“Se Berlusconi avesse visto giocare il Pescara prima del Parma, sarei io l’allenatore del Milan”.
Con questa frase ad effetto, che anni dopo non si ricorderà nemmeno di avere detto, il compianto Giovanni Galeone centra nel 1988 in modo mirabile il Berlusconi presidente calcistico. Berlusconi è il tipico presidente che la stagione successiva cerca di comprarsi quello che lo ha affascinato nella stagione precedente. Il rapporto con il suo primo allenatore Liedholm non va bene, perché il Barone è troppo esperto e flemmatico per farsi contagiare dal suo entusiasmo dirompente e lui ha bisogno di una innovazione dirompente come lo sono state la creazione delle città negli anni sessanta e la creazione delle emittenti private negli anni settanta.
Il Milan affronta nel 1986-87 tre volte il Parma di Sacchi che lo elimina dalla Coppa Italia. Il gioco di quella matricola in serie B (che arriverà settima, mentre il Pescara di Galeone prima ndr) incanta il presidente che si compra subito quell’allenatore e quel preparatore atletico; il resto è storia nota, col Milan olandese che nel 1987-88 prima arranca, poi ingrana e poi ruba lo scudetto alle ultime giornate al Napoli che sembrava averlo già vinto a gennaio.
Nel frattempo, sempre in Emilia Romagna, più in particolare a Cesenatico (patria anche di Azeglio Vicini), si fa largo scalando le squadre locali (Baracca Lugo, Riccione, Cesenatico) un allenatore poco più giovane di Sacchi, che come lui non ha quasi giocato da professionista. Come lui difende a zona (all’epoca mal vista soprattutto nelle serie minori) e come lui utilizza il modulo 4-4-2 con i reparti vicini, uno schieramento molto largo e trame di attacco verticali molto veloci: Alberto Zaccheroni.
Zaccheroni, appena mette il naso fuori dalla Romagna, allena il Venezia dove oltre a realizzare il risultato della promozione in serie B dopo più di venti anni, batte un record: resiste tre stagioni di fila con Maurizio Zamparini (benché nelle ultime due venga allontanato per qualche settimana e poi richiamato).
Poi c’è il Cosenza. Tutti ricordano la famosa Lazio dei -9, che nel 1986-87 riuscì a salvarsi con una penalizzazione altissima nel campionato di serie B più difficile della storia, ma nessuno mai ricorda che nel 1994-95, Zaccheroni con il suo 4-4-2 altissimo salva un Cosenza spacciato anche lui partendo con nove punti di penalizzazione. L’impresa è forse meno difficile del precedente citato perché nel frattempo si è passati alla vittoria a 3 punti, ma pur sempre di una impresa si tratta. Per la stessa ragione per la quale Liedholm diceva che in dieci si gioca meglio, le squadre che partono con una penalizzazione molto forte fanno in genere un bel campionato (salvare una squadra con nove punti di penalizzazione equivale ad una promozione).
La promozione arriva, perché l’anno successivo Zaccheroni viene chiamato dai Pozzo a guidare l’Udinese che proprio Galeone ha appena riportato in serie A: c’è un progetto, c’è pazienza e qualche soldo per essere in provincia; tutte le condizioni per lavorare al meglio. Sono gli anni in cui ad Udine decolla il progetto ideato da Pierpaolo Marino che nel tempo ha consentito all’Udinese di lanciare in continuazione giovani stranieri sconosciuti per rivenderli ad una cifra molto più alta di quella impiegata per comprarli: uno stanzone con 25 osservatori, diretti da Manuel Gerolin, ed altrettanti televisori che vedono tutto il giorno videocassette di giocatori del terzo mondo; quando ce n’è uno che convince si prende l’aereo e si va a vedere di persona.
Dove c’è la calma per un progetto di così lungo corso (peraltro ancora in piedi e l’Udinese da allora non è più retrocessa) c’è il tempo anche per un esperimento, anzi per l’esperimento: Zaccheroni cambia modulo ma non idee, passa dal 4-4-2 al 3-4-3. Movimenti, regole ed allenamenti sono sempre quelli sacchiani ma la novità è dirompente, perché si tratta proprio di una invenzione, perché nulla di simile si è visto in Italia ed in Europa fino ad ora (ci sarebbe la scuola Ajax, prima e seconda versione, in Italia emulata da Ezio Glerean, ma in quel caso il centrocampo partiva schierato a rombo con un ruolo essenziale del trequartista).
Il centrocampo a 4 resta quello del vecchio modulo, con le ali a tutta lunghezza, che crossano dal fondo e raddoppiano la marcatura dei terzini. I due centrali versatili che agiscono da mediani di pressione in fase di non possesso e da portatori o registi in fase di possesso. La difesa rimane a zona e rimane a 4 come nel 4-4-2, grazie all’automatismo per cui i tre difensori scorrono verso la fascia in cui l’avversario attacca e l’ala della parte opposta scala in linea. Questo meccanismo consente di schierare il tridente, grazie all’uomo in più che si libera: a Udine il tridente è composto da Amoroso, Bierhoff e Poggi. Decimo posto il primo anno, quinto il secondo e terzo il terzo ed ultimo anno (l’ultimo nel quale solo le prime due della classifica si qualificano per la Champions).
Parallelamente in Italia c’è un altro giovane allenatore che arriva alla stessa organizzazione di gioco, si tratta di Alberto Malesani (che però lascia la squadra tendenzialmente più lunga e parte dall’evoluzione del 3-5-2 al quale in pochi anni ritorna).
In quella terza ed ultima stagione ad Udine, il 1997-98, Zaccheroni incrocia, impressiona e batte il nuovo Milan supercorazzato di Fabio Capello, al quale Berlusconi ha appena comprato tutti gli olandesi che tre anni prima lo hanno battuto in finale di Champions, ma che questa volta male si adattano al nostro campionato (Reitziger, Bogarde, Kluivert, Davids). Mai un ricorso storico è stato così forte e preciso: grandi aspettative deluse (nel 1986 c’era stata la presentazione con gli elicotteri), liquidazione/epurazione finale, sconosciuto che fa giocare bene le provinciali in panchina.
Anche questa volta lo sconosciuto ha un’apparenza mite ed educata, quasi non fa paura e soprattutto non fa proclami (peraltro reintroduce la gabbia, gli schemi ombra a memoria e la zona sincronizzata proprio come Arrigo): manca solo lo scudetto alla prima stagione conquistato in rapina, ma nessuno si fa illusioni, perché già solo sull’altra sponda di Milano l’Inter ha Baggio, Ronaldo e Zamorano. Al nuovo arrivato è richiesta una tranquilla e divertente transizione e forse proprio quest’assenza di pressione, rara in una grande piazza, farà avvenire il miracolo.
Inizia la stagione 1998-99, non la più difficile, ma di sicuro una delle più divertenti degli ultimi anni: la prima anomalia è che le due favorite, Juventus ed Inter, che hanno ucciso il campionato scorso, iniziano male e finiscono peggio. La prima perde Del Piero (rottura dei crociati) in autunno e non entra mai in lotta per il titolo. La seconda non conclude nulla malgrado la rosa stratosferica, cambiando quattro allenatori che faranno uno peggio dell’altro. Chi parte veramente bene è la Fiorentina di Trapattoni che sembra voler fare il vuoto dietro di sé con il tridente Edmundo, Batistuta, Oliveira (e Rui Costa trequartista), ma al giro di boa ha già finito la benzina e lascia il posto alla Lazio galattica di Eriksson (per la cui rosa Cragnotti ha speso oltre 400 miliardi di lire indebitandosi per il resto della sua storia). Eriksson crea una macchina inarrestabile e spettacolare che nel girone di ritorno con nove vittorie di fila sembra destinato allo scudetto, prima di perderlo come tredici anni prima quando sedeva sulla panchina della Roma. Subito sotto le prime due c’è il Parma di Malesani (anche quello galattico e spettacolare) e la Roma di Zeman, falcidiata dagli infortuni (Konsel, Di Biagio…) e priva di un centravanti di ruolo.
In questo contesto nessuno, proprio come nel 1987-88, si aspetta che il Milan prevalga: tifosi al ritiro estivo chiedono a Zaccheroni di vincere almeno il derby. Più in generale, dopo il sonoro flop della stagione precedente, si accetta consapevolmente la stagione di transizione. Neppure il presidente del tutto e subito avanza pretese; proprio questa calma piatta, ribadiamo, insolita per una piazza bollente, fa attecchire l’impresa.
Zaccheroni arriva con il suo 3-4-3, d’altronde è stato chiamato per quello. Si porta dietro il suo centravanti Bierhoff (capocannoniere uscente e che segnerà subito 19 reti) e il suo difensore Helveg. Per la difesa mantiene i senatori sacchiani Maldini e Costacurta e fa arrivare Sala dal Bari, sul quale fa inizialmente molto affidamento. La mediana è composta dal veterano Albertini e dall’emergente Ambrosini (che da qui in poi sarà essenziale). A sinistra l’outsider Guglielminpietro e il tridente puro è composto da Leonardo, Bierhoff e Weah (che mal tollera lo spostamento a sinistra, per quanto funzioni). Qui siamo al Sacchi 2.0: schemi a memoria all’infinito a Milanello e lo spettacolo che non arriva subito, ma arriva.
Nel momento della grande rimonta finale, quando la Lazio tira il fiato e la Fiorentina lo ha finito completamente, faranno la differenza tre vecchi marpioni: Maurizio Ganz (arrivato a stagione in corso dall’Inter), Roberto Donadoni, utilizzato col contagocce sulla fascia, ma in modo molto efficace e soprattutto Boban, che Berlusconi impone come trequartista snaturando il tridente (ma la soluzione funziona).
Il portiere scelto è quello della nazionale tedesca Lehman che dura tre giornate per poi perdere il posto in favore di Sebastiano Rossi, che anche quest’anno sembra aver vinto sul portiere scelto (come negli anni prima era successo con Taibi, Antonioli, Pagotto eccetera). Un gestaccio irruento alla fine del girone di andata gli farà maturare cinque giornate di squalifica e a Zaccheroni non resta che mandare in campo il terzo portiere, Christian Abbiati, che reagisce nel migliore dei modi rivelandosi determinante, soprattutto nella gara decisiva contro il Perugia; certo la fortuna non è mancata, ma chi vince gli scudetti senza?
Il ricorso storico finisce qui, perché il Milan dell’anno successivo non vincerà la Champions, pur facendo un ottimo campionato (terzo posto) anche grazie all’inserimento di tre innesti che resteranno nella hall of fame del club: l’attaccante Shevchenko, ultimo prodotto del laboratorio di Lobanovsky, perfetto per il tridente, il mediano di rottura Gattuso e l’ala sinistra Serginho, fortissimo ed utilissimo, per quanto insofferente agli allenamenti meticolosi di Zaccheroni.
Il rapporto con Berlusconi e con il Milan si incrina nella terza stagione, malgrado l’ottimo inizio. Zaccheroni non finirà la stagione, lasciando il posto al tandem interno Cesare Maldini – Tassotti. Per l’anno successivo, dopo un tentativo di abbordaggio di Malesani, Berlusconi ha già scelto l’ennesimo allenatore che lo ha sconfitto (e sonoramente) ed incantato, ossia Fatih Terim.
L’esperienza al Milan, oltre ad essere stata la vetta dal punto di vista dei risultati, rappresenta anche il giro di boa per Zaccheroni, che oggi, a carriera conclusa, pone in modo molto opportuno l’accento sul fatto che quella al Milan sia stata l’ultima occasione nella quale gli è stata data la possibilità di partire dall’inizio della stagione (cosa essenziale forse per un allenatore che fa organizza in modo certosino il gioco). Ed in effetti è così.
Per quanto per un certo periodo sia circolata la suggestione di un lavoro in coppia proprio con Sacchi (i due nel tempo sono diventati amicissimi ed hanno condiviso progetti di allenamento e nuovi utilizzi della gabbia), Zaccheroni, dopo il Milan, è stato chiamato in panchine importantissime (Lazio, Inter, Torino, Juventus) e a volte in momenti delicati e molto importanti, senza mai sfigurare, ma sempre subentrando in situazioni sofferenti.
L’happy end è l’esperienza sulla panchina della Nazionale Giapponese, dove in quattro anni colleziona due Coppe d’Asia ed altrettanti secondi posti, venendo ricevuto dall’Imperatore (che in Giappone non è cosa comune) qualificandosi alla fase finale dell’ultimo mondiale che ha visto la partecipazione della Nazionale Italiana.