Il contributo è la traduzione dell’anteprima del libro “La iniciaciòn deportiva y el deporte escolar” (1995).
Scritto da: Domingo Blázquez Sánchez
Autori collaboratori: Fernando Amador Ramírez, Albert Batalla Flores, Domingo Blázquez Sánchez, Joan Carles Burriel Paloma, Marta Carranza Gil-Dolz, Jaume Casamort Ayats, José Devis Devis, Javier García Aranda, José Hernández Moreno, Jesús López Bedoya, Carmen Peiró Velert, Nuria Puig Barata, Mercè Masnou Ferrer, Fernando Sánchez Bañuelos, Enric M.ª Sebastián Obrador, Francisco Seirul·lo Vargas, David Trepat de Francisco
[..] Lo sport ricreativo e lo sport competitivo
Lo sviluppo dello sport ricreativo deve essere considerato nel suo inizio come una reazione contro lo sport competitivo o come un’alternativa ad esso. Intorno a questo fenomeno si è prodotta una radicalizzazione delle posizioni che ha portato a un confronto molto acceso e, almeno in apparenza, inconciliabile. Se analizziamo l’evoluzione dello sport in Europa occidentale possiamo distinguere tre fasi o momenti in cui lo sport ha assunto significati diversi:
- Sport aristocratico
- Sport meritocratico
- Sport democratico
Nel suo inizio in Gran Bretagna, lo sport moderno era aristocratico. Lo sport era un gioco, un passatempo per una minoranza sociale. Solo le classi sociali più alte avevano accesso alla pratica sportiva. Esisteva una chiara separazione tra amatori e professionisti. Lo sport si praticava per divertimento e si valorizzava lo stile di gioco, più che il risultato.
Con l’espansione della pratica sportiva, è nato lo sport meritocratico. Questa fase si caratterizza per l’organizzazione rigorosa e per l’importanza data ai risultati e al rendimento. I club, le competizioni e i campionati formano una struttura severamente organizzata. L’allenamento si basa sul miglioramento della condizione fisica e delle abilità tecniche e tattiche. L’allenatore occupa un ruolo chiave, dirigendo il processo con efficienza. L’obiettivo è ottenere il massimo rendimento.
Infine, lo sport democratico è uno sport aperto a tutti, dove ciò che conta è partecipare, non necessariamente vincere. È lo sport che si svolge nei parchi, sulle spiagge, con gruppi eterogenei per sesso, età, livello.
Lo sport educativo
Tra gli estremi rappresentati dallo sport di alto livello e dallo sport ricreativo, si trova lo sport educativo, che costituisce un’autentica attività culturale che consente una formazione di base e, successivamente, una formazione continua attraverso il movimento.
Questo tipo di sport cerca obiettivi educativi e pedagogici applicati all’iniziazione. La visione educativa dello sport cerca di evitare che il processo si concentri solo sulla tecnica o sulla vittoria. L’adulto (l’educatore o tecnico) non dovrebbe essere colui che comanda, ma piuttosto una guida che favorisca l’autonomia del bambino.
L’interesse non è nel movimento in sé, ma nella persona che si muove, che agisce, che vive l’attività. L’obiettivo è sviluppare le capacità motorie, affettive, cognitive e sociali del bambino, rispettando i suoi ritmi e il suo sviluppo.
Lo sport educativo trova la sua massima espressione nel contesto scolastico e nel tempo libero extra-scolastico. Entrambi sono spazi ideali per questo tipo di approccio. Lo sport competitivo, invece, può incontrare difficoltà ad inserirsi in questo modello educativo.
La competizione: un lupo nel recinto
La competizione è spesso stata vista in modo contraddittorio. Alcuni ne esaltano i valori, altri la criticano come origine di stress, egoismo e violenza.
In effetti, la competizione sportiva è spesso accusata di esaltare la vittoria a ogni costo. Ma il termine “competizione” deriva da competĕre, che significa “cercare insieme”, e si riferisce quindi a uno sforzo comune, non a uno scontro. Per partecipare a una competizione bisogna prima collaborare: accettare le regole, rispettare gli altri, condividere un contesto.
Per questo, la competizione può essere educativa, se orientata verso valori condivisi e il miglioramento personale.
Secondo Parlebas, “Lo sport non possiede alcuna virtù magica. Può favorire la solidarietà e la cooperazione, oppure può generare individualismo ed egoismo”. Tutto dipende da come lo si insegna, dai valori che trasmette e dal senso che si dà alla vittoria.
Vincere a ogni costo?
Chi critica la vittoria come unico obiettivo dello sport, afferma che:
- Vincere è spesso presentato come prova di superiorità;
- L’insistenza sulla vittoria porta alla frustrazione e all’abbandono;
- Si perde il vero senso del gioco e della partecipazione.
Tuttavia, non si tratta di negare la vittoria, ma di capire il suo significato. Vincere può essere importante, ma non deve essere l’unico obiettivo. È più importante partecipare, imparare, divertirsi e condividere.
Il vero fallimento nello sport educativo è non apprendere nulla dall’esperienza.
LO SPORT OFFERTO AI BAMBINI PRESENTA UNA SERIE DI RISCHI:
- Lo stress generato dall’importanza eccessiva data alla vittoria
- L’aumento della violenza
- La pressione sui giovani talenti per ottenere il successo
- La mancanza di iniziativa personale nel gioco
- Allenamenti e competizioni sempre più rigidi e severi
L’uso eccessivo della competizione trasforma il gioco in lavoro, il che può avere un effetto motivazionale solo a breve termine. Il giovane atleta si allontana dal proprio centro di interesse e finisce per entrare in un circolo vizioso in cui è costretto a ottenere continuamente ricompense per mantenersi a un certo livello.
Se decidiamo di introdurre l’iniziazione sportiva e la competizione nel mondo del bambino in età scolare, dobbiamo chiarire che l’obiettivo non è vincere, ma imparare e sperimentare. Vincere può essere un obiettivo secondario, non principale. Se la vittoria è vista come il fine ultimo, molti bambini perderanno esperienze significative.
La natura educativa della competizione
Accettare lo sport implica accettare la competizione. Tuttavia, è necessario capire come e perché competere. La competizione dovrebbe essere un motore educativo, capace di generare miglioramento personale.
Nel contesto sportivo, la competizione ben orientata è educativa e motivante, perché:
- L’interazione con l’avversario è superamento di sé stessi
- L’allenamento è ricerca di perfezione, apprendimento e convivenza
- La valorizzazione dello sforzo è ricerca dell’eccellenza
- La vocazione sportiva è una via possibile verso la felicità personale
Violenza nello sport infantile
È sorprendente il livello di violenza e aggressività che può accompagnare le competizioni sportive infantili. Nonostante siano pensate per educare e formare, spesso finiscono per diventare scenari di tensione:
- I genitori gridano dagli spalti come se si trattasse di una finale.
- Gli allenatori mettono pressione ai bambini come se fossero professionisti.
- Gli arbitri vengono minacciati o disprezzati.
- I giocatori, sentendosi sotto minaccia, possono ricorrere alla violenza come “risposta legittima”.
La domanda è: lo sport è un mezzo per incanalare l’aggressività o un ambito privilegiato per imparare la violenza?
Le ricerche indicano che non è automatico che la pratica sportiva riduca l’aggressività. Anzi, in molti casi, la competizione non educativa può aumentarla. Quando lo sport è mal gestito o associato a modelli violenti, trasmette tolleranza verso l’aggressione e violazioni delle regole.
Le materie “in sospeso” dello sport scolastico
Ci sono molte carenze nello sport scolastico che devono essere progressivamente corrette per costruire uno sport veramente democratico. Alcuni dei problemi principali sono:
1. Discriminazione sessuale
Facciamo un esempio: Emma ha 10 anni e le piace il calcio o il rugby. Vuole entrare nella squadra della scuola, ma non ci sono posti per le bambine. Non perché le manchino le capacità, ma perché non esiste una squadra mista.
Questa esclusione precoce può lasciare un impatto duraturo. Nessun test medico può giustificare l’esclusione di un bambino da una pratica sportiva solo in base al sesso.
La frase: “A Emma piace il calcio? È strano…” riflette un pregiudizio che deve essere superato.
2. Ruoli stereotipati
Non sono solo le organizzazioni sportive a perpetuare ruoli tradizionali. Anche molti insegnanti o allenatori non accettano facilmente che i bambini vogliano praticare ginnastica ritmica o danza, o che le bambine vogliano fare rugby.
Questi ruoli assegnano agli sport un genere sessuale (maschile o femminile), basato su stereotipi storici e culturali, non su differenze biologiche.
La soluzione non è forzare la partecipazione mista, ma nemmeno segregare rigidamente per sesso.
Come disse Sánchez Bañuelos (1986): “La competizione educativa deve essere proposta, non imposta; non deve essere esclusivamente per sessi separati.”
3. Disparità tra aree rurali e urbane
I bambini che vivono in zone rurali o periferiche spesso hanno meno accesso a strutture, risorse o opportunità sportive. Questo influisce direttamente sulla partecipazione e sullo sviluppo del talento.
È necessario investire in impianti sportivi, creare programmi accessibili ovunque e progettare attività decentralizzate, affinché nessun bambino venga escluso.
4. Discriminazione per capacità motoria
Alcuni bambini vengono esclusi o ignorati perché si muovono in modo diverso, con più lentezza, o perché presentano difficoltà motorie o sensoriali.
Lo sport scolastico non può essere solo per i più bravi. Deve essere inclusivo, accogliendo ogni bambino per ciò che può dare, non per ciò che manca.
È fondamentale trasmettere l’idea che per essere un eroe sportivo non basta vincere, ma bisogna desiderarlo, provarci, imparare e crescere.
Dobbiamo cambiare paradigma:
- Lo sport scolastico non deve essere organizzato solo per selezionare i più bravi.
- Deve servire a sviluppare le potenzialità personali, anche di chi non sembra “nato per vincere”.
Come diceva Parlebas (1976): “La prospettiva educativa non deve temere il gioco e il movimento. L’importante è dare al bambino una grande autonomia motoria per adattarsi meglio al mondo.”
Accettare questo significa accettare la diversità e le disuguaglianze, non negarle.
Non tutti i bambini sono uguali, e proprio per questo tutti meritano la stessa opportunità di crescere attraverso lo sport.
È necessario il dominio preliminare della tecnica sportiva?
La pedagogia sportiva si è costruita sulla riproduzione di modelli tecnici basati sulla pratica adulta dell’alto livello. La tecnica è stata definita dal campione o da chi pratica sport d’élite. Così, ci dice Mollet (1965): «… l’essenziale, soprattutto oggi, è che si trasferiscano: i principi, i metodi di allenamento, i mezzi di lavoro fisico utilizzati, provati e perfezionati dai campioni d’élite che, attraverso una forma meno intensa, meno forzata, possono essere applicati facilmente alla massa dei praticanti e allo stesso tempo all’uomo comune che desidera semplicemente mantenersi in forma».
E Bouet (1968) afferma: «Di conseguenza, tutta la situazione pedagogica è organizzata in funzione di questo obiettivo ultimo, che è l’appropriazione da parte del bambino dei risultati dello sport d’élite. È questo obiettivo finale che determina numerosi studi e analisi…».
Tale pedagogia sportiva si è basata su una concezione strumentalista del movimento: il bambino al servizio del movimento. Si è insegnato al bambino o all’adolescente «il modello del gesto efficace» come unico scopo, dove solo esiste una verità valida. La dimostrazione e la ripetizione sono stati i procedimenti più utilizzati. In molti casi, le attività proposte non hanno avuto relazione con le aspirazioni e gli interessi del bambino (questo è molto noioso, dicevano gli alunni). L’eccessiva enfasi su scomporre l’obiettivo dell’insegnamento in viste a una massima efficacia provoca un disinteresse da parte del bambino nel voler praticare lo sport in questione a lungo termine.
La sopravvalutazione della tecnica come pilastro del processo di insegnamento ha portato a commettere un grave errore: eliminare il piacere che il gioco genera (e quindi l’attività come forma di divertimento) e sostituirlo con l’istruzione. Questo trasforma l’attività di gioco in lavoro e l’atmosfera che si crea si allontana dagli interessi reali del bambino.
Il successo sportivo è conseguenza della piramide dei praticanti?
Dal punto di vista del politico sportivo, dell’appassionato, del giornalista o dello specialista, si è soliti presentare il prodotto dell’élite sportiva come conseguenza della pratica sportiva su una vasta base di praticanti. Cioè, come se il vertice di una piramide fosse costituito da una base ampia. È imprescindibile, si dice, una base larga di praticanti per ottenere un’élite. Di conseguenza, per ottenere un’élite di valore, occorre sviluppare e aumentare la base della piramide, lavorando su un grande numero di soggetti.
Il falso modello della piramide è spesso servito da giustificazione per promuovere la pratica sportiva a livello scolastico. La ricerca del campione è stata, in molti casi, la difesa principale della presenza dello sport nella scuola.
Studi effettuati in merito dimostrano che è possibile creare un’élite senza che esista una base ampia. Lo psicologo cecoslovacco Vaneck (1974) ha considerato vari tipi di strutture sportive che possono svilupparsi. Quattro modelli riassumono le opzioni più abituali:
- Il primo è il classico della piramide. Una massa importante di praticanti è coronata da un’élite. Più praticanti significa più possibilità di avere professionisti di qualità.
- Il secondo modello è simile, ma presenta un taglio tra la massa e l’élite. Non esiste garanzia di continuità tra lo sport di massa e l’élite sportiva.
- Il terzo modello presenta una piramide invertita. Esiste solo l’élite, senza una base di massa.
- Il quarto modello: una piccola piramide elevata su una colonna sottile. Solo un’élite debitamente selezionata e preparata si sviluppa.
In sintesi, si potrebbe dire che lo sport di massa e quello d’élite non costituiscono una piramide con continuità di pratica, pur avendo una certa dipendenza relativa. Il campione può attrarre praticanti, ma la diffusione della pratica non produce automaticamente un’élite.
È necessario iniziare in giovane età?
Si parla spesso di età di iniziazione, come se si trattasse di un momento magico in cui le esperienze di apprendimento si sviluppano in modo eccezionale.
Due approcci diversi possono essere interessati a questo tema. Il primo, influenzato dalla ricerca della massima resa, presuppone che conoscere l’età ideale garantisca il successo sportivo. Si tratta di rispondere alla domanda: a che età si deve iniziare per essere campioni? Il secondo, più didattico, si sforza di stabilire a che età è preferibile iniziare per apprendere più facilmente e con maggiore sicurezza.
Se analizziamo l’età in cui la maggior parte dei campioni ha iniziato a praticare, vediamo che sì, molti iniziano da piccoli. Ma ciò non significa che iniziare presto sia la scelta migliore. Questa decisione è spesso influenzata dai genitori e dall’ambiente familiare, più che da una reale volontà del bambino.
In realtà, molti bambini e giovani iniziano spontaneamente attività sportive, senza che siano dirette da insegnanti o secondo criteri pedagogici. Molti imparano a nuotare, sciare, pattinare, giocare, semplicemente attraverso il gioco, in modo intuitivo. Quindi, l’apprendimento spontaneo non è legato all’età, ma alla situazione.
Gli apprendimenti iniziali difettosi portano a vizi irreversibili?
L’idea che i bambini debbano imparare a fare le cose nel modo corretto sin dall’inizio perché altrimenti sarà difficile correggerli è molto diffusa nella didattica sportiva. Gli adulti, con la loro visione del mondo, vogliono che i bambini eseguano i gesti correttamente fin dall’inizio. Ma ciò non significa che i loro errori siano irreversibili.
Un bambino che, ad esempio, lancia un pallone con gesto scorretto, potrà correggerlo più avanti. È come imparare a camminare: non si cammina bene fin dai primi passi. Usare un modello tecnico come riferimento può essere utile solo quando il bambino è pronto a comprenderlo. In caso contrario, la sua attività verrà penalizzata e considerata scorretta.
Trattenere il gesto finché non è perfetto, senza praticare, è peggio che eseguirlo con errori e migliorarlo nel tempo.
La pratica sportiva è educativa e salutare di per sé?
In generale, lo sport viene visto come educativo e salutare di per sé. Gli effetti benefici dell’attività fisica, come antidoto alla solitudine, alla noia, o come mezzo per migliorare la salute, sono accettati e giustificati.
Ma se approfondiamo un po’ di più, non troviamo nessuna prova scientifica che dimostri che lo sport, da solo, sia educativo o salutare. Una riflessione più profonda ci fa vedere che dipende da come viene praticato.
Lo sport è educativo quando il professore, l’allenatore o l’adulto lo usa con finalità educative, inserendolo in un programma coerente. Quando è accompagnato da riflessione, obiettivi educativi e guida, allora può essere un’azione ottimizzante.
A volte, lo sport praticato senza preparazione, o sotto la pressione dei media e delle competizioni, può trasformarsi in un’esperienza negativa: bambini sottoposti a stress, allenamenti eccessivi, abbandoni precoci, delusioni.
Si cita spesso il famoso detto mens sana in corpore sano per affermare che la salute fisica garantisce anche quella mentale. Ma accettare questo principio solo perché ci si esercita può essere sterile. È un’idea basata su un dualismo corpo-mente che si dice superato, ma che ancora influenza molte delle nostre scelte.
È assolutamente necessario che la pratica sportiva sia ordinata e sistematizzata, guidata da specialisti. Solo così si ottengono veri effetti benefici. Seguire criteri rigorosi è meglio che lasciarsi guidare da illusioni e apparenze.
Capitolo II – DA UNA PROSPETTIVA EDUCATIVA E FORMATIVA
Caratteristiche pedagogiche dello sport
Autore: Jaume Casamort Ayats
1. EDUCAZIONE E FORMAZIONE
Dal punto di vista etimologico, «formazione», dal latino formatio, è il processo che consiste nel dare forma a qualcosa o a qualcuno. Questo processo non presuppone alcun livello di intenzionalità né sistematicità delle circostanze, sia contestuali che personali, che intervengono direttamente o indirettamente durante l’esecuzione. In altre parole, possono esserci processi formativi frutto di una rigorosa programmazione e pianificazione educativa, che però si sviluppano congiuntamente ad altri processi che, paradossalmente, sfuggono a qualsiasi intenzionalità pedagogica.
Il concetto di educazione, invece, è legato a due processi distinti ma complementari: l’eteroeducazione e l’autoeducazione.
- L’eteroeducazione (dal latino educō-as-āre) è il processo attraverso il quale un educatore guida e costruisce l’apprendimento dell’educando.
- L’autoeducazione (dal latino ex-dūcere, “trarre fuori”) si riferisce al processo mediante il quale l’individuo si educa da solo, interiormente.
Nella pedagogia tradizionale, educazione e formazione erano considerate equivalenti e coincidevano con l’educazione scolastica e istituzionalizzata.
FORMAZIONE = EDUCAZIONE SCOLASTICA E ISTITUZIONALIZZATA
Prospettiva attuale
La pedagogia moderna, a differenza di quella tradizionale, concepisce l’educazione come un processo aperto, che va oltre i programmi scolastici e che permette l’uso di concetti più ampi.
Spesso, anche se la forma cambia, il significato rimane rigido e chiuso. Ma in realtà, oggi, l’educazione è flessibile, permeabile, in continuo dialogo con la cultura e la società.
Per questo, in questo capitolo si assume il concetto di educazione come un’attività che si sviluppa in relazione costante con l’ambiente fisico, culturale, sociale e politico, e che coinvolge l’individuo. Lo sport e l’educazione fisica, seguendo questa logica, verranno interpretati alla luce della pedagogia moderna.
2. ELEMENTI DEL PROCESSO EDUCATIVO NELLO SPORT
Secondo la visione strutturale (Mialaret, 1981), ogni processo educativo comprende congiuntamente tre elementi fondamentali:
- L’educando,
- L’educatore,
- Il processo educativo (che nasce dall’interazione tra i due e dai contenuti).
Il processo educativo, rigorosamente inteso, ha caratteristiche generali che lo differenziano da altri:
- Intenzionalità
- Finalità
- Strutturazione logica dei contenuti
- Metodi didattici
- Attività
- Verifica in base ai risultati attesi.
L’educando, come soggetto attivo, sviluppa modifiche significative della personalità, attraverso l’acquisizione di comportamenti, abitudini, conoscenze e abilità. Queste trasformazioni possono anche riguardare aspetti maturativi, biologici, psicologici o sociali.
3. CARATTERE ASSIOLOGICO DELLO SPORT
In quanto attività educativa, lo sport solleva numerose problematiche assiologiche (di valori) e ideologiche (Casamort e Seirul.lo, 1987).
Anche se si riconosce che lo sport contribuisce alla formazione dell’individuo, non è facile determinare quali valori trasmette e se siano positivi o negativi. Gli esperti non sempre sono d’accordo su quali valori debbano essere promossi.
Secondo Alejandro Sanvicens (1984), il fine ultimo dell’educazione è la formazione integrale della personalità, subordinando a questo scopo sia i fini espliciti (dichiarati) sia quelli impliciti (non dichiarati).
I fini espliciti sono quelli legati alla pedagogia formale, mentre i fini impliciti riguardano la cultura informale.
Nella realtà, l’educazione fisica è spesso ridotta a un paio d’ore settimanali, e ciò limita il suo impatto educativo reale. Tuttavia, è chiaro che l’educazione fisica contiene un’importante dimensione di valori, anche se spesso sottovalutata nel contesto scolastico.
4. LO SPORT E IL MODELLO DI UOMO
La nostra cultura, erede della tradizione greco-romana, ha concepito l’essere umano come un’unità dualistica:
- Anima (immortale, spirituale)
- Corpo (mortale, temporale)
Questa concezione ha influenzato fortemente anche lo sport e l’educazione fisica, che storicamente sono stati relegati al solo corpo, mentre l’educazione vera e propria era considerata quella dell’anima (mente).
Oggi, con nuove visioni scientifiche e psicologiche, si propone una visione più globale dell’uomo, in cui tutte le dimensioni (biologica, psicologica, sociale, affettiva, motoria) sono integrate.
La pedagogia moderna rompe così con l’educazione tradizionale e valorizza l’educazione fisica come strumento globale di crescita, non solo motoria.
5. LO SPORT COME EDUCAZIONE DEL MOVIMENTO
Prima di stabilire i criteri per definire le finalità dell’educazione attraverso il movimento umano, possiamo analizzare diverse teorie educative del movimento, ognuna con i propri obiettivi e significati.
Le Boulch e i fattori del valore motorio
Le Boulch (1961), professore di educazione fisica e medico francese, ha avuto grande influenza nella formazione dei nuovi insegnanti.
Secondo lui, l’educazione fisica è un mezzo per sviluppare le capacità motorie, che comprendono:
- Capacità meccaniche (esecuzione, forza, velocità, resistenza, flessibilità, ecc.)
- Capacità psicomotorie (apprendimento del movimento, spazio-tempo, coordinazione)
Queste capacità sono coinvolte in tutti i processi di apprendimento e contribuiscono alla formazione generale della persona.
Secondo Fidelus (1982), il movimento umano deriva dall’interazione di tre sistemi:
a) Sistema Esecutore
- Include muscoli, tendini, articolazioni e sistema osteo-cartilagineo.
- È la parte attiva del movimento, basata su leve e articolazioni.
b) Sistema Energetico
- Include apparati digestivo, respiratorio, cardiaco, ecc.
- La sua funzione è trasformare l’energia assunta in forza, potenza e durata.
c) Sistema Direttore
- Include cervello, organi sensoriali, sistema nervoso.
- Permette la consapevolezza del movimento, l’intenzionalità e il legame con l’ambiente.
- Movimento non è automatico: è biologico, culturale e cosciente.
È interessante evidenziare l’esistenza di una relazione indivisibile e necessaria tra i tre sistemi menzionati. Qualsiasi alterazione di uno di essi, o delle sue relazioni con l’ambiente, sia esso naturale o culturale, comporta inevitabilmente carenze sia nei processi che nei risultati del movimento.
Il processo cibernetico di Marteniuk
Secondo Marteniuk (1976), ogni esecuzione motoria si basa su un processo che implica l’intervento sistemico di tre meccanismi, i quali agiscono in base alle informazioni disponibili che arrivano dall’esterno all’interno del processo delle situazioni motorie.
Tutte le azioni motorie si realizzano tramite il meccanismo esecutivo, ma esso non è l’unico responsabile del risultato finale. Esso dipende anche da processi di retroalimentazione (feedback), i cui cicli si definiscono in funzione della natura dei compiti motori.
Il professor Sánchez Bañuelos (1986) spiega come i compiti motori si articolino in tre fasi:
- Fase percettiva
- Fase decisionale
- Fase esecutiva
Tutte e tre sono strettamente interconnesse e non si possono considerare isolate. Ad esempio, un errore nell’esecuzione non è necessariamente colpa del meccanismo esecutivo, ma potrebbe derivare da una cattiva percezione o da una decisione errata.
L’educazione sportiva e il movimento
L’educazione sportiva, in base ai modelli visti finora, deve proporre obiettivi legati al miglioramento della motricità e del movimento umano, senza dimenticare le dimensioni cognitive, affettive e sociali.
La motricità si manifesta sempre in una configurazione spazio-temporale e dipende fortemente dal contesto.
Tuttavia, il movimento non si spiega da solo, ma necessita della partecipazione cosciente e sistemica di tutte le strutture e i meccanismi.
È importante sottolineare che ogni movimento implica la partecipazione di tutti e tre i sistemi, che interagiscono costantemente.
Le finalità dell’educazione sportiva indicano semplicemente l’intenzionalità educativa, ma mai l’esclusività di un solo approccio.
Si tratta di una concezione armonica, integrata e strutturalista.
6. FINALITÀ E OBIETTIVI DELLO SPORT
In un modello armonico e strutturalista della persona, l’educazione sportiva propone obiettivi legati ai comportamenti motori, sia in relazione all’ambiente personale sia all’ambiente circostante.
Ambiente personale e condotta motoria
Dal punto di vista personale, gli obiettivi dell’educazione devono riferirsi a tutte le componenti della motricità:
- biomotoria
- psicomotoria
- motoria.
Nel campo biomotorio troviamo capacità condizionali come:
- Forza
- Velocità
- Resistenza
- Flessibilità
Nella psicomotricità si lavora sulla percezione del corpo, dello spazio e del tempo, e sulla costruzione dell’immagine corporea.
Qui gioca un ruolo fondamentale lo schema corporeo, concetto introdotto da Arnold Pick (1922) e ripreso da Asienson (1981): è la rappresentazione mentale del corpo in relazione all’ambiente.
Inoltre, il lavoro sulle capacità motorie include abilità e destrezze che formano il repertorio motorio individuale. Secondo A. Harrow (1978), queste possono essere raggruppate in movimenti locomotori e non locomotori.
L’elemento centrale è il coordinamento, che unisce contrazione e rilassamento muscolare, con sinergie complesse simultanee e indipendenti.
Ambiente circostante e condotta motoria
Il comportamento motorio non è una semplice attività organica, ma è parte di un processo di interazione complessa tra individuo, ambiente e società, con forti componenti culturali e relazionali.
Per questo, non possiamo limitarci agli obiettivi filogenetici della motricità, ma dobbiamo considerare anche la dimensione socio-culturale, che Parlebas definisce “condotta sociomotrice”.
Nel corso della storia, la cultura ha prodotto vari modelli motori: ginnastica, danza, yoga, aerobica, tai-chi, ecc. Questi evolvono e si spostano nel tempo e nello spazio.
Il mondo dello sport contemporaneo, immerso in questa diversità, offre infinite opportunità educative.
L’essere umano non si muove solo per soddisfare bisogni fisici, ma anche per valori, interessi e motivazioni sociali.
Questi motivi possono manifestarsi nei seguenti significati del movimento:
- Igienico
- Ludico
- Agonistico
- Espressivo
- Creativo
- Ricreativo
Tutti questi significati si combinano in modo diverso in base al contesto. L’educazione sportiva deve quindi:
- Rispettare le esperienze di ogni individuo
- Offrire spazi per esperienze diversificate
- Riconoscere che anche il fallimento o la frustrazione hanno valore educativo
I docenti di educazione fisica e i tecnici sportivi devono aiutare l’individuo a crescere e a dedicarsi alla società attraverso un processo educativo completo.
Lo sport può contribuire sia all’educazione formale, sia a quella informale, sia per il tempo libero sia per il mantenimento fisico, fino ad arrivare all’agonismo.
Infine, e prima di approfondire l’analisi educativa e pedagogica dello sport, vogliamo affermare in contrasto con alcune teorie, che il pensiero secondo cui lo sport non abbia valore educativo è infondato.
Al contrario, lo sport è uno strumento fondamentale e insostituibile per il raggiungimento di molti obiettivi educativi.
Siamo convinti che lo sport ben inteso sia uno dei mezzi più efficaci a disposizione dell’educazione fisica, e che se ben utilizzato, possieda un repertorio educativo di valore pedagogico incalcolabile.
Capitolo III – Valori educativi dello sport
Autore: Francisco Seirul·lo Vargas
È ampiamente accettato che lo sport comporti grandi valori educativi, e a prima vista sembra talmente evidente da far pensare che dimostrarlo non richieda alcuno sforzo. Tuttavia, ciò che sembra ovvio a volte è solo un velo che nasconde verità più complesse. La pedagogia, che non è una scienza esatta, deve chiarire se questi valori siano reali.
Cos’è realmente educativo nello sport?
Il gioco stesso? Le sue condizioni? Le regole? Gli arbitri? Il valore intrinseco della pratica?
Sono tante le domande, e in questo lavoro si cerca di fare chiarezza su alcune di esse.
Per noi, un’attività è educativa quando contribuisce alla formazione della personalità dell’alunno, seguendo l’ottimizzazione della configurazione cognitiva dell’essere umano, in linea con la Scuola Nuova.
Secondo Le Boulch (1991): “Uno sport è educativo quando permette lo sviluppo di abilità motorie e psicomotorie in relazione agli aspetti affettivi, cognitivi e sociali della personalità.”
Un’attività educativa non può fondarsi su ideologie, ma deve poggiare su basi filosofiche che abbiano come riferimento i valori umani di autonomia e libertà.
Ya Clausse (1967): “L’educazione sostenuta da ideologie è solo istruzione.”
Nel XIX secolo, si promuovevano valori igienici e salutistici, che oggi si scontrano con modelli sociali consumistici e tecnologici. Oggi, il valore dello sport non può più essere interpretato solo come attività di salute o prestazione fisica.
Le condizioni in cui lo sport viene praticato influiscono profondamente sul suo valore educativo, soprattutto se favoriscono:
- Auto-strutturazione della personalità,
- Riflessione critica sull’esperienza,
- Conoscenza di sé e del proprio ambiente.
Lo sport non è educativo solo per la sua tecnica o regole, ma perché può essere una straordinaria esperienza formativa, se guidato consapevolmente.
Lo sport ha contenuti sufficienti per essere un’attività educativa?
Sì, ma dipende da come viene praticato. Le situazioni che vivono atleti e allenatori condividono strutture educative complesse. Alcuni dei valori educativi principali dello sport includono:
- Identificazione di elementi significativi dell’ambiente,
- Scoperta di relazioni causali e simboliche tra eventi vissuti,
- Strutturazione di giudizi di valore basati su esperienze dirette,
- Progettazione del gioco partendo dalla vulnerabilità personale,
- Costruzione di catene di azioni compatibili con un obiettivo,
- Scelta di compiti a rischio variabile (compromesso, sacrificio, disciplina),
- Esecuzione istintiva di compiti con risposte emotive immediate,
- Valutazione soggettiva a breve e lungo termine,
- Controllo dell’autostima e affermazione, ecc.
Inoltre, l’attivazione selettiva di queste esperienze forma una personalità coerente, capace di vivere lo sport come crescita interiore.
Il valore ludico dello sport
Il gioco sportivo, o “ludus”, è una forma rituale di comportamento con profondo valore educativo.
Lo sport ben compreso è l’incontro di tre territori:
- Il sociale,
- Il personale,
- Il normativo.
Questa intersezione territoriale genera:
- Accettazione spontanea delle norme,
- Autocontrollo del comportamento emotivo,
- Capacità di distinguere ruoli e funzioni,
- Riconoscimento del limite e del sacrificio.
Lo sport ben vissuto è, prima di tutto, una esperienza ludica, non un obbligo.
Il valore agonistico dello sport
Il confronto sportivo nasce dal bisogno di misurarsi, ma non dovrebbe degenerare in una lotta cieca per la vittoria. L’agonismo autentico è quello che stimola il miglioramento personale.
C’è un solo campione che non ami ciò che pratica?
Se qualcuno non trae piacere dallo sport che pratica, non può derivarne valore educativo.
4. Critica dello sport svolto nella scuola
Lo sport scolastico spesso:
- È limitato a regole e tecniche,
- Non promuove la personalità,
- Stimola solo aspetti parziali, come la competitività.
Non è educativo solo perché si pratica a scuola.
In molti casi, i giochi sportivi scolastici sono mini-sport adattati, ma le finalità restano le stesse dello sport competitivo. Questi modelli:
- Non considerano i ritmi dell’alunno,
- Spingono verso l’omologazione e la classificazione,
- Ignorano l’aspetto educativo globale.
Anche l’insegnante, spesso, applica metodi sportivi di alto livello in contesti scolastici, con risultati controproducenti.
Nelle scuole:
- Le risorse sono scarse,
- Gli sport sono scelti più per convenzione che per educazione,
- Gli studenti non scelgono realmente lo sport da praticare.
Molti giovani praticano sport solo nel weekend, seguendo i desideri dei genitori o degli allenatori, non per propria volontà. Il risultato è che lo sport diventa un’attività imposta, priva del suo potere formativo.
5. Proposte di base per uno sport scolastico educativo
La prima proposta è preventiva e consiste nel sviluppare la “Pratica Sportiva Scolastica” (P.S.S.) per quegli alunni che mostrano, in un determinato momento, talento per una specifica disciplina sportiva – e la “Pratica Scolastica Sportiva” (P.S.S.) per il resto degli alunni che non presentano tale talento.
Dobbiamo quindi distinguere queste due pratiche. La Pratica Scolastica Sportiva (P.S.S.) è comune a tutti e precede la pratica specializzata. Deve permettere l’educazione di tutta la popolazione scolastica e indirizzarla, per quelli che mostrano talento, verso una possibile specializzazione, ma deve anche permettere la pratica sportiva dei bambini e delle bambine. In un momento dato, le due pratiche seguiranno percorsi distinti. Lo scolaro con talento sarà indirizzato verso entrambi i tipi di pratica, se possibile; il resto, solo nella non specifica (P.S.S.). Il momento di questa separazione sarà soggetto a criteri oggettivi come: grado di sviluppo biologico, rendimento sportivo, idoneità psicologica – con l’intento educativo, valutativo e obiettivo in vista di apprendimenti specifici, componenti cognitivi, ecc.
La “Pratica Scolastica Sportiva” (P.S.S.) e le sue condizioni per la competizione
È fondamentale separare la Pratica Scolastica Sportiva (P.S.S.) da qualsiasi tipo di ideologia istituzionale ricorrente; per questo, è necessario svincolarla dallo statuto imposto dalla competizione, che finisce per trasmettere la sua ideologia. Per questo proponiamo le seguenti misure:
- Includerla fuori dall’orario scolastico solo se il tempo non basta.
- Gli insegnanti non devono essere per forza regolamentati; può essere personale del centro scolastico o esterno.
- Ogni alunno/a parteciperà a un numero variabile di specialità sportive non rigidamente standardizzate.
- Si dovrà modificare secondo i regolamenti delle gare, che non devono essere fissi o rigidi, soprattutto nel momento competitivo.
- Implicare la famiglia e la comunità in compiti di organizzazione, gestione e arbitraggio.
- Relazionarla con altre manifestazioni culturali e sociali della comunità scolastica.
- Eliminare dagli elementi che identificano lo sport scolastico tutti quelli che lo confondono con lo sport competitivo istituzionalizzato: divise, classificazioni, trofei, premi, tabelle di rendimento, spostamenti obbligatori, ecc.
La “Pratica Scolastica Sportiva” (P.S.S.) e le sue condizioni per l’allenamento
Anche se parliamo di condizioni di allenamento utilizzando terminologia classica, ciò che conta sono le connotazioni che l’allenatore deve considerare durante le pratiche, con l’obiettivo di creare un ambiente e obiettivi pedagogici compatibili con le condizioni di una competizione scolastica.
Le sessioni, per ottenere un adattamento individualizzato alla competizione, devono bilanciare il comportamento agonistico con gli elementi ludici ed eros, per costruire compiti che aiutino l’atleta a consolidare la propria personalità. A tale scopo, l’allenatore dovrà avere una solida formazione pedagogica per:
- Proporre situazioni che attivino la percezione sportiva e stimolino l’identificazione dell’atleta con l’informazione disponibile, trattandola in modo personalizzato.
- Offrire una grande varietà di forme di gioco e strutture interne diverse da mettere a disposizione dell’atleta.
- Costruire compiti che integrino blocchi tematici comuni a diverse specialità sportive e promuoverne l’applicazione personale.
- Fare continuo ricorso all’auto-osservazione, autocontrollo e auto-valutazione.
- Incoraggiare l’atleta a progettare i propri esercizi e a gestire quelli che condivide.
- Includere elementi di variazione temporale e spaziale nelle attività.
- Creare situazioni che stimolino la presa di decisione e l’iniziativa.
- Permettere l’imitazione e la rielaborazione delle esperienze vissute.
- Analizzare criticamente il proprio processo per poter decidere tra modelli prestabiliti e personali.
La “Pratica Sportiva Scolastica” (P.S.S.) e le sue condizioni per la competizione
Poiché è una pratica minoritaria nel contesto scolastico, va rivolta solo a coloro che dimostrano talento, e il suo contesto competitivo dovrebbe avvicinarsi ai modelli dominanti della disciplina. Non importa se si situa al confine tra l’educativo e il competitivo: purché la partecipazione sia volontaria e compatibile con il percorso fatto nella pratica generale (P.S.S.), può considerarsi adeguata.
Allenatore e atleta dovranno decidere congiuntamente il passaggio alla Pratica Sportiva Scolastica (P.S.S.) e il distacco dalla Pratica Scolastica Sportiva (P.S.S.). Le forme competitive di questa opzione devono soddisfare i seguenti criteri:
- Deve svolgersi fuori dall’orario scolastico, in strutture regolamentate, sebbene modificabili.
- Ogni atleta parteciperà inizialmente a più discipline, per poi focalizzarsi su una sola.
- Si devono modificare solo le regole di competizione, non quelle del gioco.
- Sottoporsi all’arbitraggio federale, anche se si può modificare lo statuto attuale.
- Includere progressivamente elementi identificativi istituzionalizzati, per valutare l’adattamento dell’atleta.
La “Pratica Sportiva Scolastica” (P.S.S.) e le sue condizioni di allenamento
L’ambiente di questa pratica è simile a quello dell’allenamento professionale, ma senza che venga mai meno l’obiettivo formativo. L’allenatore ha un ruolo fondamentale: non si tratta solo di allenare, ma di educare, considerando che il talento da solo non garantisce una corretta formazione sportiva o personale.
L’allenatore deve quindi costruire con l’atleta un modello di relazioni interpersonali basato sui seguenti criteri:
- Scoprire la struttura del gioco e interpretarla in modo ampio, per permettere al talento individuale di emergere.
- Offrire la maggiore quantità possibile di informazioni oggettive, sia sull’esecuzione sia sul risultato, stimolando l’accesso autonomo alle informazioni.
- Contrapporre elementi valutativi tramite auto-osservazione, per rinforzare l’autoefficacia.
- Costruire modelli di pratica non monolitici o rigidi, evitando schemi fissi.
- Proporre modifiche temporali e spaziali nei compiti motori.
- Collocare l’atleta in situazioni individuali o di gruppo, a prescindere dalla categoria o disciplina specifica.
- Stimolare l’atleta a riconoscere i propri interessi personali rispetto ai modelli prestabiliti.
Queste proposte di base permettono di costruire un nuovo modello di sport scolastico, che crediamo sia totalmente necessario. Il modello attuale, pur valido come mezzo educativo, ha superato la sua utilità originaria, ed è oggi accettabile solo per il suo valore “igienico”.
La proposta che nasce da queste idee, pur radicata nell’interesse educativo, non esclude gli altri valori impliciti nella pratica sportiva. Non è un’utopia: se il 90% delle attività sportive scolastiche dipendesse solo dal promotore, con l’appoggio dell’istituzione scolastica si potrebbe realizzare concretamente questa proposta.
Più difficile è lo sviluppo istituzionale della Pratica Sportiva Scolastica (P.S.S.), perché le condizioni della competizione non dipendono dagli atleti, ma da enti esterni e da ideologie legate allo sport competitivo. Quando la maggior parte dei centri di pratica è favorevole a queste proposte, le istituzioni dovranno adattarsi ai nuovi schemi: si potrà finalmente dire che lo sport scolastico è una realtà educativa.