Super Tele

11 MISTER: Eugenio Fascetti

19 Dicembre 2025

Un allenatore si definisce di provincia quando ha allenato e trovato gloria solo nelle squadre – per l’appunto – di provincia, ossia non nelle grandi. Le grandi, per inciso, sono in Italia sempre e solo Juventus, Milan ed Inter, quelle che nove volte su dieci vincono i campionati.
Anche il periodo delle così dette sette sorelle, nel quale sembrava appunto che le grandi fossero sette e non tre, può con il senno di poi essere considerato un bluff, in quanto le altre quattro squadre (Roma, Fiorentina, Lazio e Parma) non avevano il peso politico e l’organizzazione strutturale per competere con le tre suddette, ma semplicemente una grossa potenza di fuoco economica, presto terminata e naufragata nell’oceano delle plusvalenze.

La differenza tra un allenatore di provincia e un allenatore non di provincia sta quindi solo nel fatto che il primo non ha mai avuto la così detta grande occasione, la chiamata dalla Juventus, dall’Inter o dal Milan e quindi viene storicamente accostato non alla vittoria di campionati, ma a promozioni, salvezze e piazzamenti Uefa.

Uno degli interrogativi più interessanti di questi centoventi anni di storia del calcio è cosa avrebbe fatto il tale allenatore di provincia se fosse stato chiamato da una grande squadra.

Per Eugenio Fascetti, classe 1938, di Viareggio, la risposta è chiara: è in pensione e quindi non si saprà mai, ma è molto probabile che in una grande piazza non si sarebbe trovato bene; questo perché si tratta di grande allenatore monumento di coerenza e di turbolenza.
Fascetti non è solo il toscano tutto d’un pezzo abituato a parlar chiaro costi quel che costi, ma è anche e soprattutto un uomo abituato a nuotare in solitudine e controvento.

Parafrasando Arrigo Sacchi, Fascetti, prima di essere un grande fantino, è un grande cavallo, così grande da approdare in serie A con il Bologna e dopo quattro stagioni da essere acquistato (come giocatore) dalla Juventus di Carlo Parola, quella con Sivori, Charles e Boniperti. E’ scudetto alla prima stagione, che poi è anche l’unica perché quando a fine anno viene avvicinato dal presidente Umberto Agnelli che gli chiede: “come va Fascetti?” lui risponde: bene, a parte l’anno che mi avete fatto perdere, alludendo alle sole due presenze in campo. In quell’ambito, come una infinità di esempi hanno dimostrato, una risposta del genere si paga cara e il suo cartellino finisce immediatamente al Messina. Ma Fascetti è così: lo scudetto visto dalla panchina non lo sente suo.

Dopo aver fatto il cavallo però, Eugenio non si mette a fare subito il fantino e anche questo è indicativo della sua personalità. Alla fine degli anni sessanta non è ancora di moda l’occupazione militare degli studi televisivi da parte degli ex giocatori professionisti e lui trova lavoro in una fabbrica metalmeccanica, la Fulgorcavi del ragionier Aldo Dapelo, di Latina (oggi Alcatel cavi). Un’altra bella situazione stretta: una fabbrica piena di operai comunisti in una città storicamente di destra per un ex giocatore cresciuto in una città (Viareggio) roccaforte della sinistra, ma che afferma che l’unica cosa di sinistra che gli piace è la colonna della classifica.

Fascetti vorrebbe fare l’allenatore, ma pensa che sia opportuno imparare un mestiere nel caso gli vada male. Inizia allenando proprio la squadra della fabbrica, la Fulgorcavi Latina, che in sei anni porta dalla prima categoria alla serie D. L’esperienza è lo sfondo storico del secondo romanzo del futuro Premio Strega Antonio Pennacchi, Palude, in cui Fascetti diventa Mascetti, l’allenatore della squadra il cui portiere è il protagonista della storia.

Dalla fabbrica Fascetti esce con la consapevolezza che può fare l’allenatore e frequenta la seconda edizione del Supercorso di Coverciano nel 1978, prima di approdare al Varese dell’espertissimo avvocato Colantuoni. Subentra a Rumignani con la squadra già quasi retrocessa in serie C1 e l’anno successivo rimonta la squadra pezzo per pezzo, a cominciare dal portiere, il profugo demotivato Silvano Martina che sembra avere perso già tutte le opportunità importanti e di giocare a Varese e in serie C non ne vuole proprio sapere: Fascetti lo rimotiva e Martina prende solo venti reti in trentaquattro partite, rientrando immediatamente nel giro dei portieri che contano.
Poco male perché per la serie B appena riconquistata tra i pali c’è il giovanissimo Michelangelo Rampulla. Davanti a lui una squadra fortissima costruita dal giovanissimo ds Giuseppe Marotta.

Quel Varese sfiora la serie A (non senza polemiche per la mancata promozione) ma passa alla storia per due ragioni: corre ad una velocità doppia delle altre squadre e gioca un calcio spettacolare difficilmente spiegabile (se non appunto con la sinergia del collettivo che Fascetti ha creato).

La forma fisica è dovuta alla collaborazione di due antesignani della preparazione atletica moderna, il Professor Enrico Arcelli e il suo allievo più importante Roberto Sassi. Arcelli è un medico che a quarant’anni, rendendosi conto di avere il fiatone quando va a raccogliere i funghi con la moglie, inizia ad interessarsi di corsa, fino a diventare mezzofondista e massimo esperto in Italia dell’argomento. A Varese è il primo ad introdurre il lavoro anaerobico, con carichi di lavoro per l’epoca molto alti. Nel suo manuale sulla preparazione atletica del calciatore, scritto insieme a Ferretti nel 1993, chiamerà “effetto Fascetti” il miglioramento della prestazione domenicale degli atleti quando in settimana effettuano l’interval training in salita. Fascetti lo ha visto fare in Scozia pochi anni prima e glielo ha riproposto, e per quanto l’utilità della ripetuta in salita sia spiegabile con molti argomenti (il maggiore arco biomeccanico della falcata, lo sforzo superiore a quello in campo etc), Arcelli non riesce a trovare un nesso causale fisiologico diretto tra il farle durante la settimana e la obiettiva migliore prestazione della gara successiva, classificandola quindi come un fenomeno quasi magico.

Il gioco del Varese invece è tutta farina del sacco di Fascetti, che propone una squadra che muove la palla in verticale, ma è schierata molto bene a copertura degli spazi orizzontali, con un meccanismo di copertura meccanica dello spazio lasciato dal giocatore che si affranca per creare superiorità numerica altrove. Il risultato, così detto, “caos organizzato” (ma nello spogliatoio il nome era “casino organizzato”), ossia nessun punto di riferimento fisso in attacco, ma neppure in difesa e un disorientamento generale degli avversari, in un tempo di marcature fisse a tutto campo. Addetti ai lavori tuonano che quello è il calcio totale e i giocatori si vantano di essere i primi ad aver capito la zona (anche se la difesa è schierata a uomo), ma a Fascetti le etichette non piacciono e taglia corto: “zona o non zona, il calcio si fa senza palla”.

Terminata l’esperienza a Varese, resta in serie B al Lecce, quarto posto il primo anno e secondo  posto l’anno successivo, con la prima promozione in serie A della storia del club. A Lecce si porta dietro Sassi come preparatore e la squadra viene promossa anche perché fisicamente in grado di fare la differenza. Sul campo i più accorti si aspettano un Varese bis, con spazi coperti e ruoli che si scambiano, ma non è così. Fascetti non vuole essere un santone, vuole solo portare la squadra in serie A. Il contesto meccanizzato (quasi relazionale potremmo dire sotto certi aspetti) funziona a Varese, dove i giocatori sono molto giovani e altrettanto malleabili e pendono dalle sue labbra. A Lecce i giocatori sono giovani, ma non giovanissimi, ma di buona caratura tecnica, quindi ritiene che sarebbe controproducente non sfruttarla schierando i giocatori secondo i ruoli. Così imposta il classico modulo all’italiana: libero dietro, stopper e terzino destro bassi, terzino sinistro alto, mediano di rottura, regista e portatore, ala destra tornante e ala sinistra accanto al centravanti.

I fatti gli danno ragione e ne ha la dimostrazione prima che il campionato inizi: affronta in Coppa Italia la Cavese di Romeo Benetti, che da giocatore Liedholm ha convertito alla zona, e con la zona ha allenato e vinto il torneo di Viareggio con la primavera della Roma. Benetti prova a impiantare il suo metodo anche con i giocatori non giovanissimi della Cavese e solo dal Lecce ne prende 6 (ne prenderà 20 in tutto il girone eliminatorio).

In serie A resta lo stesso impianto di gioco, con due innesti che faranno in futuro la storia della squadra, gli argentini Barbas e Pasculli. Malgrado un inizio con un promettente 2-2 in casa del Verona campione d’Italia, il Lecce matricola fa un girone di andata disastroso. Il ritorno va meglio, ma la retrocessione arriva inesorabile. E’ già matematica quando alla penultima giornata decide il campionato battendo inspiegabilmente il 20 aprile 1986 la Roma di Eriksson per 3 a 2, in una delle partite più famose della storia del calcio italiano. Nessuna borsa a vincere, spiega il mister, solo una prova di carattere, la palla è rotonda e nel calcio succedono cose incredibili. In quella stagione, per inciso, fa esordire in A per pochi minuti il giovane Antonio Conte.

Dopo aver negato il terzo scudetto alla Roma, Fascetti riporta in serie A la Lazio, che prende l’anno dopo nel momento peggiore della sua storia. E’ la famosa Lazio dei -9, ossia la Lazio reduce dal secondo scandalo scommesse, quello del 1986, appena meno grave nelle forme di quella di sei anni prima (poi in sostanza è l’ennesima pietosa  fuga di notizie che impone al sistema di autoassolversi punendo i pochi inevitabili e a fine carriera facendo finta di prendere le distanze). La Lazio dell’anno prima non viene retrocessa in serie C1 d’ufficio, ma viene condannata ad una super penalizzazione che non lascia scampo (come del resto accade all’Udinese in serie A).

Come tutte le squadre super penalizzate farà un mega campionato, ma non è detto che questo basti. L’ambiente è demoralizzato e il nuovo presidente Calleri non passerà alla storia per aver speso soldi nel comprare i giocatori. Per salvare una squadra in un campionato a 20 squadre con la vittoria a 2 punti occorre un miracolo. Col senno di poi si può dire che un miracolo è stato, perché quello è campionato di serie B più difficile della storia, con 8 squadre che si sono giocate la promozione nelle ultime tre giornate. Questo però a settembre non lo sa nessuno e Fascetti suona la carica nello spogliatoio chiedendo a chi non se la sente di salvarsi di non venire più ad allenarsi. Rispondono tutti all’appello e la cavalcata è lunghissima, perché la Lazio si salverà agli spareggi contro il Campobasso il 5 luglio 1987, ossia già nella stagione successiva.

Anche qui non è il caso di fare esperimenti strategici, modulo classico all’italiana, con l’unica variante della simmetria: il terzino sinistro (Magnocavallo) non gioca troppo avanzato e l’ala sinistra (Mandelli) per ora crossa dal fondo e non va a fare troppo la seconda punta, malgrado i 6 gol. Ogni settore è trainato da un veterano della serie, lo stopper Gregucci, il regista Caso e il centravanti Fiorini. Gioca 11 partite e segna una rete anche il calciatore maledetto Maurizio Schillaci, che Calleri strappa al Foggia a ritiro iniziato, e che proprio in questa stagione si infortunerà per il resto della vita.

Senza i punti di penalizzazione la Lazio sarebbe arrivata ad un punto dalla promozione, che la stagione successiva diventa quasi un obbligo e viene conseguita: un paio di innesti di qualità, anche se non sempre determinanti, come Galderisi) e il portiere Martina, nuovamente demotivato da un incidente di gioco che ha quasi compromesso la carriera di Antognoni. Fascetti lo rimotiva e Martina lo ripaga con un’altra stagione alla grande (21 reti subite su 36 partite), complice anche una difesa solidissima. Gli spetterebbe la serie A, ma i rapporti con Calleri non sono buoni e Fascetti non sopporta riflettori, gerarchie e deferenze. Quindi resta in B con l’Avellino e dopo una stagione nel 1989 viene chiamato dal nuovo presidente granata Borsano per riportare in serie A il Toro.

Il Toro è appena retrocesso rocambolescamente e a nulla è valso il cambio di presidenza a fine stagione e l’arrivo in panchina del grande Sergio Vatta nelle ultime disperate e gloriose partite. Fascetti richiama Martina, ma questa volta solo per fare da vice a Marchegiani e riconosce con molta onestà che il merito della promozione non è suo: “con quei giocatori sarebbe venuto in serie A chiunque”. Fatto sta che il Toro di Fascetti ammazza il campionato (ritmo vittoria in casa, pareggio fuori casa), l’ultimo nel vecchio Stadio Comunale, sulle cui gradinate la gente esclama: “ma perché non restiamo in serie B, vinciamo sempre!”.

In serie A, però, il Toro di Fascetti se lo godrà Mondonico. Mani pulite è ancora lontana e impensabile, e Borsano mira molto in alto, troppo per non scontrarsi con il tecnico, che non viene riconfermato esattamente come da Calleri due anni prima. Poco male, perché c’è un’altra nobile decaduta da far tornare in serie A. Questa volta però l’impresa è forse la più difficile, perché a Verona è finita l’era Chiapman e purtroppo sono finiti anche i soldi. La società passa di mano in mano, finché viene rilevata da una cordata armeno-statunitense che poco dopo si vorrebbe tirare indietro: malgrado si sia già arrivati al fallimento (infatti oggi il Verona reca la data 1991 nello stemma), un magheggio federale consente lo scambio delle etichette agli imprenditori locali che si fanno avanti e la continuità al posto della retrocessione nell’interregionale.

Senza proprietari, stipendi, notizie e con una tensione che si taglia con il coltello, il Verona di Fascetti nel 1991 riesce ad arrivare secondo dietro al Foggia degli (ancora) sconosciuti e a centrare la promozione. Questa volta il modulo all’italiana ed il rispetto dei ruoli è più che doveroso, perché la chiave del successo è una rosa di giocatori vecchissimi, esperti e responsabili: oltre al solito Martina (anche questa volta impiegato come riserva di Gregori) ci sono Favero, Ezio Rossi, Gritti, il cavallo di ritorno Fanna, Acerbis e Pellegrini. Quasi tutti giocatori di serie A…di dieci anni prima.

Per la serie A il gerotocomio viene rinforzato dall’arrivo del libero Renica, di Celeste Pin e di Marino Magrin, oltre che dai troppo giovani attaccanti Ghirardello e Sturba (futuri gioielli della piccola Ajax italiana di Ezio Glerean) e da Dragan Stojkovic, il migliore mai allenato, a detta di Fascetti però, perché le sue potenzialità, almeno nel Verona, non si sono mai viste a causa di un’annata disastrosa nella quale questa volta i problemi societari trascinano tutto e tutti con sé. Il mister è sollevato dall’incarico a metà marzo e a nulla serve (malgrado l’iniziale vittoria contro il Parma di Scala) il richiamo in servizio del decano Nils Liedholm.

Fascetti torna quasi a casa ed allena per due anni la Lucchese in serie B, nel frattempo riesce a pubblicare una serie di manuali nei quali presenta alcune modalità di allenamento degli schemi d’attacco, alcune metodologie di programmazione del lavoro e lo sviluppo di alcuni moduli, oltre ad un elogio del libero. Nessuno di questi volumi (alcuni dei quali oggi sono datati, ma sempre meglio di quello che si sente e si legge in giro) è mai stato adottato – a memoria di chi scrive – nei corsi federali per gli allenatori di calcio.

Malgrado le otto promozioni in venti anni di carriera, gli anni novanta vedono Fascetti emarginato dal punto di vista tecnico, tacciato di difensivismo ed attaccato da tutto e da tutti. Dal 1995 al 2001 Fascetti guida un glorioso ciclo di vita in serie A del Bari. Nel 1995 la dirigenza è obbligata a vendere i gioielli Tovalieri, Amoruso e Bigica per fare cassa, indebolendo molto la squadra arrivata dodicesima nel difficilissimo campionato dell’anno prima. Dopo poche giornate salta l’allenatore Materazzi e il ds Regalia (quello che aveva le schedature di tutti i giovani giocatori italiani molto prima dell’avvento dell’informatica) chiama Fascetti all’impresa, esattamente come aveva fatto dieci anni prima alla Lazio.

Il Bari non si salva ma il lavoro di pianta larga di Fascetti viene, almeno all’inizio apprezzato. Si crea una solida realtà di provincia, capace di risalire immediatamente in serie A, di salvarsi con comodità per tre anni consecutivi, e soprattutto di lanciare una infinità di giovani talenti divenuti subito preda delle grandi squadre: Protti, Zambrotta, Legrottaglie, Ventola, Gautieri, Flachi, Perrotta, Cassano ed Ennynaya.

Il contesto è cambiato: il calcio italiano vince e stravince, ma non diverte. Le squadre giocano tutte con una specie di zona mista ed attaccano tutte allo stesso modo, ossia con lanci lunghi a cercare il trequartista, nuovo ruolo di spicco del calcio del terzo millennio. Sarà poi lui a servire le punte nel più comodo dei modi. In difesa, però, quasi tutte tentano di organizzare un pressing alto.

Fascetti ribalta la vulgata: il suo Bari gioca con un 5-3-2 (modulo oggetto dei suo ultimo manuale) con marcature a uomo a tutto campo (è l’unico insieme a Cavasin a proporle ancora alla fine degli anni novanta) e rifiuta di fare il pressing, perché sostiene che vent’anni prima avesse senso, ma se oggi lo facessero tutti come predicano, non verrebbe fuori una partita di calcio. Viene contestato dai tifosi in certe circostanze, e siccome risponde a tono, il rapporto vacilla in continuazione. Lo stesso vale per i rapporti con la dirigenza, che ogni anno svuota la rosa e confida nelle capacità del mister. Il rapporto termina a metà della stagione 2000-2001 ma, nella memoria comune, il Bari di Fascetti è la narrazione migliore di sempre (anche migliore di quello di Catuzzi, di Salvemini o di Conte).

Fascetti viene chiamato dalla dirigenza della Fiorentina (la prima delle sette sorelle che cede per aver fatto il passo più lungo della gamba) appena retrocessa per tentare di ritornare subito in serie A, ma la squadra fallisce, anche grazie a pressioni politiche che ne impediscono l’acquisto a chi vuole rilevarla, per farla comprare all’asta giudiziaria al gruppo Della Valle.
Dopo un anno subentra, in serie A, a Loris Dominissini per cercare invano di salvare il Como che paga il peso di un doppio salto troppo alto.
Resterà ancora all’inizio della stagione successiva nel Como in serie B, per quella che sarà l’ultima sua esperienza in panchina.

Lascia un commento

Hai già un account? Accedi