Il contributo è la trascrizione e traduzione dell’articolo “Complex systems in team sports”, di Felix Lebed, Kaye Academic College of Education
Introduzione
L’attenzione alla vittoria negli sport di squadra è sostenuta da numerosi processi professionali, tra cui l’analisi della performance. Come mostrano diverse ricerche (Hughes, 2004; Nevill et al., 2008; O’Donoghue, 2010; Reilly et al., 1997), l’analisi della performance ha almeno tre origini principali:
(1) l’analisi applicata della performance utilizzata dagli allenatori per la revisione pre- o post-gara e per gli aggiustamenti successivi;
(2) i sistemi cibernetici, che sottolineano l’importanza del feedback per il controllo del sistema;
(3) il metodo scientifico classico, basato principalmente sulla psicologia comportamentale, che mira a misurare o almeno a stimare gli aspetti osservabili del comportamento umano come base per l’analisi.
La prima fonte ha fornito la necessità pratica dell’analisi della performance. La seconda ha strutturato il concetto di feedback multiplo e di adattamento sistemico. La terza ha contribuito a sviluppare un approccio metodologico e pedagogico alla gestione della performance, in cui i dati vengono registrati, selezionati e confrontati per indirizzare il miglioramento delle capacità.
La terza fonte ha inoltre fornito una metodologia per condurre analisi della performance.
Negli ultimi decenni, la visione delle squadre come sistemi complessi, che si è sviluppata negli anni ’90 e in particolare nel decennio successivo, ha in parte modificato questa prospettiva, sfidando l’approccio tradizionale all’analisi della performance.
I principi adottati dall’analisi della performance si fondano su due approcci principali: il controllo sistemico e il metodo scientifico cartesiano. Quest’ultimo si basa sull’idea di una connessione intrinseca tra causa ed effetto, che ha portato alla base del modello reattivo input → output (stimolo → risposta).
Il team è espresso da due qualità: da un lato, un dominio di gioco competitivo orientato al guadagno, e dall’altro, un sistema gestito da un insieme di persone che interagiscono in un’istituzione sportiva. La sezione successiva considera la performance come un riflesso della complessità funzionale degli sport di squadra. Tali sistemi sono caratterizzati da caratteristiche uniche del comportamento umano, prima del collegamento a fattori statici e istintivi e alle regole del gioco.
Ogni squadra riflette una struttura complessa di team sportivi. Ogni livello del sistema (giocatori, allenatori, dirigenti, tifosi) possiede la propria complessità, e ciascuno deve essere gestito in modo coerente, come in un’orchestra.
La complessità come principio per un approccio proattivo alla performance di squadra
I sistemi classici di teoria della gestione valutano l’efficacia manageriale lungo un ciclo: pianificazione → preparazione → performance → feedback → pianificazione, e così via (Cating et al., 2009). Tuttavia, questo schema presenta un problema quando la performance negli sport di squadra non segue sempre un modello lineare di feedback.
La complessità negli sport di squadra svolge un ruolo cruciale in un ambiente dinamico e multifattoriale. Per la maggior parte, questi sistemi sono auto-organizzati e mostrano caratteristiche di crescita interna (Dinwiddie, 2005: 23) e di adattamento. Queste caratteristiche sono alla base di specifiche qualità dei sistemi complessi (Shaw, 1997; Cilliers, 2005; Gershenson, 2008; Richardson et al., 2007; Wolfram, 2002).
Le caratteristiche principali dei sistemi complessi sono quattro:
(1) un gran numero di elementi (livelli), ciascuno dei quali può essere semplice;
(2) gli elementi interagiscono tra loro;
(3) le interazioni sono non lineari;
(4) il comportamento complessivo del sistema non può essere previsto semplicemente dalla somma delle sue parti.
Uno dei risultati più notevoli delle considerazioni sulla performance e sull’analisi dei sistemi complessi è la loro imprevedibilità, che si esprime in una mancanza di connessioni chiaramente attese tra input e output del sistema. Un input debole può produrre un output forte e, al contrario, un input massiccio può essere seguito da una risposta debole o nulla (Gershenson e Heylighen, 2005; Morrison, 2002). Tali risposte inadeguate sono causate da un numero molto elevato di fattori esterni e interni che influenzano i sistemi complessi e da reti di interconnessioni tra componenti intrinseci. Queste peculiarità indicano che il comportamento complesso non può essere compreso da un approccio tradizionale basato sulla visione cartesiana del mondo, che è principalmente riduzionista, analitica, deterministica e lineare (Cilliers, 2005; Wolfram, 2002).
Secondo questa visione, la stabilità implica che un sistema abbia una logica nota (o dovrebbe averla) per un campo predefinito, suggerendo un modello implicito di gestione del comportamento, come se il controllo del livello di un sistema (manager, allenatore, ecc.) avesse il diritto di aspettarsi una risposta prevedibile dal livello inferiore sotto controllo. E se questa risposta non arriva, l’implicazione è che qualcosa non va nel sistema. Tale ragionamento è errato, perché, nella visione cartesiana, il “giusto” stimolo deve sempre portare alla “giusta” risposta.
Dal punto di vista metodologico, la “giusta” e la “sbagliata” (cioè, inaspettata) risposta dei sistemi complessi rappresentano una posizione “quantico-punto” del riconoscimento comportamentale e della creazione di significato. Questa contro-posizione deve essere espressa, in breve, attraverso la questione dell’origine: l’uomo propone e presenta la priorità dell’ambiente come causa e della ragione come scopo. In questa logica, la comprensione del comportamento può essere vista come una parola di doppia funzionalità. Clark (1925) affermava che il comportamento motorio può essere considerato come una risposta a stimoli o come un atto di coscienza proattiva.
La coscienza proattiva è vista come una base per la direzione intenzionale dei processi psicologici e comportamentali e per il comportamento proattivo. Tale dicotomia tra comportamento reattivo e proattivo (Deci e Ryan, 1985; Ryan e Deci, 2000) può anche essere analizzata come un continuum di processi auto-regolatori che vanno dal comportamento reattivo (passivo) a quello proattivo (attivo).
Nel contesto della psicologia sportiva, Nitsch (2009) propone che la proattività e la reattività siano due modalità fondamentali di azione che devono essere considerate nella comprensione del comportamento umano. Egli suggerisce che l’azione proattiva si basi su processi di anticipazione e di pianificazione, mentre quella reattiva si fondi su risposte immediate a stimoli ambientali.
In questo senso, gli sport di squadra rappresentano una combinazione di entrambe le modalità, dove la proattività e la reattività si intrecciano costantemente. La proattività si manifesta nella pianificazione strategica e tattica, mentre la reattività emerge nelle risposte istantanee alle situazioni di gioco.
Ritornando a Nitsch (2009), l’idea di un approccio proattivo in questo contesto implica che il comportamento umano, incluso quello sportivo, derivi da un’interazione complessa tra fattori biologici, mentali, sociali e ambientali. Secondo questa visione, l’ambiente sociale crea un contesto per la proattività.
Caratteristiche di base di una squadra sportiva come sistema complesso
Osservare gli sport di squadra attraverso la lente della complessità significa essenzialmente vedere ogni squadra come un dominio dotato di dinamiche auto-organizzate, indipendenti dall’ambiente. Questa visione porta all’affermazione che le squadre sportive possiedono un’elevata probabilità di comportamento proattivo, che può essere esaminato attraverso nuove forme di analisi della performance. Tale affermazione necessita di essere approfondita: in che senso una squadra sportiva è un sistema complesso?
A causa del numero finito di elementi del sistema e dei forti limiti nel loro funzionamento, una squadra può mostrare importanti qualità di sistema complesso, come un alto numero di livelli e una libertà di comportamento imprevedibile. Tuttavia, questa semplicità può essere più apparente che reale.
In primo luogo, i sistemi complessi offrono un concetto fondamentale riguardo all’emergere del comportamento da semplici regole (Cilliers, 1998; Wolfram, 2002). In secondo luogo, una squadra sportiva può essere inclusa in una speciale “famiglia” di sistemi (Bax-Yam, 1997: 9), che è un esempio di sistema complesso caratterizzato dalle seguenti qualità: “È un insieme di individui. Ogni individuo ha una relazione con altri individui. Esiste un’interdipendenza tra le relazioni e le qualità dell’individuo. E infine, il sistema interagisce con il mondo esterno.”
Il concetto di famiglia è un’illustrazione dell’emergenza della complessità (Bax-Yam, 1997: 9), che è una funzione del comportamento collettivo di semplici unità. Si può affermare che anche il piccolo numero di livelli di una squadra e i vincoli stabiliti delle sue regole non limitano l’emergere del comportamento complesso per i seguenti motivi.
Primo, il gioco stesso ha un alto livello di ✳️ imprevedibilità, dovuto alla natura dinamica delle situazioni e alla variabilità delle decisioni individuali. Secondo, ogni giocatore possiede un atteggiamento verso il gioco, che si manifesta in un orientamento emotivo e cognitivo che può generare risposte imprevedibili. Terzo, la squadra nel suo insieme è un sistema aperto che interagisce costantemente con l’ambiente esterno — avversari, pubblico, arbitri, condizioni atmosferiche, ecc.
In un sistema complesso, l’unità di opposti che si contrappongono è un principio fondamentale: la ✳️ stabilità e il cambiamento, la cooperazione e la competizione, l’ordine e il caos coesistono e si influenzano reciprocamente. Di conseguenza, il comportamento imprevedibile si basa su un equilibrio dinamico tra questi poli.
Quando una squadra sportiva è vista come un sistema complesso, essa non è più analizzata solo come una somma di azioni individuali, ✳️ ma come un insieme di relazioni, interazioni e adattamenti. In tale situazione, l’analisi della performance non può più limitarsi alla descrizione dei singoli comportamenti, ma deve includere la comprensione delle reti di relazioni che li generano.
Un esempio concreto può essere tratto dal calcio, dove la performance di squadra dipende non solo dalle abilità fisiche o tecniche dei giocatori, ma anche dalla loro capacità di adattarsi alle dinamiche del gioco, alle decisioni degli avversari e alle condizioni ambientali (Lames e McGarry, 2007).
Un’analisi di 286 partite di calcio professionistico ha mostrato che il 58% dei gol segnati deriva da situazioni di gioco aperte, mentre il 28% proviene da calci piazzati (corner, punizioni, rigori). Ciò dimostra che la maggior parte delle azioni decisive nasce da contesti dinamici e imprevedibili, dove la capacità di adattamento e la cooperazione emergente tra i giocatori sono determinanti.
Inoltre, le norme e i valori di una data cultura sportiva influenzano la scelta degli obiettivi e delle strategie, così come la percezione del ruolo del portiere o dell’attaccante. In questo senso, la squadra sportiva riflette non solo un sistema tecnico, ma anche un sistema sociale e culturale complesso.
Nella fase iniziale della performance. Possono corrispondere o meno alle norme e ai valori personali, ma influenzano comunque il comportamento.
Solo pochi fattori possono essere separatamente registrati, analizzati e calcolati durante l’analisi della performance. Allo stesso tempo, è necessario tenere conto delle numerose forze che contribuiscono a formare un sistema complesso (la squadra avversaria) per comprendere la performance. In ogni partita, in ogni competizione, una squadra di giocatori è influenzata da una diversità incomparabile di fattori intrinseci ed estrinseci e mostra segni speciali e non misurabili di successo nella performance. In questo senso, Socrate aveva ragione nel dire che “non si può entrare due volte nello stesso fiume” (Fowler, 1921).
La complessità funzionale del gioco competitivo
L’attenzione rivolta alla complessità dell’attività umana si è concentrata principalmente sul funzionamento dei sistemi complessi in condizioni di incertezza che sfiorano il caos e cercano l’attrattore. Il comportamento emergente dei sistemi complessi è sempre orientato verso una minore incertezza. Tuttavia, il caso del gioco è speciale, poiché il gioco stesso possiede la propria complessità.
Le seguenti analisi offrono un’interpretazione in cui il gioco può essere percepito come un’attività particolarmente abile, un piacevole stato mentale e un atteggiamento vivace e giocoso verso la realtà.
Complessità (incertezza) di un processo e il risultato del gioco
L’idea principale qui proposta è che ✳️ la realtà potenzialmente ludica possa emergere solo in una situazione di incertezza sia del processo che del risultato. Questo approccio trova le sue radici nel requisito di Huizinga (1938) dell’incertezza come caratteristica obbligatoria del gioco. Un’analisi dettagliata dell’affinità tra gioco e incertezza è stata fornita da Moore (1975), che ha utilizzato il termine indeterminatezza, e da Turner (1983), che ha fatto riferimento al concetto di liminalità del gioco. Si potrebbe affermare che, nella filosofia dello sport, questa idea sia espressa nel concetto di possibilità e incertezza di Esposito (1974) e nella situazione di rischio di Kretchmar (1975). Kretchmar sottolinea la situazione di test dei limiti umani attraverso ciò che egli chiama imperfezione e vulnerabilità.
Questi approcci concordano sul fatto che l’incertezza creata nel gioco attiva la possibilità di sorpresa e di stupore, elementi che rendono il gioco e il gioco sportivo piacevoli. La sfida è determinata da possibili incidenti, durata incerta del gioco e risultati ambigui, caratteristiche di ogni tipo di gioco. Tutti gli aspetti sopra menzionati si riferiscono al problema del gioco come attività libera, ma anche incerta e imprevedibile.
✳️ Nel gioco, questa incertezza è accentuata da regole che introducono vincoli per i giocatori — ad esempio, condizioni complicate per segnare un gol che richiedono abilità virtuose, alta capacità fisica e mentale, e un costante confronto con l’avversario. La scuola di pensiero dell’analisi della performance, tuttavia, di solito non si concentra su questo aspetto propriamente ludico della performance. Allo stesso tempo, si possono riconoscere riferimenti a questo tema in pubblicazioni che trattano differenze nei giochi in cui la performance mostra diversi gradi di incertezza — ad esempio, giochi bilanciati e sbilanciati (Gómez et al., 2008; Sampaio et al., 2001), giochi con diversi stati di match (Lago, 2009), livelli di competizione (Sampaio et al., 2004) e variazioni dei parametri di gioco a seconda del ritmo della partita (Volossovitch et al., 2010).
Complessità (incertezza) dello stato mentale del giocatore
Seguendo la tradizione socratica e teleologica, si può considerare ogni situazione incerta — come segnare un gol o difendere — come una che non soddisfa pienamente o non soddisfa affatto. Estreme reazioni a varie contingenze, come la vittoria o la sconfitta, possono causare gioia e piacere derivanti dall’incertezza, dalla paura, dal pericolo o da attività sociali come la competizione.
Ogni stato psicologico può essere descritto in termini di buono (ad esempio, felicità e divertimento), sebbene in un contesto di gioco la felicità sia più complessa. Lo stato mentale di chi è profondamente coinvolto nel gioco di squadra è stato descritto da Csikszentmihalyi (1975, 1997, 1999) come flusso, uno stato di profonda felicità percepita come un’esperienza ottimale di ispirazione e controllo.
L’approccio sviluppato da Csikszentmihalyi durante 25 anni di ricerca si basa su un modello di auto-consapevolezza, elementi di profonda dipendenza e concentrazione. Il flusso è definito come un riconoscimento simultaneo di azioni e consapevolezza, una concentrazione di attenzione su un compito limitato, una perdita di autocoscienza durante l’azione, e un senso di controllo sulle azioni (Csikszentmihalyi, 1975: 38–48).
In una successiva versione (1997: 39), egli distingue tra stati mentali di controllo e di flusso. Il primo è caratterizzato da un alto livello di consapevolezza di sé e da un basso livello di concentrazione, mentre il secondo mostra una perdita di autocoscienza e un alto livello di concentrazione.
✳️ In una situazione di gioco, lo stato mentale di un giocatore è influenzato dal livello di incertezza. Se il rischio è basso, lo stato mentale tende verso il controllo; se il rischio è alto, tende verso il flusso. In entrambi i casi, il gioco diventa uno stato mentale.
Complessità (incertezza) dell’atteggiamento del giocatore verso un’attività ludica
Si può notare che l’incertezza del gioco non è determinata solo dall’ambiguità riguardo all’avversario, alla durata del conflitto, alla regola o allo stato mentale attuale. Il gioco (di qualsiasi tipo), anche non competitivo, è incerto a causa della sua doppia natura. Huizinga (1938) ha notato questo fenomeno come “sto giocando e in realtà non sto giocando”. D’altra parte, Bateson (1955) ha formulato un messaggio meta per questo “gioco”: riguardando il combattimento-giocando o il combattimento reale, potrebbe, secondo Hans-Georg Gadamer (1990: 71), “essere riscritto e riformulato come ‘questa è incertezza’”.
Queste nozioni di incertezza e di doppia realtà sono state ulteriormente sviluppate nella filosofia moderna del gioco, specialmente attraverso una dissociazione del gioco come attività seria o come atteggiamento verso l’attività stessa.
Dagli anni Settanta, una serie di filosofi dello sport ha considerato il gioco come una sorta di atteggiamento verso la realtà. Schneider (2001) continua la visione di Suits (1988) e di Huizinga (1955), sebbene abbia esaminato la visione di Suits del gioco come uno stato mentale e, di fatto, abbia accettato alcune delle sue posizioni. Tutti gli autori di questa scuola di pensiero hanno sottolineato che
✳️ il gioco, come forma di attività, dipende non solo dal comportamento esterno, ma anche dall’atteggiamento interiore del giocatore (Garvey, 1991; Reiben, 1996; Roachmitz, 1975).
Il meccanismo che consente di assumere un atteggiamento mentale verso la realtà esterna in cui si vive è legato alla temporanea ricollocazione, al “far finta”, alla trascendenza e alla separazione.
In questo senso, la squadra sportiva può costituire una chiara espressione sia della presenza che dell’assenza di serietà nel gioco. È assente quando un’atmosfera di “gioco serio” e di lavoro è stabilita all’interno della squadra e tra gli atleti leader. Essendo coinvolti in un gioco, gli atleti non si limitano a giocare, ma la loro performance è diversa dal semplice gioco, come suggerito nella teoria del comportamento. Il giocatore può anche mostrare un atteggiamento di gioco all’interno del gioco stesso (Howe, 2007: 54).
Prendendo insieme le osservazioni sopra riportate, si possono proporre le origini incerte per ogni comportamento di gioco. Il gioco competitivo, come attività, crea una sfida e un rischio per il giocatore. Questo rischio è legato all’incertezza del risultato e alla possibilità di fallimento o di successo. In questo senso, la partita analizzata da Suits (2004) è un’azione e una modalità di gioco, mentre il gioco stesso, come lato “magico” di questa azione, rappresenta un atteggiamento mentale, una filosofia di gioco.
Sulla base di questa descrizione, si possono suggerire due approcci per l’analisi della performance. Uno di essi deriva dalla filosofia moderna, da Kretchmar, che parla della natura del gioco come “seria” ma anche “divertente”. Il secondo approccio si basa sull’idea che la performance sportiva, in particolare nelle competizioni, abbia un vantaggio asimmetrico (Kretchmar, 2005). Una squadra può trovarsi in una posizione di equilibrio o di squilibrio rispetto all’altra.
In questo senso, le partite bilanciate e non bilanciate possono essere considerate come due condizioni diverse di gioco competitivo. Le partite bilanciate tendono a produrre performance di lungo periodo, mentre le partite sbilanciate possono essere dominate da risultati rapidi. È importante notare che le partite sbilanciate e i periodi di gioco possono essere esclusi dall’analisi della performance.
La performance di squadra nella competizione diretta con gli avversari da un punto di vista complesso
La complessità può includere l’analisi della performance di squadra nei giochi di squadra, innanzitutto, nell’interpretazione della natura delle controazioni degli avversari. Certamente, ✳️ un avversario è il fattore più influente in termini di durata della performance e di risultato. Tre approcci affrontano questa questione.
Può essere distinta dal punto di vista metodologico della complessità in tre approcci principali: l’approccio dei sistemi dinamici, l’approccio ecologico e l’approccio dei sistemi complessi.
Il primo approccio al gioco competitivo attraverso una visione dei sistemi dinamici è stato sviluppato durante il primo decennio di questo millennio (Lames, 1998; McGarry et al., 2002). Dall’analisi di queste prospettive, presente nella maggior parte delle pubblicazioni sull’argomento, si può ricavare un elenco di caratteristiche principali. Innanzitutto, il gioco stesso è un sistema dinamico (Glazier, 2010; Lames, 2006; Lames e McGarry, 2007; McGarry et al., 2002). In secondo luogo, entrambi i lati (gli avversari) possono essere considerati come componenti del sistema dinamico (ad esempio, giocatori e/o squadre) che si influenzano reciprocamente durante il gioco (Bourbousson et al., 2010; McGarry e Franks, 2007). Terzo, molti dei componenti del sistema di gioco mostrano un certo grado di instabilità, o meglio, tendono a passare da una fase di equilibrio a una di non-equilibrio. Qui, la “perturbazione” è una categoria chiave che rappresenta un momento critico nel processo di destabilizzazione (Hughes et al., 1998; McGarry e Franks, 1997; Reed e Hughes, 2006).
Basandosi su questi concetti chiave, si può affermare che ogni nuova azione è una risposta a una perturbazione precedente. Questo approccio sembra importante. Tuttavia, nel tentativo di descrivere i giochi competitivi negli sport di squadra attraverso una prospettiva di sistemi dinamici, la nozione di comportamento proattivo è quasi assente.
Il livello di accoppiamento controllato all’interno di un sistema rende questo approccio, a mio avviso, reattivo, poiché i parametri d’ordine che stabiliscono l’accoppiamento tra i comportamenti dei giocatori svolgono un ruolo passivo, mentre i giocatori si limitano a seguire il comportamento degli altri. Tale approccio è valido per il controllo motorio del cervello (Haken et al., 1985; Kelso, 1995), ma non è sufficiente per un sistema complesso come quello del gioco competitivo, dove i giocatori hanno una propria volontà e intenzionalità.
Un problema simile si presenta nell’approccio ecologico, che si concentra sulla relazione tra l’ambiente e il comportamento, il che è importante per comprendere la complessità in generale e il gioco competitivo in particolare. Sebbene entrambi gli approcci abbiano fornito contributi significativi alla comprensione della performance sportiva, essi tendono a trascurare la dimensione proattiva del comportamento umano.
Per ulteriori approfondimenti e dibattiti su questi punti, si rimanda a Lebed (2003, 2006, 2007) e a McGarry e Franks (2007).
Il terzo approccio, quello dei sistemi complessi, enfatizza in modo particolare la questione dell’ambiguità, che è intrinseca al gioco competitivo. La visione discussa da Araújo et al. (2006; 2019) e da Glazier (2010) si basa sull’idea che il comportamento umano in azione sia una relazione auto-organizzante e situata tra percezione e azione. In questo senso, l’azione umana è sempre una funzione delle interazioni tra tre dimensioni: ambiente, compito e organismo (Newell, 1986).
Da una prospettiva di complessità, questa relazione non è statica, ma dinamica, e si sviluppa attraverso processi di auto-organizzazione, adattamento e crescita. Tuttavia, l’idea di auto-costruzione non è nuova: è stata anticipata da concetti come la self-making e la self-realization (autocostruzione e autorealizzazione) di Dewey (1916) e Mead (1934).
Il principio dell’auto-organizzazione non solo si riferisce ai livelli di processi biologici e materiali, ma è anche strettamente legato al principio di procuranza (agency) proposto da diversi studiosi. Questo principio si riferisce alla capacità di un individuo o di un gruppo di agire in modo intenzionale e di adattarsi a un ambiente in cambiamento.
In questo senso, l’approccio ecologico e quello dei sistemi complessi condividono una visione comune del gioco competitivo come sistema aperto, dinamico e auto-organizzante, ma differiscono nel modo in cui interpretano la relazione tra percezione, azione e intenzionalità.
La sfida principale per la ricerca futura sarà quella di integrare le prospettive ecologiche e complesse, colmando il divario tra le metodologie tradizionali e quelle basate sulla complessità nell’analisi della performance sportiva di squadra.
✳️ Quando si confrontano gli approcci dei sistemi dinamici e quelli ecologici con il modello dei sistemi complessi basato sul contesto, proposto da Lebed (2006, 2007, 2008), si può osservare che quest’ultimo ha adottato alcuni degli elementi più importanti dei primi due, ma ha tralasciato quelli che sembravano discutibili.
In particolare, l’approccio dei sistemi dinamici ha arricchito il modello proposto dei sistemi complessi introducendo la nozione di perturbazione. L’importanza delle perturbazioni che portano al segnare un gol in una partita è ampiamente riconosciuta come un punto centrale dell’analisi della performance di squadra (Reed e Hughes, 2006). Ma il principio del modello proattivo dei sistemi complessi richiede un ampliamento della nostra comprensione della perturbazione, includendo non solo le attività offensive (Hughes et al., 1998), ma anche quelle difensive.
L’attività difensiva non consiste solo nel prevenire il gol dell’avversario. L’efficacia della difesa non dipende solo dal numero di errori commessi, ma anche dal modo in cui si limita lo spazio e il tempo dell’avversario.
In questo senso, la difesa, quando almeno due giocatori interagiscono per impedire all’avversario di segnare, è un esempio di creazione proattiva di perturbazioni. L’approccio ecologico, invece, considera la competizione tra sistemi complessi (squadre) come un’interazione reciproca di azioni proattive e reattive, in cui ogni squadra agisce in relazione con l’altra e con l’ambiente.
Tuttavia, come si è visto, non tutte le influenze ambientali possono essere considerate perturbazioni. Alcune di esse sono interne, altre esterne, e tutte contribuiscono a formare un contesto mutevole per il gioco.
In questo modo, possiamo arrivare al concetto di complessità strutturale del gioco competitivo, che si manifesta non solo a livello individuale, ma anche in un’intera gerarchia di sistemi complessi di livello superiore che influenzano gli sport di squadra.
Complessità strutturale del gioco competitivo di squadra
La nostra analisi dei sistemi complessi nel campo degli sport di squadra indaga le seguenti nozioni di base (Lebed, 2005, 2006, 2007). In primo luogo, un giocatore (cioè un singolo atleta e/o una squadra) e un’istituzione sportiva sono entrambi sistemi complessi che esistono all’interno di sistemi sportivi istituzionalizzati. In secondo luogo, i sistemi complessi negli sport di squadra possono essere compresi come un sistema a tre livelli: atleta, squadra e istituzione sportiva, che può essere funzionalmente interpretato come un sistema di livelli di gioco, pianificazione, controllo e gestione. Terzo, questo sistema ibrido è espresso non solo dai livelli di organizzazione umana, ma anche dall’interazione sinergica (flusso) tra di essi. Ciascuno dei livelli è supportato e regolato da un livello superiore, muovendosi tra flussi di energia e informazione.
Questo caso richiede una definizione speciale: un “sistema complesso ibrido” (Bar-Yam, 1997). È un sistema ibrido perché agisce sia attraverso il controllo esterno esercitato da un comando gerarchico, sia attraverso l’auto-organizzazione interna. Il sistema gerarchico rappresenta un controllo esterno, mentre l’auto-organizzazione indica l’emergere di una struttura di rete. Il sistema ibrido promuove quindi un’aggiunta di controllo esterno e di regolazione complessa. Poiché l’intervento professionale reale non può essere sostituito dal controllo esterno, si propone di utilizzare un nuovo approccio che unisca entrambe le qualità di ✳️ equifinalità. Con questo termine si intende un intervento professionale unificato e controllato che diriga l’auto-organizzazione di un sistema umano complesso dall’esterno e dall’interno, in modo che emerga una sinergia reciproca.
La competizione tra atleti uniti all’interno di una squadra crea un livello di complessità che richiede la supervisione professionale di gestione, coaching e preparazione fisica, una supervisione che viene svolta da un gruppo appositamente designato per questo ruolo dall’istituzione sportiva. Nel team sportivo, il livello più alto di complessità è quindi più elevato. Questa funzione è svolta da un gruppo di allenatori e dirigenti, ciascuno dei quali è a sua volta un sistema complesso dinamico e gerarchico.
Così, lo studio della complessità negli sport di squadra e nell’analisi della performance deve fare riferimento al sistema complesso ibrido, che consiste in una connessione gerarchica di cinque sottosistemi: (1) l’atleta come persona, che è un sistema biofisico dinamico; (2) l’atleta come persona che gioca con/contro altri e che possiede un mondo interiore di stati mentali e qualità psicologiche; (3) la squadra come dominio. Le analisi notazionali (quantitative e qualitative), così come le analisi psicologiche e socio-psicologiche, servono come strumenti per questo livello; (4) il dominio competitivo, che rappresenta il campo psicologico, socio-psicologico e fisico, e (5) l’istituzione sportiva, che fornisce il contesto per la gestione professionale a questo livello.
Questo livello è solitamente classificato nel campo dell’analisi della performance, che si occupa della complessità strutturale e funzionale nelle squadre sportive. Tuttavia, questa questione dovrebbe essere un punto di partenza per future ricerche.
Osservazioni conclusive
I sistemi umani complessi sono solitamente gestiti orientando le loro infinite aperture verso direzioni determinate da intenzioni, motivazioni e comportamenti variabili. Poiché il comportamento umano è un fenomeno complesso, le sue reazioni e i suoi comportamenti non possono essere completamente previsti.
L’analisi della performance sportiva, basata su risposte osservabili o misurabili, non può quindi essere pienamente efficace senza un approccio che tenga conto della complessità. L’approccio dei sistemi complessi suggerisce che le risposte proattive e reattive devono essere considerate come parte di un unico processo dinamico di adattamento e auto-organizzazione.
I parametri di gioco forniti dall’analisi della performance non rappresentano esattamente un feedback o una risposta per gli allenatori che rifletta la qualità e l’intensità della preparazione. Questi parametri sono output che nascondono un’enorme quantità di informazioni e sono collegati solo in modo marginale a un input controllato del sistema. Ciò accade perché una squadra, come sistema complesso, possiede una propria dinamica interna creata sia dal gioco contro un avversario sia da ulteriori influenze motivazionali, sociali e (non legate al gioco) provenienti dall’ambiente.
È importante notare che le dinamiche interne di una squadra sono piuttosto indipendenti dall’ambiente esterno. Questa indipendenza caratterizza il comportamento emergente di un sistema complesso e rappresenta anche la causa della possibile crescita interna di una squadra attraverso un’attività proattiva. Come indicato dal termine e dal processo di perturbazione, gli episodi di attività proattiva chiaramente diagnosticata rappresentano l’espressione essenziale di una performance di successo.
In secondo luogo, il gioco possiede una propria complessità, espressa attraverso l’incertezza e l’imprevedibilità. Compresa in questo modo, la complessità rende possibile distinguere tra il semplice competere e il vero giocare. Quest’ultimo non è obbligatorio durante una partita e richiede risposte diverse dalle procedure standard di analisi della performance. Come primo passo in questa direzione, tali procedure dovrebbero escludere dai propri calcoli e analisi le partite chiaramente sbilanciate e le fasi di gioco in cui, come osservato da Kretchmar (2005), il gioco vero e proprio semplicemente non si verifica.
In terzo luogo, la squadra sportiva è un’unità all’interno di un’istituzione sportiva. Non può sfuggire all’influenza delle dinamiche gestionali provenienti dai livelli più alti della gerarchia dell’istituto. Pertanto, un’analisi della performance complessa e globale deve includere i livelli di gestione e di coaching, poiché essi sono connessi e influenzano la performance competitiva della squadra.
Analisi diagnostiche complesse, analisi notazionali in tempo reale e analisi quantitative e qualitative pre- e post-partita (Franks, 1997; O’Donoghue, 2010) potrebbero offrire un quadro più completo e fornire risposte più adeguate per studi futuri sulla performance di una squadra, vista attraverso l’approccio della complessità applicato al gioco negli sport di squadra.