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“Mister, come posso migliorare il mio gioco?”

27 Settembre 2025

In questo contributo ho voluto raccogliere una mia riflessione scritta sui social non molto tempo fa (28 agosto 2025) e alcune commenti ulteriori.

Ecco il post originale:

👨‍💼 (U14) Ieri un ragazzo al termine dell’allenamento mi si avvicina e mi chiede: “mister, come posso migliorare il mio gioco”?

La domanda è tanto bella quanto per nulla banale (considerata anche l’età); trovo infatti “paradossale” che perplessità di questo tipo se le pongano ragazzi di 13 anni e non so quanti allenatori (l’impressione è che siano tuttavia pochi).

La mia risposta è stata “giocando, giocando situazioni che siano quanto più simili al contesto di gioco reale”.

In quest’ottica l’allenatore riveste un ruolo fondamentale nel predisporre ambienti di apprendimento che ricreino tutte le condizioni del gioco: direzionalità, avversari, palla e compagni, promuovendo inoltre la scoperta di comportamenti che fino a quel momento magari il giocatore conosceva poco o nulla.

C’è chi il gioco lo vede per talento prima degli altri, e poi ci sono tutti i comuni mortali, ragazzi che hanno bisogno di incontrare nella loro strada qualcuno che li accompagni.

Volutamente non ho utilizzato il termine GUIDARE, perché se sei tu allenatore a vincolarmi tutte le mie giocate, allora io mi siedo e giochi tu.

🗣 Commenti e considerazioni ulteriori

👉🏻 La domanda è stata posta da un ragazzo molto sveglio, uno di quelli che potrei definire come “un piccolo allenatore in campo”. Rarissimamente mi è capitato di imbattermi in un 13enne così smaliziato e, pertanto, la domanda originale è da valutarsi anche in quest’ottica. Quanti ragazzini, a quell’età, si pongono domande così complesse?

In questa gara di pre-campionato lo si vede suggerire ad un compagno di battere velocemente la rimessa (il fallo laterale sembra a nostro favore ma si crea un momento di dubbio), mentre trovo ancor più curioso e sorprendente cosa accade nella prima parte della clip. L’avversario, in precedenza, aveva provato una sorta di schema da calcio d’angolo (partendo da dentro l’area escono e poi riattaccano lo spazio). Nel corner successivo, di sua iniziativa, invita i compagni a non seguire i rivali nel loro primo movimento ma di aspettarli dentro l’area. Lo riscrivo: a 13 anni. Ad evidenziare come siano i più maturi a chiedersi come poter migliorare maggiormente.

👉🏻 Direzionalità (e possibilmente la presenza delle porte), avversari, palla, compagni e scopo del gioco quanto più simile a quello reale. Il giocatore deve percepire che sta giocando al gioco, non ad un qualcosa che non riesce quasi a riconoscere.

👉🏻 “promuovendo inoltre la scoperta di comportamenti che fino a quel momento magari il giocatore conosceva poco o nulla“, significa che l’intervento dell’allenatore, come predispone il gioco e le sue limitazioni (anche solo le dimensioni dello spazio di gioco), ha un certo peso. Molto spesso i giocatori prediligono rimanere nella loro zona di confort, ripercorrendo strade e soluzioni che hanno fino a quel momento adottato. Ma cosa succede quando queste non diventano più funzionali per la bravura degli avversari o perché il livello delle proprie abilità è rimasto immutato? Maggiore è il numero di esperienze motorie pregresse e migliore sarà l’adattabilità del giocatore alle dinamiche mutevoli del gioco.

👉🏻 “C’è chi il gioco lo vede per talento prima degli altri, e poi ci sono tutti i comuni mortali”. A volte, parlando tra addetti ai lavori, con tecnici che militano o hanno militato nei settori giovanili professionistici, mi sembra che ci si dimentichi che il calcio sia fatto di categorie. E’ nella mia esperienza biennale all’Hellas Verona che ho imparato infatti a starmene più in disparte, poiché mi accorgevo di come i giocatori, di buonissime qualità (seppur oggi ve ne sia solamente 1 su 25 che milita in Lega Pro), fossero in grado di sorprendermi con soluzioni che da esterno non riuscivo a volte ad anticipare. Come dicevo però, il calcio è fatto di categorie, e più scendi verso la base minori sono quasi sempre le capacità. Voglio dire che l’intervento dell’allenatore, per tutti i comuni mortali, ossia quei giocatori che difficilmente vedono prima la giocata, diventa estremamente importante per aiutarli a comprendere alcune dinamiche del gioco.

👉🏻 Infine, un’ultima considerazione. Ho assistito di recente ad un allenamento di un U13 continuamente interrotto dall’allenatore. Sorvolando sulla prima parte analitica svolta con tempi che definirli morti gli si farebbe un complimento (pause di oltre 3 minuti tra una ripetizione e l’altra), quando si è giunti finalmente alla partita ho pensato: “ora probabilmente l’allenatore starà in disparte e li lascerà giocare”…fosse mai! Dettava ogni singolo passaggio, controllo, soluzione. Il gioco veniva interrotto in continuazione (giuro che i tempi di gioco non superavano i 15-20″ e le sue spiegazioni dai 30” all’oltre il minuto) con delle correzioni che avevano immagino lo scopo di impartire una sequenza di passaggi che solo nella sua testa era chiara. Pertanto, e arrivo al punto, quando scrivo “ragazzi che hanno bisogno di incontrare nella loro strada qualcuno che li accompagni“, non significa spianare loro la strada o impoverire il gioco, ma strutturare una forma del gioco, per l’appunto, che sia quanto più simile possibile a quella reale, lasciando che in questa i giocatori abbiano la possibilità di esplorare autonomamente le infinite possibilità.

Voglio concludere questo mio articolo con un commento del Dott. Sicignano Antonio, Medico di Medicina Generale Medico Psicoterapeuta Specialista in Ipnosi e Psicoterapia Ericksoniana Esperto in Psicologia dello Sport, sotto al mio video su Linkedin:

“L’educazione sportiva può e deve andare oltre la mera trasmissione tecnica.
🔍 Dal punto di vista psicopedagogico, la domanda del giovane atleta rappresenta un segnale prezioso: curiosità, consapevolezza e desiderio di crescita. È proprio in questi momenti che l’allenatore ha l’opportunità di agire come facilitatore dell’apprendimento, non come semplice dispensatore di soluzioni.
🎯 L’approccio proposto da Diego — basato su contesti di gioco realistici e sull’autonomia decisionale — è perfettamente in linea con i principi della didattica situazionale e della pedagogia attiva. Allenare alla complessità significa creare ambienti che stimolino l’intelligenza tattica, la creatività e la capacità di adattamento, elementi fondamentali non solo nello sport ma anche nella formazione del pensiero critico.
💬 La scelta di non “guidare” ma “accompagnare” è profondamente significativa: educare non è controllare, ma offrire strumenti per esplorare, sbagliare e apprendere. È così che si costruisce un atleta pensante, e ancor prima, una persona consapevole”.

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