergere ed esercitare la loro attrazione. I modelli dinamici possono spiegare decisioni differenti attraverso lo stesso processo sottostante di origine e decadimento degli attrattori.
Un modello inizialmente proposto da Tuller e colleghi (Tuller, Case, Ding, & Kelso, 1994), per giudicare tra parole pronunciate, ha spiegato i comportamenti decisionali in altri compiti, come la transizione camminare-correre (Diedrich & Warren, 1998) o la decisione di partire da destra o sinistra in una regata di vela (Araújo, Davids et al., 2015).
Nel modello di Tuller et al. (1994), si assume che lo stato del sistema cambi nel tempo influenzato dalla dinamica del paesaggio degli attrattori. Nello studio di Araújo, Davids et al. (2015), lo stato del sistema era la decisione, espressa da vincoli ecologici come la posizione dei velisti sulla linea di partenza e l’angolo tra la direzione del vento e la linea di partenza. In accordo con le previsioni del modello di Tuller et al. (1994), Araújo et al. (2006, Araújo, Davids et al., 2015) hanno osservato proprietà come cambiamenti qualitativi, salti bruschi, fluttuazioni critiche e multi-stabilità.
Nel periodo cruciale pre-partenza, non esisteva una singola “rotta valida” per ciascuna barca da seguire, quindi le barche si impegnavano in una competizione intensiva cercando continuamente di ottenere un vantaggio posizionale sugli avversari. L’analisi del periodo pre-partenza ha rivelato che, sebbene le decisioni riguardo il “posto di partenza più favorevole” potessero essere prese in anticipo, questa tattica era intrinsecamente fuorviante. C’è bisogno di considerare e interagire con vincoli che cambiano istantaneamente, come i movimenti delle barche avversarie, i cambiamenti nel vento e le correnti oceaniche (Araújo, Davids, & Serpa, 2005; Pluijms, Cañal-Bruland, Kats, & Savelsbergh, 2013).
Questo particolare processo decisionale (la selezione di un percorso verso un punto di partenza vantaggioso) chiaramente non può essere basato su confronti mentali tra stati ottimali e attuali rappresentati mentalmente, poiché emergono sotto l’interazione dei vincoli emergenti, comprese le azioni di un avversario, i cambiamenti del vento, le correnti oceaniche e le abilità di manovra delle barche.
A causa dell’elevato carico computazionale richiesto, questo livello di programmazione dell’azione sarebbe altamente poco pratico, forse inutile. Sarebbe impossibile calcolare con precisione lo stato relazionale di ciascuna fonte di vincolo, come le manovre degli avversari, i venti, le maree e i movimenti delle barche, prevederne i cambiamenti e pianificare come agire di conseguenza, su base momentanea (vedi anche Araújo et al., 2014 per un modello decisionale nel Rugby Union).
Piuttosto, i modi d’azione vengono scelti quando le affordances vengono selezionate, ma possono cambiare, guidati dall’apparizione e scomparsa delle affordances nel paesaggio di prestazione. Come dicono Turvey e Shaw, “vedere la distanza di contatto è vedere il lavoro richiesto, vedere il tempo di contatto è vedere le forze d’impulso richieste, vedere la direzione di contatto è vedere i momenti necessari” (Turvey & Shaw, 1995, p. 158).
Durante la prestazione, le azioni di un atleta generano informazioni percettive che, a loro volta, vincolano l’emergere di ulteriori movimenti. Ad esempio, nell’arrampicata su ghiaccio, Seifert e colleghi (2014) hanno osservato come gli arrampicatori esperti percepivano diverse proprietà delle strutture superficiali del ghiaccio per adattare i loro schemi di coordinazione degli arti con gli strumenti da arrampicata e i ramponi. Quando rilevavano buchi nella superficie del ghiaccio lasciati da arrampicatori precedenti, emergevano azioni di aggancio. Al contrario, quando il ghiaccio era liscio e compatto, gli arrampicatori usavano azioni di oscillazione per creare i buchi necessari per una traversata sicura e rapida. A sua volta, i movimenti di un arrampicatore cambiano continuamente la sua relazione con la superficie del ghiaccio.
La decisione in questo compito di arrampicata è facilitata dalla multi-stabilità del sistema percezione-azione. La multi-stabilità si riferisce al principio di “equivalenza funzionale” (Kelso, 2012, p. 907), noto anche come “degenerazione” (Edelman & Gally, 2001). La degenerazione corrisponde alla “capacità degli elementi strutturalmente diversi di svolgere la stessa funzione o produrre lo stesso risultato” (Edelman & Gally, 2001, p. 13763). Significa che un individuo può variare la percezione-azione senza compromettere la funzione (Mason, 2010), come espressione del ruolo adattivo e funzionale della variabilità degli schemi di coordinazione per soddisfare i vincoli interagenti (Seifert, Komar et al. 2016).
Un livello più elevato di abilità riflette una maggiore capacità adattiva per ottenere risultati di prestazione simili con movimenti e schemi di coordinazione diversi, piuttosto che fare affidamento su una singola soluzione (programmata, rappresentata) già pronta. La presenza di degenerazione nelle azioni sportive aumenta la complessità e la robustezza di un atleta contro le perturbazioni e garantisce un coinvolgimento funzionale continuo (decisionale) con un ambiente dinamico.
Selezionare un’affordance in un mondo pieno di affordances
Il comportamento degli atleti può essere sostenuto da affordances simultanee e successive, piuttosto che da un piano gerarchico o una rappresentazione che catturi una sequenza di operazioni (Araújo et al., in press). Reed (1993) sosteneva che questi schemi di organizzazione del comportamento emergano in situazioni in cui diverse affordances possono essere utilizzate per migliorare le performance in contesti come lo sport. Le affordances non sono cause uniche per il comportamento, ma motivano l’organismo a reagire, anche se una persona può scegliere di non agire su un’affordance percepita. Le affordance favoriscono certi comportamenti e ne escludono altri (Withagen et al., 2012).
In relazione a questo, Kiverstein e Rietveld (2015) definiscono l’intenzionalità esperta come “l’apertura selettiva e la reattività dell’individuo verso un ricco paesaggio di affordances”. L’ambiente quotidiano offre una gamma di affordances che sono relazionali e accessibili solo a chi ha le competenze necessarie. Per esempio, un giocatore di tennis con un ottimo rovescio può percepire un’opportunità per un colpo incrociato, mentre un altro giocatore abile sotto rete potrebbe percepire ogni palla come un’opportunità per avvicinarsi alla rete.
Gli atleti interagiscono con l’ambiente attraverso un impegno esperto verso le affordances specifiche che l’ambiente offre grazie al loro set di abilità unico. Inoltre, gli atleti agiscono in relazione a più affordances rilevanti contemporaneamente, come il concetto di “campo di affordance” suggerito da Rietveld e colleghi. Ad esempio, le affordance di un portiere in hockey o calcio sono diverse da quelle di un attaccante in questi sport.
Un aspetto importante nella selezione delle affordance è l’informazione per la prossima affordance, che consente una selezione dinamica nelle prestazioni sportive. In sintesi, la percezione e l’adattamento alle affordance sono processi dinamici e interattivi, che richiedono una costante calibrazione tra gli atleti e l’ambiente circostante.
Conclusioni
Nel contesto sportivo, la coordinazione dei movimenti corporei con eventi, oggetti, superfici e altri atleti è fondamentale per una buona performance. A differenza di altre attività socio-culturali, come gli scacchi o suonare il pianoforte, dove l’azione esperta si manifesta in micro-movimenti, nello sport la performance si basa su interazioni dettagliate tra l’individuo e l’ambiente di prestazione. La struttura dell’azione, durante le interazioni in corso, è quindi un aspetto cruciale per comprendere la cognizione esperta nello sport.
Dal punto di vista della dinamica ecologica, lo studio del processo decisionale nello sport implica la selezione tra diverse affordances. Quando un’affordance viene percepita, essa guida una modalità di azione che può evolversi in altre modalità in base alle informazioni che l’affordance fornisce (ad esempio, passando da una camminata a una corsa durante una presa nel cricket o nel baseball se la traiettoria della palla sembra cadere a terra più velocemente). Sebbene esistano già alcuni modelli di decision-making nella dinamica ecologica, è necessario esplorare ulteriori fasi della competizione e altre situazioni sportive.
La dinamica ecologica si concentra sul sistema individuo-ambiente come livello di analisi, piuttosto che su variabili interne. Sebbene la ricerca in questo ambito sia ancora limitata, è fondamentale per comprendere come manipolazioni ambientali, come lo stato di una partita o le differenze fisiche tra un attaccante e un difensore, influenzano la dinamica comportamentale degli atleti.
Comprendere l’azione come un processo emergente sotto i vincoli individuali, ambientali e del compito ha implicazioni per il modo in cui il comportamento decisionale viene compreso e migliorato tramite esperienza e allenamento. Un approccio di questo tipo ha conseguenze significative anche per la psicologia generale, la creatività, l’analisi delle performance sportive, la pedagogia sportiva, e lo sviluppo di esperti negli sport di squadra. La psicologia dello sport, quindi, ha un’opportunità unica di rivelare come l’azione non sia una semplice implementazione prestabilita, ma un comportamento di scelta che emerge da un’ampia gamma di possibilità di azione.
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