Il contributo è la revisione e la trascrittura dell’articolo “Affordances can invite behavior: Reconsidering the relationship between affordances and agency”
Autori: Rob Withagen, Harjo J. de Poel , Duarte Araújo , Gert-Jan Pepping
Fonte: journal homepage: www.elsevier.com/locate/newideapsych
Il concetto di capacità d’azione (agency) è da sempre centrale nell’approccio ecologico alla psicologia. James Gibson, uno dei fondatori di questo paradigma, ha introdotto una visione alternativa rispetto alle teorie meccanicistiche predominanti in psicologia, proponendo che l’ambiente non sia un insieme di stimoli che causano il comportamento degli animali, ma un insieme di possibilità d’azione, chiamate affordance. In altre parole, gli animali si muovono nel mondo regolando il loro comportamento in relazione a queste possibilità offerte dall’ambiente.
Successivamente, Reed ha sviluppato ulteriormente questa concezione ecologica della capacità d’azione, mantenendo l’idea che le affordance siano possibilità d’azione. Tuttavia, partendo da studi di design industriale, architettura e fenomenologia, gli autori di questo articolo propongono che le affordance non siano solo possibilità, ma possano anche “invitare” specifici comportamenti, in base alla relazione tra animale e ambiente che si articola su molteplici dimensioni.
Questa nuova prospettiva mutualistica sulle “inviti” comportamentali suggerisce un ripensamento del ruolo delle affordance nel concetto di agency, con importanti implicazioni per la psicologia ecologica.
L’approccio di Gibson alle affordance
Gibson ha introdotto il concetto di affordance negli anni ’60 come parte della sua teoria rivoluzionaria della percezione diretta. Il punto fondamentale è che l’ambiente è di per sé significativo, non un mero insieme di proprietà fisiche senza senso. A differenza della tradizionale distinzione tra qualità primarie (oggettive) e secondarie (soggettive), Gibson afferma che le affordance sono una sorta di “ponte” tra ambiente e soggetto, cioè non sono né solo proprietà fisiche né solo percezioni mentali, ma una relazione tra le caratteristiche ambientali e le capacità dell’individuo.
Ad esempio, un pavimento “offre” la possibilità di camminarci sopra, una tazza “offre” la possibilità di afferrarla, l’acqua “offre” la possibilità di berla. Queste possibilità esistono indipendentemente dall’intenzione o dalla percezione soggettiva: sono caratteristiche ecologiche permanenti.
Questo implica che gli animali non sono semplicemente “macchine” spinte dagli stimoli, ma agenti autonomi che si muovono sfruttando le affordance che il mondo offre loro. L’ambiente non causa il comportamento, ma lo rende possibile, lasciando spazio all’azione autonoma.
La capacità d’azione secondo Gibson
Gibson rifiuta l’idea che il comportamento sia una mera reazione automatica a stimoli ambientali. Al contrario, egli considera l’animale come un organismo attivo che regola il proprio comportamento basandosi sull’informazione rilevata dall’ambiente. In questo senso, l’animale “sceglie” quali affordance utilizzare per muoversi nel mondo, affermando così la sua agency.
Tuttavia, Gibson non ha elaborato pienamente una teoria dell’intenzionalità e della motivazione, aspetti essenziali per capire come e perché l’animale selezioni determinate affordance in determinati momenti.
Reed e la teoria ecologica della capacità d’azione
Reed ha ripreso e ampliato la concezione di Gibson, sottolineando l’importanza della capacità d’azione come caratteristica fondamentale degli esseri viventi. Per Reed, l’obiettivo della psicologia ecologica è spiegare scientificamente l’autonomia degli organismi, non eliminarla o ridurla a un fenomeno meccanico.
La sua teoria integra il concetto di affordance con un’analisi di motivazione e intenzione che non sono stati pienamente sviluppati da Gibson. Reed sostiene che gli animali non cercano piaceri privati nella mente, ma piuttosto “valori e significati” nell’ambiente, ovvero affordance e informazioni ecologiche. Le intenzioni non sono stati mentali isolati, ma pattern di organizzazione dell’azione incarnati nel corpo e nel contesto.
In questo modello, le intenzioni emergono da una competizione tra diversi cicli percezione-azione che “cercano” di utilizzare le affordance disponibili. Questa competizione è analoga al processo di selezione naturale: l’intenzione che prevale guida il comportamento verso uno scopo preciso.

L’approccio di Gibson è stato criticato perché non offre una teoria completa dell’agenzia. Cutting (1982), per esempio, ha sottolineato che il concetto di affordance va integrato con una teoria della motivazione e dell’intenzione, per spiegare perché in momenti diversi gli animali scelgono azioni diverse. Reed ha sviluppato una teoria che segue la visione di Gibson, considerando l’ambiente come un insieme di opportunità d’azione.
Negli ultimi dieci anni, il design industriale ha dimostrato come l’ambiente possa rendere certe azioni più probabili. Gli oggetti non sono solo funzionali, ma influenzano anche le emozioni dell’agente, spingendolo verso determinati comportamenti (Desmet & Hekkert, 2007, 2009).
Ad esempio, Ju e Takayama (2009) hanno studiato come le persone percepiscono i movimenti delle porte automatiche. Tutti i movimenti delle porte offrivano la possibilità di entrare, ma quando la porta si apriva lentamente o faceva una pausa, veniva percepita come un invito ad entrare, quasi un’“esortazione”. Se invece la porta si apriva e subito si richiudeva, sembrava che la porta fosse “riluttante” a far entrare le persone.
Il concetto di affordance è molto usato nel design industriale, soprattutto dopo il libro di Norman The Design of Everyday Things (1988/2002). Norman, però, inizialmente interpretò le affordance come interpretazioni mentali basate sull’esperienza passata, e non come percezioni dirette, come intendeva Gibson. Egli sosteneva che le affordance non siano solo possibilità, ma suggerimenti percepiti per l’azione. Sebbene in seguito Norman abbia corretto questa visione, la sua idea è stata molto influente nel design.
Tornando allo studio di Ju e Takayama, essi sostengono che per migliorare l’affordance di una porta, un designer dovrebbe rendere più evidente la possibilità di passaggio. Tuttavia, secondo Gibson migliorare un’affordance significa rendere l’ambiente più compatibile con le capacità d’azione del corpo umano, non semplicemente più visibile.
Questa ricerca dimostra come manipolando il design sia possibile far diventare un’azione più probabile. L’ambiente, quindi, non è un semplice insieme neutro di possibilità da scegliere, ma può invitare o addirittura spingere una persona a compiere un’azione.

Anche in architettura si evidenzia come l’ambiente possa stimolare certe azioni. Gibson stesso affermò che “architettura e design non hanno una base teorica soddisfacente” (1982b), suggerendo che la psicologia ecologica e il concetto di affordance potrebbero fornirla.
Nel progettare edifici, gli architetti devono capire come creare affordance e come queste vengono percepite (Warren, 1995). Ma progettare non significa solo disporre possibilità d’azione o creare esperienze estetiche: gli architetti possono costruire luoghi che invitano a comportamenti specifici.
Hertzberger (1991), architetto e teorico olandese, mostrò come le forme possano imporre certi usi e come si possano progettare edifici con più flessibilità funzionale. Un singolo oggetto offre spesso molte possibilità d’azione, ma può presentarsi come fatto per un solo scopo, limitandone l’uso. Per esempio, una sedia è percepita quasi esclusivamente come un posto per sedersi, mentre un elemento architettonico neutro può stimolare un uso creativo e multiplo.
Un esempio famoso è il basamento in pietra nel foyer del Vredenburg Music Center a Utrecht (Paesi Bassi), che viene utilizzato come seduta, appoggio per oggetti, e altro. Sebbene sia simile a una sedia per le affordance offerte (sedersi, stare in piedi, appoggiare oggetti), viene usato in molti modi diversi dalle persone, a differenza della sedia, che ha un uso più rigido.
Quindi, ciò che architetti e designer creano non sono solo opportunità per l’azione, ma inviti che influenzano fortemente il comportamento delle persone all’interno di uno spazio.
Un altro esempio interessante viene dall’artista Krijn de Koning (2000), che realizza installazioni temporanee con piani orizzontali e verticali. Queste opere esplorano come l’architettura possa limitare o invitare i nostri movimenti. Ad esempio, in un’installazione del 1994 a Windsor (Canada), la configurazione di muri e pavimenti offriva infinite possibilità d’azione — sedersi, toccare, girarsi — ma la maggior parte delle persone seguiva il percorso creato dall’installazione fino alla porta, come se fosse invitata a farlo.
Proprio come in architettura o nel design industriale, anche nel calcio l’ambiente di gioco, il campo, gli spazi e le disposizioni tattiche non offrono solo possibilità neutrali di azione, ma possono invitare e influenzare il comportamento dei giocatori. Comprendere come “inviti” e “affordance” funzionano nel contesto del calcio può aiutare gli allenatori a progettare esercizi, tattiche e ambienti di allenamento che stimolino certe azioni e decisioni in campo, migliorando la creatività e la performance della squadra.
L’ambiente che invita all’azione
Anche la fenomenologia, un ramo della filosofia che studia l’esperienza vissuta, sottolinea come l’ambiente possa invitare a compiere certe azioni. Sebbene Gibson non abbia fatto esplicito riferimento ai fenomenologi quando ha sviluppato la sua psicologia ecologica, tra il suo lavoro e quello di Merleau-Ponty (un importante fenomenologo) ci sono sorprendenti affinità.
Negli studi fenomenologici più recenti, il concetto di affordance — cioè le possibilità d’azione offerte dall’ambiente — è stato spesso interpretato come una vera e propria sollecitazione ad agire. In altre parole, non si tratta solo di opportunità neutrali, ma di inviti percepiti che spingono a un’azione immediata. Dreyfus e Kelly, ad esempio, hanno spiegato che l’ambiente “sollecita” certi comportamenti: chi si trova in quell’ambiente sente un’attrazione immediata verso una specifica azione, quasi una forza che lo spinge a compiere quel gesto.
Questa idea si basa su concetti della psicologia della Gestalt, che descrivevano l’ambiente come dotato di un “carattere esortativo” — un ambiente che chiede o richiede un certo comportamento. Tuttavia, Gibson criticava questa visione, sostenendo che le affordance esistono indipendentemente dalle intenzioni e dai bisogni dell’individuo.
Abbiamo visto che, in diversi campi, le affordance possono non solo offrire possibilità, ma anche invitare all’azione. Ma che tipo di invito è questo? Dipende dalle intenzioni dell’individuo? È un’esperienza soggettiva o un fenomeno ecologico che nasce dalla relazione tra individuo e ambiente?
Se l’ambiente non è solo un insieme di scelte tra cui l’animale può scegliere, ma qualcosa che spinge verso certe azioni, allora come cambia la nostra idea di agency, cioè di capacità di agire?
Le affordance non cambiano a seconda di cosa vogliamo in un dato momento: una cassetta delle lettere “offre” sempre la possibilità di lasciare una lettera, anche se in quel momento non ne abbiamo bisogno.
Ma allora cosa sono gli “inviti”?
Non tutte le affordance invitano all’azione. Un singolo oggetto può offrire molte possibilità di comportamento, ma solo alcune di queste ci spingono davvero a fare qualcosa. Per esempio, un foglio di carta può essere usato in moltissimi modi, ma solo certi usi ci “chiamano” davvero in un dato momento.
Noi pensiamo che gli inviti esistano solo nella relazione tra ambiente e agente. Prendiamo l’esempio dell’installazione artistica di Krijn de Koning (vista in precedenza): il percorso creato invita la maggior parte delle persone a camminarci sopra, ma per un bambino piccolo l’invito più forte potrebbe essere quello di arrampicarsi sulla pedana. Lo stesso ambiente, dunque, invita diversamente a seconda delle capacità e caratteristiche di chi lo vive.
Un punto importante è che perché un’affordance possa invitare, deve esserci un osservatore che la percepisce. Il bambino può essere invitato ad arrampicarsi solo se percepisce questa possibilità.
Ecco alcuni fattori che determinano se un’affordance ci invita ad agire o no:
- Capacità dell’agente: Quanto è facile o difficile compiere quell’azione? Se serve troppo sforzo, l’invito si riduce. Per esempio, una scala molto alta può offrire la possibilità di salire, ma se i gradini sono troppo alti non invita a farlo.
- Evoluzione: Alcune affordance sono vitali per la sopravvivenza e quindi attraggono o respingono in modo automatico. Incontrare un pericolo spinge a fuggire, indipendentemente da cosa stiamo facendo in quel momento.
- Cultura: La cultura ci insegna a percepire certe azioni come più adatte a certi oggetti. Per esempio, la sedia invita a sedersi perché culturalmente la usiamo così, anche se potrebbe essere usata in modi diversi.
- Esperienza personale: Anche la storia individuale conta. Qualcuno può essere molto attratto dal cioccolato, altri meno; oppure, dopo un’esperienza negativa, l’invito di un certo alimento può diminuire.
Riconoscere che l’ambiente può invitare a un’azione non toglie libertà di scelta: un invito può essere rifiutato. Per esempio, l’installazione di Krijn de Koning invita a seguire un percorso, ma possiamo decidere di non farlo.
Quindi, il concetto di agency, cioè di capacità di agire, resta centrale. Ma diventa più chiaro che questa capacità non sta solo nell’individuo, bensì nella relazione tra individuo e ambiente.
In campo, questo significa che il comportamento del giocatore nasce dalla sua relazione dinamica con l’ambiente di gioco: il campo, i compagni, gli avversari, le condizioni esterne. Alcuni spazi o situazioni invitano certe azioni, e il giocatore risponde a questi inviti in modo più o meno consapevole.
Riconsiderare il rapporto tra affordance e capacità di agire (agency)
Nella sezione precedente abbiamo suggerito, basandoci su diversi ambiti di ricerca, che le affordance non sono solo possibilità di azione, ma possono anche invitare all’azione. Questo ci porta alla parte finale: qual è la natura di questo carattere “invitante” dell’ambiente? Dipende dalle intenzioni dell’agente, come sostenevano gli psicologi della Gestalt? Fa parte dell’esperienza fenomenologica delle affordance? Oppure è un fenomeno ecologico che nasce dalla relazione tra agente e proprietà ambientali?
Se l’ambiente non è semplicemente un insieme di possibilità tra cui scegliere, ma ha il potere di invitare l’animale a compiere certe azioni, come si deve allora intendere la capacità di agire? In particolare, che ruolo ha la teoria ecologica di Reed su questo tema?
È fondamentale distinguere tra possibilità e inviti: le possibilità esistono anche senza un osservatore, mentre per l’invito serve un agente che percepisca quell’affordance.
Ciò detto, vediamo alcune implicazioni per il concetto di agency, centrale nell’approccio ecologico alla psicologia.
- Un’affordance invita solo se c’è un agente che la percepisce e la esplora attivamente.
- Un invito non è una causa deterministica: può essere rifiutato. Possiamo scegliere di non seguire un percorso anche se ci viene “invitato”.
- Riconoscere il carattere invitante delle affordance rende il concetto di agency più ecologico, cioè centrato sulla relazione dinamica tra animale e ambiente.
- Spesso agiamo in risposta automatica e non riflessiva agli inviti dell’ambiente, senza decidere consapevolmente ogni azione.
Conclusioni pratiche per l’allenatore
L’idea che l’ambiente di gioco possa invitare certi comportamenti offre un potente spunto per progettare allenamenti. Creando spazi e situazioni che invitano i giocatori ad agire (muoversi, passare, dribblare, tirare), si stimola un comportamento più naturale, efficace e adattivo.
L’allenatore può così agire non solo sulle tecniche, ma anche sull’organizzazione dello spazio di gioco per facilitare risposte spontanee e funzionali dei giocatori, valorizzando la relazione dinamica tra atleta e ambiente.
Per gli allenatori di calcio, questa prospettiva suggerisce di considerare il campo di gioco non solo come uno spazio con condizioni fisiche, ma come un ambiente ricco di affordance che possono “invitare” i giocatori a determinate azioni. La comprensione di come i giocatori percepiscono e rispondono a queste “inviti” può aiutare a progettare esercitazioni più efficaci, che stimolino l’autonomia decisionale e la creatività.
Ad esempio, la disposizione di spazi, compagni e avversari può creare affordance che invitano al passaggio, al dribbling o al tiro, influenzando le scelte tattiche e strategiche. Un allenatore che sa modellare l’ambiente di allenamento per ampliare le opportunità d’azione percepite dai giocatori può favorire lo sviluppo di capacità decisionali più fluide e adattabili.