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Un modello integrato del controllo visivo dell’azione

26 Giugno 2026

Il contributo è la trascrizione e traduzione in italiano dell’articolo “An integrative model of visual control of action“, di Elton Hiroshi Matsushima (Universidade Federal Fluminense).

Il presente studio propone un modello integrativo del controllo visivo dell’azione, con particolare riferimento ai compiti diretti visivamente. All’interno di questi modelli, la calibrazione tra segnali visivi e segnali vestibolo-cinestesici riveste un’importanza fondamentale, soprattutto nei compiti in cui l’azione è guidata da informazioni visive. Il Modello di Controllo Gerarchico (Marken, 1985), il Modello di Organizzazione Funzionale (Rieser et al., 1995), le Euristiche basate sul tempo (Lederman et al., 1987) e il Modello di Controllo Visivo della Locomozione (Lee & Lishman, 1977b) vengono qui integrati in un unico schema teorico, che incorpora anche sviluppi recenti della ricerca empirica.
Il modello proposto fornisce un quadro teorico utile a orientare la ricerca sperimentale sul controllo visivo dell’azione, con l’obiettivo di chiarire le fasi e i processi di elaborazione ancora non completamente spiegati dalle evidenze empiriche.

Introduzione

Nella parte finale del secolo scorso si è assistito alla nascita e allo sviluppo di un nuovo concetto nella valutazione della percezione visiva dello spazio: i compiti diretti visivamente (visually directed tasks), introdotti da Foley e Held (1972) con il compito di puntamento visivamente diretto (visually directed pointing).
Questo concetto si contrappone ai compiti guidati visivamente (visually guided tasks), nei quali l’esecuzione dell’azione avviene sotto un monitoraggio visivo continuo. Nei compiti diretti visivamente, invece, l’azione viene eseguita con un monitoraggio visivo intermittente. Nella maggior parte dei contesti sperimentali, tali compiti vengono svolti con la visione oscurata rispetto ai bersagli precedentemente osservati (Loomis, Da Silva, Fujita & Fukusima, 1992).

Sebbene lo studio di questa nuova forma di misurazione della percezione visiva sia in corso da diversi anni, i risultati non sono univoci. Alcuni studi hanno evidenziato un’elevata accuratezza nei compiti diretti visivamente, come nella locomozione (Bigel & Ellard, 2000; Fukusima, Loomis & Da Silva, 1997; Loomis et al., 1992; Matsushima, Ribeiro-Filho, Douchkin & Da Silva, 2002; Muroi & Higuchi, 2017; Philbeck & Loomis, 1997; Rieser, Ashmead, Talor & Youngquist, 1990; Thomson, 1983), nel lancio (Thomson, 1983) e nel puntamento (Foley & Held, 1972; Fukusima et al., 1997).
Altri studi, invece, hanno mostrato errori sistematici in compiti come la locomozione (Elliott, 1986, 1987; Matsushima, Gomes, Ribeiro-Filho & Da Silva, 2001; Steenhuis & Goodale, 1988; Sun, Campos, Young, Chan & Ellard, 2004), il passaggio attraverso aperture (Muroi & Higuchi, 2017) e il lancio (Eby & Loomis, 1987).
Tuttavia, questa apparente controversia può essere considerata secondaria, poiché il risultato comune è la ✳️ capacità degli osservatori di esibire comportamenti adattivi adeguati alle diverse condizioni ambientali.

La questione centrale del presente studio riguarda l’elaborazione delle informazioni visive necessarie a garantire tali prestazioni adeguate nei compiti diretti visivamente, in particolare nella locomozione. Loomis e colleghi (1992) hanno descritto i sottoprocessi che compongono questo tipo di compito:

  1. percezione visiva della posizione spaziale del bersaglio e di altri punti di riferimento;
  2. aggiornamento della posizione del sé basato su informazioni idiotetiche (ad esempio, la velocità percepita del proprio movimento; Glasauer, Amorim, Viaud-Delmon & Berthoz, 2002);
  3. aggiornamento immaginativo della posizione spaziale del bersaglio, basato sulla posizione del sé aggiornata;
  4. esecuzione della risposta appropriata verso la nuova posizione spaziale del bersaglio.

Questi sottoprocessi sono essenziali per qualsiasi compito diretto visivamente, e gli errori o le variazioni osservate in tali compiti derivano dall’accumulo di errori e variabilità attraverso le diverse fasi del processo.

Loomis e Philbeck (2008) hanno proposto un modello teorico per descrivere la relazione tra le fonti di informazione e i compiti diretti visivamente. In questo modello, una singola variabile interna — la posizione percepita — costituisce l’input per qualsiasi compito legato alla percezione della distanza visiva, sia di tipo percettivo (ad esempio, giudizi verbali) sia motorio (come i compiti diretti visivamente).
Diversi studi sperimentali hanno confermato questo modello, mostrando una stretta covariazione delle prestazioni tra le due modalità di risposta in funzione della disponibilità degli indizi visivi (Philbeck & Loomis, 1997; Philbeck, Loomis & Beall, 1997; Matsushima et al., 2002; Matsushima, Chiaretti, Kreling, Lima, Da Silva & Ribeiro-Filho, 2004; Sun et al., 2004).

Le ricerche neurofisiologiche hanno mostrato che le informazioni visive vengono elaborate attraverso due percorsi neurali principali, che operano in parallelo ma in stretta interconnessione:

  • la via dorsale (DP), che collega i lobi occipitali alla corteccia parietale posteriore (PP);
  • la via ventrale (VP), che connette i lobi occipitali alla corteccia inferotemporale (IT).

Secondo gli studi di Goodale e Milner (1992) e di Ungerleider e Mishkin (1982), queste due vie svolgono funzioni differenti:

  • la via dorsale elabora le informazioni necessarie all’azione, come la forma strutturale e l’orientamento degli oggetti, permettendo di guidare i movimenti nello spazio;
  • la via ventrale, invece, è responsabile del riconoscimento degli oggetti, analizzandone le caratteristiche distintive come forma, colore e superficie.

Tuttavia, la presenza di due vie parallele non implica che esse funzionino in modo indipendente. Al contrario, diversi autori (Matsushima, 2004; Similä & McIntosh, 2015) sostengono che le differenze osservate tra le due vie derivino piuttosto dall’uso di diversi sistemi di riferimento spaziale.
Un sistema di riferimento egocentrico definisce le posizioni nello spazio in relazione al corpo dell’osservatore (coordinate centrate sull’osservatore), mentre un sistema allocentrico definisce le posizioni in base a punti esterni o oggetti nell’ambiente.

In questa prospettiva:

  • la via dorsale elabora le informazioni in un sistema egocentrico, adatto al controllo dell’azione e alla pianificazione dei movimenti;
  • la via ventrale opera in un sistema allocentrico, più idoneo al riconoscimento e alla rappresentazione delle relazioni spaziali tra oggetti.

Alcuni studi (Weiss et al., 2003) propongono anche un’interpretazione alternativa, secondo cui la distinzione tra le due vie non riguarderebbe tanto la funzione (azione vs. percezione), quanto la specializzazione spaziale: la via dorsale sarebbe dedicata allo spazio prossimale (a portata di mano), mentre la via ventrale allo spazio distale (più lontano dal corpo).

Un’altra teoria, il Visual Attention Model (VAM) di Schneider (1995), suggerisce che i sistemi “visione per l’azione” e “visione per la percezione” condividano un meccanismo di selezione precoce comune, che opera prima della separazione tra le due vie.
Questo meccanismo seleziona un “oggetto bersaglio” (object token): le sue caratteristiche percettive vengono inviate alla via ventrale, mentre le informazioni spaziali e di localizzazione vengono trasmesse alla via dorsale.

Considerando i risultati sperimentali, il sistema visivo può essere concepito come un insieme interattivo di moduli di elaborazione, costituito da due vie neurali parallele, fortemente interconnesse.
La via dorsale (DP) elabora le informazioni relative allo spazio prossimale (a portata di braccio), attraverso una manipolazione implicita delle informazioni visive in un sistema di riferimento egocentrico, ed è strettamente connessa alle aree motorie della corteccia.
La via ventrale (VP), invece, è implicata nell’analisi dettagliata delle informazioni visive, con ampie connessioni verso le aree corticali di ordine superiore e le strutture mesencefaliche, responsabili di funzioni cognitive complesse come la memoria e il pensiero.

Nelle attività quotidiane, entrambe le vie operano in modo sinergico, mentre un loro funzionamento indipendente si verifica solo in condizioni estreme, come in caso di lesioni cerebrali o di privazione sensoriale (Matsushima, 2004).

Queste due vie ricevono una variabile interna comune, la posizione percepita, che viene poi trasformata secondo i rispettivi obiettivi funzionali, producendo i diversi comportamenti associati a ciascun sistema.
Nel contesto delle attività visivamente dirette, la posizione percepita rappresenta la prima fase di elaborazione, ossia la percezione visiva del bersaglio. Tale informazione viene successivamente aggiornata integrandola con la posizione del sé (a sua volta aggiornata in base alla velocità percepita del movimento).

Questo processo di aggiornamento è realizzato dal sistema expropriocettivo globale (Lee & Lishman, 1977a), che integra diversi sistemi percettivi — visivo, vestibolare e cinestesico.
L’ambiente fornisce una grande quantità di informazioni utili all’aggiornamento spaziale, permettendo così all’osservatore di mantenere una rappresentazione accurata della propria posizione e orientamento anche in assenza di visione (Avraamides et al., 2004).
Le evidenze mostrano inoltre che le informazioni vestibolari e cinestesiche (provenienti dai fusi muscolari) possono sostenere un aggiornamento spaziale preciso, come dimostrato da prestazioni accurate in compiti di integrazione del percorso durante trasporti passivi, grazie all’attività di sintonizzazione spaziale delle cellule ippocampali (Lackner & DiZio, 2005).

Il sistema expropriocettivo integra quindi direzione e velocità del sé (propriocezione) con la posizione del sé (esterocettiva) (Lee & Lishman, 1977a).
I processi svolti da questo sistema possono essere interpretati come una calibrazione sinergica tra i sistemi percettivi e quelli d’azione (Rieser et al., 1995).
Gli organismi viventi eseguono azioni orientate a obiettivi adattivi — le cosiddette azioni dirette al bersaglio — che consistono in accoppiamenti percezione-azione, cioè relazioni tra determinate posizioni egocentriche e le azioni dirette verso di esse.
In altre parole, a ogni posizione egocentrica percepita corrisponde un insieme di proprietà d’azione possibili. Tuttavia, questa corrispondenza non è fissa: magnitudine e direzione delle azioni dipendono dalle condizioni temporali e ambientali.
La calibrazione, dunque, è un processo flessibile, dipendente dal compito, dall’ambiente (Redding & Wallace, 2001; Rieser et al., 1995) e anche dalle dinamiche corporee (Leclere et al., 2019).

Diversi modelli teorici hanno cercato di spiegare come il sistema percettivo e quello motorio si coordinino per mantenere la precisione dell’azione anche in assenza di visione diretta. Questi modelli descrivono i meccanismi di calibrazione tra le informazioni sensoriali e i comandi motori, e rappresentano la base concettuale del modello integrativo proposto da Matsushima.

1. Le euristiche basate sul tempo

Secondo Lederman, Klatzky e Barber (1987), la stima della distanza percorsa durante la locomozione può essere ottenuta combinando due variabili: la velocità percepita del movimento e il tempo di percorrenza.
Questa strategia, definita euristica temporale, consente di stimare la distanza anche in assenza di riferimenti visivi diretti.
In pratica, il cervello utilizza una sorta di “integrazione temporale” delle informazioni motorie e vestibolari per aggiornare la posizione del corpo nello spazio.
Tale meccanismo è particolarmente utile nei compiti di cammino a occhi chiusi, dove la persona deve raggiungere un punto precedentemente osservato basandosi solo sulla memoria del tempo e della velocità del proprio movimento.

2. Il modello di controllo gerarchico

Il Modello di Controllo Gerarchico proposto da Marken (1986) descrive il comportamento come un sistema multilivello di regolazione, in cui ogni livello confronta continuamente ciò che viene percepito con ciò che si desidera ottenere.
Ogni livello del sistema riceve un segnale di riferimento (l’obiettivo), confronta questo segnale con la percezione attuale e genera un segnale di errore.
Questo errore viene poi trasmesso al livello inferiore, che produce le correzioni motorie necessarie per ridurre la discrepanza.

✳️ In questo modo, il comportamento emerge come un processo di controllo a retroazione (feedback), in cui la percezione e l’azione sono costantemente confrontate e regolate.

Nel contesto del controllo visivo dell’azione, questo modello spiega come il cervello possa mantenere la direzione e la distanza corrette verso un bersaglio anche quando la visione è temporaneamente assente.
Il sistema confronta la posizione percepita del sé con quella del bersaglio memorizzato e corregge il movimento in base agli errori accumulati.

3. Il modello di organizzazione funzionale

Il Modello di Organizzazione Funzionale di Rieser, Pick, Ashmead e Garing (1995) propone che la calibrazione tra percezione e azione non sia specifica per un singolo compito, ma si generalizzi a tutte le azioni che condividono lo stesso obiettivo spaziale.
Ad esempio, se una persona si abitua a camminare in un ambiente in cui la percezione della distanza è alterata (come in un visore che modifica la scala visiva), anche altri compiti motori — come il puntamento o il lancio — risulteranno ricalibrati.
Questo suggerisce che la calibrazione avvenga a un livello funzionale e astratto, piuttosto che a livello di singoli movimenti.

4. Il modello di controllo visivo della locomozione

Il Modello di Controllo Visivo della Locomozione di Lee e Lishman (1977b) distingue tre livelli di controllo:

  1. Livello cognitivo, che pianifica il percorso generale e definisce l’obiettivo dell’azione;
  2. Livello percettivo, che utilizza le informazioni sensoriali per regolare la direzione e la velocità del movimento;
  3. Livello biomeccanico, che esegue i movimenti effettivi attraverso la coordinazione muscolare.

Questi livelli operano in modo coordinato e continuo, consentendo all’individuo di adattare la locomozione alle condizioni ambientali.
Il modello sottolinea che la percezione visiva non serve solo a identificare gli oggetti, ma anche a guidare dinamicamente il movimento in funzione delle informazioni ambientali.

Sintesi dei modelli precedenti


✳️ I quattro modelli descritti condividono un principio comune: la percezione e l’azione sono strettamente integrate in un sistema di controllo che si adatta costantemente alle variazioni dell’ambiente e del corpo.
Essi differiscono per il livello di analisi — alcuni si concentrano sui meccanismi sensoriali, altri sulla struttura cognitiva o sulla dinamica motoria — ma tutti convergono nell’idea che il comportamento motorio sia regolato da processi di confronto e aggiornamento continuo tra rappresentazioni interne e informazioni sensoriali.

Questa convergenza teorica costituisce la base per la formulazione del Modello Gerarchico di Controllo Visuomotorio proposto da Matsushima, che integra e amplia i contributi precedenti in un’unica struttura coerente.

Il modello proposto da Elton Hiroshi Matsushima integra i principali contributi teorici precedenti in una struttura multilivello, concepita per spiegare come il sistema percettivo e quello motorio cooperino nel controllo visivo dell’azione.
Questo schema, denominato Modello Gerarchico di Controllo Visuomotorio, descrive il comportamento come il risultato di un insieme di processi organizzati in livelli funzionali interconnessi, che operano in modo simultaneo e coordinato.

Il modello è composto da tre livelli principali di controllo:

  1. Livello di controllo superiore
    È responsabile dei processi cognitivi di alto livello, come la pianificazione, la decisione e la definizione degli obiettivi.
    In questo livello vengono stabiliti gli scopi dell’azione e le strategie generali per raggiungerli.
    Le informazioni provenienti da questo livello vengono trasmesse come segnali di riferimento ai livelli inferiori, che si occupano della loro esecuzione concreta.
  2. Livello di controllo intermedio
    Integra le informazioni provenienti dalla memoria a lungo termine (come la conoscenza dello spazio e delle dinamiche corporee) con quelle relative alla situazione attuale (posizione del sé, disposizione spaziale, velocità del movimento).
    Questo livello può essere assimilato alla memoria di lavoro, in particolare al modello di Baddeley (2012), che comprende il taccuino visuospaziale e il buffer episodico.
    Qui avviene il confronto tra la posizione percepita del sé e la posizione del bersaglio memorizzata, generando un segnale di errore che guida le correzioni motorie.
  3. Livello di controllo inferiore
    Comprende i sistemi percettivi (visivo, vestibolare, cinestesico) e il sistema motorio.
    È il livello operativo, dove vengono eseguite le azioni e dove si producono le correzioni in tempo reale in base agli errori rilevati.
    Le informazioni sensoriali vengono continuamente confrontate con i segnali di riferimento provenienti dai livelli superiori, permettendo un controllo fine e adattivo del movimento.

Il modulo expropriocettivo

Un elemento centrale del modello è il modulo expropriocettivo, che integra le informazioni provenienti dai diversi sistemi sensoriali per aggiornare la rappresentazione spaziale del sé.
Questo modulo combina:

  • informazioni visive, che forniscono la posizione del corpo rispetto all’ambiente;
  • informazioni vestibolari, che segnalano accelerazioni e cambiamenti di orientamento;
  • informazioni cinestesiche, che derivano dai recettori muscolari e articolari e indicano la posizione e il movimento delle parti del corpo.

Durante i compiti diretti visivamente, in cui la visione del bersaglio è temporaneamente assente, il modulo expropriocettivo assume un ruolo cruciale: l’aggiornamento della posizione del sé avviene attraverso segnali vestibolari e cinestesici che sostituiscono temporaneamente le informazioni visive.
Questo processo consente di mantenere una rappresentazione coerente dello spazio anche in condizioni di oscuramento visivo.

Dinamica del controllo

Il modello descrive il comportamento come un processo di retroazione multilivello.
Ogni livello confronta costantemente la situazione percepita con lo stato desiderato e invia segnali di correzione ai livelli inferiori.

✳️ Il risultato è un sistema dinamico capace di adattarsi rapidamente ai cambiamenti ambientali e corporei.

Durante un compito di locomozione diretta visivamente, ad esempio:

  • il livello superiore definisce la meta spaziale (raggiungere un punto specifico);
  • il livello intermedio aggiorna la posizione del sé e calcola la direzione corretta;
  • il livello inferiore esegue i movimenti necessari, correggendo continuamente la traiettoria in base ai segnali sensoriali.

Relazioni con i modelli precedenti

Il modello gerarchico di Matsushima integra e amplia i modelli precedenti nel modo seguente:

  • dal Modello di Controllo Gerarchico (Marken, 1986) riprende la struttura multilivello e il principio del confronto tra percezione e riferimento;
  • dal Modello di Organizzazione Funzionale (Rieser et al., 1995) deriva l’idea di una calibrazione generalizzata tra compiti diversi;
  • dalle Euristiche basate sul tempo (Lederman et al., 1987) incorpora il ruolo del tempo e della velocità percepita nell’aggiornamento spaziale;
  • dal Modello di Controllo Visivo della Locomozione (Lee & Lishman, 1977b) adotta la distinzione tra livelli cognitivi, percettivi e biomeccanici.

Implicazioni del modello

Il Modello Gerarchico di Controllo Visuomotorio fornisce una spiegazione unificata dei processi che permettono all’essere umano di agire in modo preciso e adattivo anche in condizioni di informazione visiva limitata.
Esso mostra come la percezione e l’azione non siano sistemi separati, ma componenti di un unico meccanismo di controllo che opera attraverso feedback continui e integrazione multisensoriale.
Inoltre, il modello suggerisce che la memoria di lavoro visuospaziale svolga un ruolo fondamentale nel mantenere la coerenza tra la rappresentazione interna dello spazio e l’esecuzione motoria.

Il Modello Gerarchico di Controllo Visuomotorio proposto da Matsushima offre una cornice teorica capace di integrare i principali risultati empirici e concettuali sul controllo visivo dell’azione.

✳️ La sua forza risiede nella capacità di spiegare come la percezione e l’azione siano collegate da un sistema di retroazione multilivello, in cui le informazioni sensoriali e i comandi motori vengono costantemente confrontati e aggiornati.

Il modello chiarisce che la relazione tra percezione e azione non è lineare né unidirezionale.

✳️ Le informazioni visive, vestibolari e cinestesiche vengono continuamente integrate per mantenere una rappresentazione coerente dello spazio e del movimento.
Questa integrazione consente di spiegare perché, anche in assenza di visione diretta, gli individui riescano a eseguire movimenti accurati verso un bersaglio precedentemente osservato.
Il sistema expropriocettivo, in particolare, svolge un ruolo chiave nel mantenere la stabilità percettiva e la precisione motoria.

Calibrazione e adattamento

Il modello spiega anche i fenomeni di ricalibrazione percettivo-motoria osservati in diversi esperimenti.
Quando la relazione tra segnali visivi e vestibolo-cinestesici viene alterata — ad esempio, attraverso prismi ottici o manipolazioni virtuali — il sistema si adatta progressivamente, ristabilendo la coerenza tra percezione e azione (Ellard & Shaughnessy, 2003).
Questo processo di adattamento dimostra la ✳️ plasticità del sistema visuomotorio e la sua capacità di mantenere la precisione anche in condizioni di distorsione sensoriale.

Limiti del modello

Nonostante la sua ampiezza esplicativa, il modello presenta alcune limitazioni.
In particolare, esso si applica principalmente ai compiti diretti visivamente, nei quali la visione del bersaglio è intermittente o assente.
Nei compiti guidati visivamente, dove l’azione è controllata in tempo reale da informazioni visive continue, il modello risulta meno adeguato.
In questi casi, il controllo del movimento sembra basarsi su meccanismi online, più rapidi e automatici, come quelli descritti da Zhao e Warren (2015), che propongono un controllo basato su modelli predittivi piuttosto che su confronti gerarchici.

Un’altra limitazione riguarda la semplificazione della relazione tra informazione visiva e controllo motorio.
Il modello non considera pienamente il ruolo del controllo della posizione soglia (threshold position control) descritto da Feldman (2009), secondo cui il sistema nervoso non comanda direttamente la forza o la velocità del movimento, ma regola configurazioni corporee di riferimento che determinano in modo implicito la dinamica motoria.

Implicazioni sperimentali


✳️ Dal punto di vista sperimentale, il modello suggerisce nuove direzioni di ricerca:

  • studiare come la memoria di lavoro visuospaziale influenzi la precisione nei compiti diretti visivamente;
  • analizzare il ruolo dei processi attentivi e delle strategie cognitive nella calibrazione percettivo-motoria;
  • esplorare la generalizzazione della ricalibrazione tra compiti diversi (ad esempio, tra cammino e puntamento);
  • indagare come le rappresentazioni simboliche (linguaggio, mappe mentali) interagiscano con i processi visuomotori.

Implicazioni teoriche

Dal punto di vista teorico, il modello contribuisce a ✳️ superare la tradizionale dicotomia tra percezione e azione, proponendo una visione integrata e gerarchica del comportamento.
La percezione non è più vista come un processo passivo di ricezione di stimoli, ma come una componente attiva del controllo motorio, che fornisce informazioni costantemente confrontate con gli obiettivi dell’azione.
Allo stesso modo, l’azione non è un semplice risultato motorio, ma un mezzo attraverso cui il sistema percettivo verifica e aggiorna le proprie rappresentazioni interne.

Implicazioni metodologiche

Dal punto di vista metodologico, i compiti diretti visivamente si confermano strumenti particolarmente efficaci per lo studio della percezione spaziale.
Essi riducono l’influenza dei processi cognitivi e linguistici che possono distorcere le risposte verbali, offrendo una misura più diretta della relazione tra percezione e azione.
Tuttavia, le discrepanze osservate tra le distanze percepite verbalmente e quelle percorse effettivamente indicano che la calibrazione percettivo-motoria può variare in base al tipo di risposta richiesta e al contesto sperimentale.

Le prospettive future delineate da Matsushima includono diverse linee di indagine:

  • verificare se la ricalibrazione tra segnali visivi e vestibolo-cinestesici si generalizzi a percorsi e compiti differenti;
  • analizzare il ruolo della memoria di lavoro e del carico cognitivo nella precisione dei compiti diretti visivamente;
  • esplorare l’influenza dei processi top-down, come l’attenzione e la pianificazione, sull’integrazione multisensoriale;
  • studiare come le rappresentazioni simboliche (linguaggio, mappe mentali, immagini mentali) interagiscano con i processi visuomotori;
  • approfondire la relazione tra controllo online e controllo basato su modelli interni, per comprendere meglio la transizione tra azioni guidate e dirette visivamente.

Conclusione generale

In sintesi, il modello di Matsushima fornisce una base teorica solida per comprendere il controllo visivo dell’azione come un processo multilivello, adattivo e integrato.
Esso unisce contributi provenienti dalla psicologia sperimentale, dalle neuroscienze e dalla teoria del controllo, offrendo una visione unificata della relazione tra percezione, cognizione e movimento.
Questa prospettiva apre nuove possibilità di ricerca e applicazione, non solo nello studio della percezione spaziale, ma anche nei campi della riabilitazione motoria, della robotica cognitiva e dell’interazione uomo-ambiente.

Implicazioni pratiche per l’allenamento giovanile nel calcio

L’applicazione del Modello Gerarchico di Controllo Visuomotorio e delle teorie sul controllo visivo dell’azione offre spunti metodologici rilevanti per la formazione dei giovani calciatori.

✳️ Queste conoscenze consentono di comprendere meglio come i giocatori percepiscono, elaborano e utilizzano le informazioni visive per orientarsi, decidere e agire in contesti dinamici e complessi come il gioco del calcio.

Sviluppo della percezione spaziale e dell’orientamento

Il calcio richiede una costante capacità di percepire la posizione del sé, dei compagni, degli avversari e della palla in uno spazio in continuo cambiamento.
Gli studi sul controllo visivo dell’azione mostrano che la percezione spaziale non è un processo puramente visivo, ma il risultato dell’integrazione tra visione, propriocezione e movimento.
Per questo motivo, negli allenamenti giovanili è utile proporre esercitazioni che stimolino:

  • la consapevolezza corporea (esercizi di equilibrio, rotazioni, cambi di direzione);
  • la percezione dinamica dello spazio (giochi di posizione, esercizi con spazi variabili);
  • la capacità di orientamento senza visione diretta (ad esempio, ricezioni o passaggi dopo brevi occlusioni visive o cambi di direzione improvvisi).

Queste attività favoriscono la costruzione di un sistema expropriocettivo più stabile e preciso, migliorando la capacità di aggiornare la posizione del corpo e della palla anche in condizioni di pressione o visibilità ridotta.

Allenamento della memoria di lavoro visuospaziale

Il modello di Matsushima evidenzia il ruolo della memoria di lavoro visuospaziale nel mantenere e aggiornare le rappresentazioni interne dello spazio.
Nel calcio giovanile, questa funzione è cruciale per anticipare le situazioni di gioco e pianificare le azioni successive.
Esercitazioni utili in questo senso includono:

  • giochi a tema con vincoli cognitivi, in cui i giocatori devono ricordare posizioni o sequenze di passaggi;
  • situazioni di gioco ridotte (small-sided games) che richiedono decisioni rapide e costanti aggiornamenti spaziali;
  • allenamenti percettivo-decisionali, in cui i giocatori devono reagire a stimoli visivi o sonori variabili, mantenendo la coerenza del movimento.

Calibrazione percettivo-motoria e adattamento

La calibrazione tra percezione e azione è un processo flessibile che si adatta alle condizioni ambientali e corporee.
Nel calcio, questo significa che i giovani devono imparare a ricalibrare costantemente la loro percezione in base a:

  • superfici di gioco diverse (erba naturale, sintetico, bagnato);
  • condizioni di luce e visibilità;
  • variazioni di velocità e distanza nei passaggi o nei tiri.

Esercizi che modificano intenzionalmente questi parametri — ad esempio, giochi con palloni di peso o dimensione diversa, o esercitazioni in spazi ristretti — aiutano a sviluppare una flessibilità percettivo-motoria che migliora l’adattabilità in partita.

Integrazione tra visione periferica e attenzione selettiva

Il modello sottolinea l’importanza dell’interazione tra processi bottom-up (informazioni sensoriali) e processi top-down (attenzione e pianificazione).
Nel calcio, la capacità di gestire simultaneamente la visione periferica e l’attenzione selettiva è fondamentale per leggere il gioco e anticipare le azioni.
Si possono proporre:

  • esercizi di scanning visivo (ricerca di compagni o avversari prima di ricevere la palla);
  • giochi di reazione multipla, in cui il giocatore deve rispondere a stimoli provenienti da direzioni diverse;
  • allenamenti con vincoli attentivi, come mantenere il controllo palla mentre si osservano segnali visivi esterni.

Implicazioni metodologiche generali

Dal punto di vista metodologico, questi studi suggeriscono che l’allenamento giovanile dovrebbe:

  • ✳️ privilegiare situazioni di gioco realistiche, che stimolino l’integrazione tra percezione, decisione e azione;
  • alternare esercizi guidati visivamente (con feedback immediato) a esercizi diretti visivamente (senza visione continua), per sviluppare la capacità di anticipazione e memoria spaziale;
  • ✳️ promuovere un apprendimento autonomo e adattivo, in cui l’atleta esplora soluzioni motorie diverse e costruisce la propria calibrazione percettiva.

In sintesi, le implicazioni pratiche del modello di Matsushima nel calcio giovanile riguardano la necessità di ✳️ allenare la percezione tanto quanto la tecnica, sviluppando giocatori capaci di leggere, prevedere e adattarsi alle situazioni di gioco attraverso un’integrazione efficace tra visione, movimento e cognizione.

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