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La metamorfosi degli open day: da risorsa a specchietto per le allodole

15 Luglio 2026

Il calendario calcistico giovanile ha ormai le sue stagioni consolidate e il mese di luglio, per chi vive la panchina da oltre venti anni come me, non è più soltanto il momento del meritato riposo, ma coincide inevitabilmente con il rito degli open day. Se proviamo a guardarci indietro, a quando queste giornate a porte aperte hanno iniziato a diffondersi circa 10-12 anni fa, la percezione era profondamente diversa rispetto a quella attuale. In quel periodo la federazione cercava di dare una stretta ai vecchi e stressanti provini selettivi, promuovendo l’open day come una giornata di festa, di accoglienza e di inclusione. L’obiettivo iniziale era nobile: permettere alle famiglie di conoscere l’ambiente, i tecnici e l’offerta formativa di una società, invertendo l’onere della prova e spingendo i club a dimostrare il proprio valore umano e organizzativo prima ancora di valutare le doti tecniche dei piccoli calciatori (gli Open Day nascono ufficialmente con questo scopo).

Con il passare degli anni, tuttavia, questo meccanismo virtuoso ha subito una vera e propria involuzione, trasformandosi in una complessa vetrina commerciale che rischia di snaturare lo spirito stesso del calcio giovanile. Quella che doveva essere un’opportunità di reciproca conoscenza è diventata oggi una dinamica di mercificazione dei ragazzi, alimentata spesso dalle aspettative e dalle velleità dei genitori. Non è raro assistere alla tendenza di iscrivere i propri figli a molteplici appuntamenti nel corso della stessa estate, non per un reale interesse verso i progetti delle varie società, ma per il semplice gusto di ricevere una gratificazione personale. Sentirsi dire che il proprio figlio è bravo e che c’è un interesse da parte del club è diventato una sorta di trofeo da spendere poi sul mercato delle società sportive. Questo atteggiamento innesca un circolo vizioso in cui le famiglie, forti delle lusinghe ricevute da più parti, iniziano a mercanteggiare con i dirigenti, chiedendo sconti sulla retta annuale o l’esenzione dalle spese del servizio di trasporto, arrivando a tirare l’acqua al proprio mulino in una contrattazione che ha ben poco a che fare con i valori dello sport.

Sarebbe tuttavia ingiusto e parziale attribuire l’intera colpa di questa deriva soltanto alle famiglie, poiché le società stesse portano una quota rilevante di responsabilità in questo cortocircuito organizzativo. Tutto nasce dalle valutazioni che i club compiono a fine annata sulla propria rosa attuale. In ogni gruppo, solitamente, la dirigenza individua una percentuale di ragazzi su cui è decisamente convinta di puntare per la stagione successiva e una fetta di atleti che, al contrario, intende non riconfermare. Il vero problema sorge con la terza categoria di giocatori, ovvero quelli che rimangono sospesi in una sorta di limbo o stand-by. Questa situazione di incertezza si verifica spesso quando sulla panchina si insedia un nuovo allenatore che, non proseguendo dal percorso dell’anno precedente, chiede legittimamente di poter vedere i ragazzi con i propri occhi prima di procedere a eventuali esclusioni. Il risultato di questa prudenza è che molti giovani calciatori vengono tenuti sulla corda fino a metà luglio, un comportamento che dal punto di vista umano e sportivo non si può certo definire totalmente corretto; seppur tuttavia magari il nuovo allenatore non ne abbia poi chissà quale colpa.

Le società ricorrono a questa strategia di attesa per una precisa paura strategica: sanno che allontanare preventivamente un gruppo di elementi ritenuti non idonei prima di avere la certezza matematica di poterne tesserare altrettanti equivale a rischiare di non completare la rosa. Chi si affida ciecamente agli open day sperando di colmare questi vuoti compie però un errore di calcolo grossolano, perché è impossibile prevedere in anticipo chi si iscriverà a quelle giornate e quale sarà il livello reale dei partecipanti. Una programmazione seria e lungimirante imporrebbe che le squadre venissero costruite molto prima, tra i mesi di maggio e giugno, invitando in prova in modo mirato i ragazzi delle altre società ai quali si è interessati. In questo modo si potrebbe arrivare al primo di luglio con una struttura di rosa già definita e chiara, lasciando semmai l’open day come un’opportunità residuale per raccogliere quelle pochissime sorprese dell’ultimo minuto che il territorio può ancora offrire.

Per comprendere appieno il fenomeno, occorre però fare una netta distinzione tra le diverse realtà calcistiche, perché l’open day cambia radicalmente significato a seconda del blasone del club che lo organizza. Da un lato ci sono le società di prima fascia, quelle che partecipano ai campionati regionali o regionali élite, che utilizzano queste giornate come un vero e proprio strumento di selezione e come un prestigioso biglietto da visita. Dall’altro lato troviamo le realtà più piccole, di livello provinciale o quasi oratoriale, il cui intento principale non è affatto quello di selezionare l’eccellenza, bensì quello puramente inclusivo di accogliere nuovi iscritti, spesso con la concreta necessità numerica di riuscire a mettere insieme i ragazzi necessari per formare una squadra. Questa disparità genera una sorta di migrazione stagionale: nella prima metà di luglio i giocatori si riversano in massa a provare per i club di vertice, salvo poi ritrovarsi a fine mese con il cerino in mano per non essere stati presi. Solo a quel punto, per non rimanere a piedi, vanno a bussare alla porta delle società più piccole, che si trovano così a raccogliere i flussi di ritorno di una selezione ormai conclusa altrove.

Questo scenario mette in luce una problematica ancora più profonda e preoccupante, legata alla totale mancanza di oggettività da parte delle famiglie e dei ragazzi stessi nel valutare le proprie reali capacità. Si avverte la netta sensazione che una parte dei genitori non sappia o non voglia autovalutarsi, rifiutando categoricamente l’idea che il proprio figlio possa essere ritenuto non idoneo per un determinato livello. È una dinamica sociale speculare a quella che osserviamo ormai quotidianamente nel mondo della scuola, dove i giudizi e i voti degli insegnanti vengono costantemente messi in discussione dalle famiglie, convinte di agire per il bene dei figli ma finendo in realtà per danneggiarli. Non si accetta più che un ragazzo possa non essere portato per una determinata attività, e pur di contestare un verdetto negativo sul campo, si sceglie la via della sfida, iscrivendo il giovane a un open day di livello addirittura superiore. Se un calciatore viene ritenuto non idoneo per un campionato regionale, pretendere di inserirlo nel contesto di un élite è una pretesa che non sta né in cielo né in terra. Questo atteggiamento non fa altro che generare falsissime aspettative nei ragazzi, i quali meriterebbero invece genitori capaci di onestà intellettuale, in grado di spiegare che riconoscere i propri limiti attuali è il primo passo per crescere davvero, senza scorciatoie ideologiche o pretese fuori dalla realtà.

Questo disallineamento influisce pesantemente anche sull’utilità tecnica dell’evento, rendendo gli open day un banco di prova decisamente poco affidabile per gli addetti ai lavori. Un allenatore si trova oggi a dover osservare e valutare ragazzi che, in molti casi, non hanno la minima intenzione di cambiare maglia o che si trovano visibilmente nel posto sbagliato. Spesso, parlando direttamente con i giovani partecipanti prima ancora che scendano in campo, ci si sente rispondere con disarmante sincerità che il loro futuro è già scritto nella società di appartenenza e che si trovano lì soltanto per svolgere un allenamento in più. L’open day viene così declassato da momento di scouting mirato a semplice seduta di mantenimento gratuita, togliendo spazio e attenzione a chi invece starebbe cercando davvero una nuova realtà in cui crescere.

A rendere ancora più complessa e problematica la valutazione subentrano poi fattori climatici e atletici non trascurabili. Condurre queste attività in pieno luglio significa sottoporre i ragazzi a temperature torride, in un momento dell’anno in cui la tenuta fisica è ridotta ai minimi termini. La maggior parte dei partecipanti arriva da quasi un mese di totale inattività, dato che la densità degli impegni ufficiali si azzera tra la fine di maggio e le prime settimane di giugno. Giudicare il potenziale di un calciatore in condizioni di evidente precarietà atletica è un esercizio tanto difficile quanto ingannevole per qualsiasi tecnico.

Il quadro si complica ulteriormente se si analizza l’estrema eterogeneità dei livelli tecnici presenti contemporaneamente sul terreno di gioco. In un contesto così frammentato e privo di una selezione a monte, le proporzioni saltano inevitabilmente e i giudizi rischiano di essere distorti. Un giocatore dalle capacità discrete o semplicemente mediocre può facilmente risaltare e fare una splendida figura se inserito in un gruppo dove il livello generale è particolarmente basso o se si trova a duellare con un elemento palesemente acerbo. Al contrario, il talento puro rischia di rimanere ingabbiato e di non esprimersi al meglio in un contesto anarchico e privo di un’adeguata struttura di gioco.

Davanti a questa analisi sorge spontanea una domanda che ogni addetto ai lavori dovrebbe porsi: come mai nel giro di appena dieci o dodici anni le cose sono peggiorate così tanto? Perché l’impressione diffusa, stagione dopo stagione, è che fare calcio sia diventato dannatamente sempre più difficile? La risposta, probabilmente, non risiede nelle dinamiche di campo, ma in un mutamento antropologico ed educativo più profondo. Svolgendo anche il ruolo di docente nelle scuole superiori, ho la possibilità di osservare questa evoluzione da una prospettiva privilegiata e complementare. Chi si trova oggi a gestire ragazzi adolescenti appartiene a una fascia generazionale di genitori compresa indicativamente tra i trentacinque e i cinquantacinque anni, una categoria che manifesta una spiccata tendenza a essere pretenziosa, poco collaborativa e, soprattutto, drammaticamente priva di obiettività quando si tratta di valutare i propri figli. Questo cortocircuito si riflette identico sia tra i banchi di scuola sia sui manti erbosi. La tendenza a iperproteggere i ragazzi, a giustificarne ogni mancanza e a pretenderne la centralità assoluta senza accettare il responso del merito, della fatica o del giudizio altrui, sta rendendo il mestiere dell’allenatore una sfida logorante. Per noi tecnici, l’open day moderno non è che la punta dell’iceberg di una complessità gestionale più ampia, una realtà con cui siamo costretti a convivere ma che richiede una profonda riflessione critica da parte di chi crede ancora in un calcio giovanile sano, trasparente e focalizzato sulle reali necessità formative del ragazzo.

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