Il contributo è la trascrizione e traduzione in italiano dell’articolo “Complejidad, educación física y
entrenamiento deportivo”
Autore: Adrián Diego González
Direzione Generale della Cultura e dell’Educazione
Il presente contributo esplora il concetto di Educazione Fisica e Allenamento Sportivo attraverso la lente del Paradigma della Complessità. Il percorso inizia analizzando il pensiero scientifico tradizionale – con una prospettiva prevalentemente biologica e biomeccanica – e la sua evoluzione verso un nuovo modello.
L’approccio proposto, ispirato alla Teoria dei Sistemi Dinamici, promuove una visione più umana e integrata del nostro ruolo educativo e professionale, sia nella pianificazione che nella gestione delle lezioni di Educazione Fisica e degli allenamenti sportivi.
In questo cambio di paradigma, risultano centrali i contributi delle Neuroscienze, che ci aiutano a comprendere i processi di apprendimento e le molteplici variabili che influenzano la performance sportiva.
In questa prospettiva, l’atleta non è più visto solo come un corpo da allenare, ma come un essere umano in costante trasformazione, in cui cervello, emozioni, relazioni affettive e competenze sociali diventano elementi centrali dell’attività formativa, andando oltre la dimensione puramente “fisica”.
Siamo solo esseri biologici?
La nostra pratica professionale nell’ambito dell’Educazione Fisica e dello Sport è stata a lungo influenzata dalla visione della Scienza Classica, anche detta Paradigma Meccanicista. Questo modo di pensare ha dominato la formazione accademica e, di conseguenza, ha influenzato anche le modalità di progettazione e decisione nell’allenamento.
Le sue radici affondano nello sviluppo delle scienze in Europa tra il XVII e il XIX secolo, con figure centrali come Galileo Galilei e Isaac Newton, i cui contributi hanno dato origine a una visione del mondo strutturata, lineare e frammentata.
Questa impostazione ha condizionato profondamente il nostro modo di intendere il corpo umano e il movimento, portandoci a considerarlo quasi esclusivamente da un punto di vista biologico e statico, tralasciando dimensioni importanti come quella cognitiva, emozionale e relazionale.
A partire dal XX secolo, grazie al lavoro di Ludwig von Bertalanffy e alla sua Teoria Generale dei Sistemi, si assiste a un cambiamento significativo.
Questa teoria, nata in ambito biologico, sostiene che un organismo vivente è un sistema dinamico formato da più componenti in continua interazione tra loro e con l’ambiente esterno. Le parti non possono essere comprese separatamente, ma solo all’interno di una visione d’insieme.
Le prime pubblicazioni su questo tema risalgono agli anni ’40, ma è nel 1968 che Bertalanffy pubblica il suo testo fondamentale: “General System Theory”, che propone una visione più umanistica dell’essere umano, in netto contrasto con la concezione meccanicista dominante fino ad allora.
A partire dagli anni ’80, questa teoria è stata applicata anche allo studio della motricità umana, in particolare per spiegare la coordinazione dei movimenti ciclici, difficilmente interpretabili con i soli “programmi motori” classici (Torrents, 2012:7).
Vítor Frade e la Periodizzazione Tattica
La Periodizzazione Tattica nasce circa trent’anni fa in Portogallo grazie al lavoro di Vítor Frade, docente di calcio presso l’INEF di Porto. Frade inizia a mettere in discussione le metodologie di allenamento tradizionali e cerca un approccio che rispecchi meglio la realtà complessa del gioco: globalità, non linearità e imprevedibilità. Da questa riflessione prende forma un nuovo metodo di allenamento sportivo, ispirato a una visione sistemica, in linea con il concetto di Microciclo Strutturato.
La Periodizzazione Tattica diventa celebre a livello mondiale grazie al suo più illustre rappresentante: José Mourinho, che ne applica i principi con grande successo in vari club europei.
Questo metodo si basa sull’idea che l’allenamento debba rispecchiare il modo di giocare della squadra. Le varie fasi del gioco (organizzazione offensiva, transizioni, difesa, ecc.) vengono allenate in modo contestualizzato e interconnesso, simulando le situazioni reali della partita.
Il punto di partenza non è il miglioramento delle qualità fisiche isolate, ma lo sviluppo del pensiero tattico all’interno del sistema di gioco.
Il contributo delle Neuroscienze
Le Neuroscienze hanno rivoluzionato la nostra comprensione del cervello umano, soprattutto in relazione ai processi di apprendimento, adattamento e interazione sociale.
Il Dr. Facundo Manes afferma che il cervello è un vero e proprio “organo sociale”, che lavora in rete con altri cervelli. Questo scambio attiva la motivazione, il legame affettivo e i processi di apprendimento collettivo, elementi chiave nel contesto sportivo.
Le interazioni sociali e affettive stimolano la produzione di ossitocina, dopamina e serotonina, neurotrasmettitori fondamentali per il benessere e la cooperazione nei gruppi. Il Dr. Paul MacLean, con il suo modello del cervello triuno, ci spiega che l’essere umano ha sviluppato una parte del cervello – il Sistema Limbico – specificamente per la gestione delle emozioni e delle relazioni, in risposta ai bisogni di sopravvivenza del gruppo.
In situazioni di stress, come sottolinea Daniel Goleman, l’attività del cervello “emotivo” può interferire con quella del cervello “razionale”, localizzato nei lobi prefrontali, sede della memoria operativa e delle funzioni superiori come attenzione, pianificazione e decisione.
Se l’ambiente è percepito come minaccioso, il cervello entra in modalità difensiva, sottrae risorse cognitive e compromette la qualità dell’apprendimento e della performance.
Integrare il paradigma della complessità, l’allenamento sportivo e le neuroscienze ci consente di adottare una visione più umana e completa del nostro lavoro come allenatori ed educatori.
Oggi sappiamo che l’atleta non è solo un corpo da allenare, ma un essere umano in continuo adattamento, con emozioni, aspettative, relazioni e una vita propria.
Allenare con efficacia significa ricreare in allenamento contesti il più possibile vicini alla realtà della competizione, utilizzando schemi di movimento dinamici, contestualizzati e orientati allo sviluppo del pensiero tattico e della presa di decisione.
Ogni giocatore manifesta il proprio potenziale in funzione del contesto, dei compagni e del momento. Per questo motivo, è ormai necessario abbandonare definitivamente una visione meccanicistica dell’allenamento, fatta di schemi rigidi, test standardizzati e compartimenti stagni.
Un aneddoto significativo: Diego Maradona e il Test di Cooper
Il Prof. Fernando Signorini, storico preparatore atletico di Maradona, racconta un episodio emblematico:
“Era una mattina di dicembre del 1983. Arrivammo allo stadio di Montjuïc. Volevo sottoporre Diego al famoso Test di Cooper per valutarne la condizione. Gli spiegai accuratamente le regole, gli feci indossare il cardiofrequenzimetro, e iniziammo. L’obiettivo: coprire la maggiore distanza possibile in 12 minuti.
Al termine della prova mi avvicinai per le misurazioni. Diego, fermo con le mani sui fianchi e scuotendo la testa, disse:
– Questo test non serve a niente.
– Come sarebbe a dire? È uno strumento scientifico… provai a spiegare.
– Ti dico che non serve a niente! ribatté infastidito.– Quanti metri dovevo fare? chiese.
– Un giocatore del tuo livello dovrebbe stare sui 3400 metri, risposi.
– E quanti ne ho fatti?
– 2550 metri.– E tu, quanti ne faresti?
– Circa 3200.Diego fece una pausa, prese una bibita, mi guardò ironico e disse:
– Allora domenica gioca tu!”
(Signorini, 2014: 80-81)
Questo aneddoto evidenzia come i test standardizzati non sempre riflettano la realtà del calcio, dove contano visione di gioco, intuizione, contesto e capacità di decidere in frazioni di secondo.