Gli antichi romani sono indubbiamente dei portatori di civiltà; per quanto violenti nell’espandersi, inventano il diritto civile, costruiscono strade, acquedotti e ponti che ancora oggi reggono. Una cosa però la sbagliano e proprio nella loro materia preferita, ossia la geopolitica: pensano infatti che i fiumi, così come i mari, separino anziché unire e, anche per comodità di controllo militare, utilizzano i fiumi (Reno, Danubio, Eufrate) come confini naturali tra loro e il resto del mondo conosciuto.
Lo stretto di Messina, oggi oggetto di attualità per l’ennesimo progetto definito a lungo irrealizzabile, è una di quelle zone di confine che per millenni divide ed impaurisce le civiltà che l’abitano. Al di là dell’odio campanilistico tra messinesi e reggini (una rivalità sana, normale tra vicini), già ai tempi dei romani antichi è il confine naturale con i cartaginesi nella sfortunata Prima Guerra Punica e, prima ancora, è citata pure nell’Odissea come mare pericolosissimo, pieno di isolette rocciose nelle quali si schiantano di notte le navi che perdono la rotta.
In una di quelle, Lipari, nasce l’allenatore Franco (Francesco) Scoglio. Se Scopigno era “il filosofo” e Viciani “il grigio”, Scoglio è “il professore”.
Pur essendo sempre se stesso (all’interno delle proprie infinite ed autocompiaciute contraddizioni), non sfugge alla ribalta ed è personaggio e non anti – personaggio; si fa chiamare proprio “professor Scoglio” da tutti. Professore lo è veramente, insegnando da giovane nelle scuole superiori e, più avanti, anche all’università.
Scoglio si diploma all’ISEF e si laurea in pedagogia. Gioca poco e male a calcio prima di diventare allenatore. E’ una delle prime figure di allenatore modulare, ossia che accorpa motivatore, allenatore e preparatore atletico (anche perché ha studiato tutte e tre le cose), ed è questa la forza didattica che lo fa emergere. Da allenatore è profeta in patria, allenando con successo al di qua ed al di là dello Stretto, altro che il ponte.
Tra Gioiese, Reggina, Messina e Acireale, l’unica puntata al nord negli anni settanta la fa a La Spezia (il mare è sempre il filo conduttore), come preparatore atletico di Nedo Sonetti (altro mostro del calcio di provincia, esperto di situazioni difficili con otto promozioni e una infinità di salvezze in carriera). I due passano le notti a pescare in barca a largo e diventano molto amici anche fuori dal campo.
Nel 1984 Scoglio torna per l’ultima volta a Messina, appena rilevato da Salvatore Massimino, fratello minore del celeberrimo Angelo. Massimino e Scoglio parlano la stessa lingua ed entrano in sintonia, malgrado l’enorme gap culturale. Decidono insieme di aspettare i tempi di recupero del ginocchio di Totò Schillaci, che poco prima era costato 35 milioni e verrà venduto alla Juventus per 6 miliardi. Scoglio (a differenza del suo successore Zeman) asseconda i pruriti superstiziosi del suo presidente e anzi ne fa un cavallo di battaglia motivazionale.
II Messina è carico nelle gambe perché è la prima squadra che si prepara in modo moderno (almeno in serie C1), saltando gli ostacoli e facendo l’interval training, ma è carico soprattutto mentalmente. E’ schierato con un modulo all’italiana ma difende con una specie di zona mista con i due stopper in marcatura fissa a tutto campo e il libero dietro, l’ala destra tornante e il terzino sinistro largo che si sgancia. In partita improvvisa, nel senso che se nota che l’ala avversaria arriva sul fondo e sbaglia il cross, gli toglie completamente il marcatore, guadagnando un difensore per il raddoppio su quelli più bravi. Cerca comunque sempre soluzioni verticali nello spazio, prima che sui giocatori.
Ma ciò per cui sale agli onori della cronaca negli anni ottanta è la sua teoria sulle palle inattive. Scoglio passa interi pomeriggi a far provare punizioni e calci d’angolo, sostenendo che per una squadra non tanto forte, la concessione di un calcio da fermo nella metà campo avversaria è una occasione che non deve essere in nessun modo sprecata. Ovvio oggi forse, ma nel 1985 per nulla. Il Messina macina punti e viene promosso in serie B, implacabile sui calci piazzati. L’anno successivo si salva con grande onore.
Dopo la consacrazione del Messina e di Schillaci in serie B, arriva la chiamata di una grande, anzi, di una nobile decaduta, il Genoa dell’ancor oggi potentissimo Aldo Spinelli, ansioso di riportare la prima squadra d’Italia nella massima serie dopo tre sesti posti consecutivi. Scoglio centra subito la promozione, vincendo il campionato a pari punti con il Bari, ma con una migliore differenza reti ed una difesa impenetrabile, che prende solo 13 gol in 38 partite. Ad onor del vero occorre ricordare che Spinelli gli allestisce una squadra da serie A, con Gregori in porta, Nappi e Fontolan in attacco e a guidare la difesa quel Gianluca Signorini, libero zonista prediletto di Liedholm e Sacchi, da quest’ultimo mostrato a Baresi come esempio per i movimenti in fase passiva.
Genova è al nord, ma c’è il mare e tra la città, la tifoseria ed il Professore, che nel frattempo non risparmia niente e nessuno dai propri stravaganti istrionismi per lo più verbali, nasce un legame solidissimo, un vero e proprio amore che farà tornare il Professore in qualunque momento.
Palle inattive a parte (anche a Genova si porta i suoi “101 modi di battere un calcio d’angolo”), Scoglio struttura il suo Genoa con due novità: il centrocampo a rombo, con il doppio play (regista basso davanti alla difesa + regista alto, Ruotolo e Branco/Quaggiotto padre) e difesa a zona pura con il libero, Signorini, che stavolta parte in linea (proprio come nel Parma e nella Roma) e si sgancia all’occorrenza dietro ai tre difensori schierati a zona (Caricola, Torrente/Collovati e Onorati largo a sinistra).
Qualche piccola eccezione nelle occasioni speciali, con Torrente che, per esempio nei derby, viene impiegato a uomo e a tutto campo su Vialli o Gullit, ma anche i puristi della zona hanno fatto negli anni lo stesso tipo di eccezione (dal Castagner a Delio Rossi).
Anche in serie A la solidità difensiva resta: undicesimo posto e quarta miglior difesa, con lo stesso numero di reti del Napoli capolista. A sconvolgere ancora di più è la sparata che il Professore fa appena promosso: “se entro due anni non vinco lo scudetto torno a Lipari a fare l’albergatore”. Anni dopo stempererà con grande ironia la frase (“ho esagerato, i miei a Lipari avevano solo una pensione”), ma spiegherà anche il perché di quella frase, essendo nel 1989 in trattativa con Boniperti per il dopo Zoff alla Juventus, avvicendamento che non avviene a causa della provvisoria rimozione dalla presidenza dello stesso Boniperti.
Dopo il Genoa va a Bologna al posto di Maifredi (che va appunto alla Juve “al suo posto”) ma lascia dopo pochissime giornate e tantissime sconfitte, seppure tutte di misura. Nel 1991-92 è all’Udinese, in serie B con una rosa che non può mancare la promozione: Giuliani, Balbo, Sensini, ma soprattutto Mandorlini, il libero dell’Inter schiacciasassi di Trapattoni, che gli dà il là per una nuova invenzione: la “zona sporca”.
Se Signorini lo ha lasciato in linea perché così gli aveva insegnato Sacchi, Mandorlini lo rimette indietro, come ha sempre giocato. Quattro difensori in linea schierati a zona – due terzini e due centrali – e dietro il libero appunto, che prende il posto volta per volta di quello che si sgancia in fase offensiva e ricompone la linea.
Se in passato il Professore viene accusato di troppa grinta e poco spettacolo (“le sue squadre hanno sempre e solo corso e menato” dice Galeone), l’Udinese oltre a vincere gioca anche bene. Il pubblico tuttavia lo contesta e nessuno lo sopporta. Pare che qualche commento di troppo si sia diffuso e non sia piaciuto a nessuno. A Udine non c’è il mare e anche Zico dieci anni prima si lamentava per il troppo freddo; il Professore sentenzia “certo qui non ci metterò le radici”.
Siccome si vanta di ragionare con il senno del prima, non batte ciglio quando a fine febbraio Pozzo lo manda via per aver fatto troppi pareggi. La squadra è seconda in classifica e la promozione a fine anno sarà merito suo e solo suo; lo dimostra anche il fatto che per sostituirlo prendono un allenatore delle giovanili senza patentino e che sta scontando una squalifica di parecchi mesi. L’Udinese è così ben costruita che può navigare da sola.
Il 1992 vede il professore subentrare ad Orrico a Lucca. Riuscirà a scuotere la squadra mentalmente ed invertire il trend negativo dei risultati, ma è a Natale dell’anno dopo che il filo rosso(blu) della sua storia viene ripreso.
Il Genoa è penultimo in classifica e Spinelli lo richiama. Lui non se lo fa dire due volte e per la fretta si presenta al campo con la tuta dell’Udinese. Tecnicamente c’è ancora una fetta della squadra che ha costruito lui ma a preoccupare è la classifica. Eppure il miracolo, tecnico e mentale, riesce: un mese senza sconfitte, poi battuta di arresto contro il Parma e poi fino a fine campionato senza perdere mai (tranne a Foggia) e decimo posto finale. La città, che già lo adorava e dava per scontata la salvezza a Natale, ora è veramente ai suoi piedi (per lo meno la sponda genoana) e lui pur essendo simpatizzante del MSI, conquista col suo fascino una curva di colore politico opposto.
La stagione 1994 – 95 inizia con una grossa novità: il Genoa ingaggia Kazuyoshi Miura, il più forte giocatore del Giappone, fresco vincitore della coppa d’Asia, nonché primo giocatore nipponico del nostro campionato (e tutt’oggi, quasi sessantenne, ancora in attività da professionista). Miura non lo ha chiesto il Professore e, in Italia per varie ragioni (compreso un infortunio al volto), non lascerà il segno. Il giapponese si porta dietro un battage pubblicitario importantissimo che al Genoa fa comodo, con tanto di sostenitori e giornalisti al seguito; il Professore li bollerà con un perentorio “levatemi di torno ‘sti gialli di minchia”, pronunciato davanti alle telecamere ovviamente.
La stagione inizia abbastanza bene, seppure con la lamentela di non aver avuto quello che chiedeva (Di Canio), ma i giornali documentano i malumori interni in ragione delle scelte di formazione, con Scoglio che vorrebbe puntare sulla qualità (Padovano) al posto degli interessi (Miura) e soprattutto sui senatori (Francini, Tacconi e i suoi vecchi giocatori), mentre il presidente Spinelli avrebbe altre idee.
A fine novembre è già divorzio, col Professore che fa inaspettatamente le valigie. La squadra retrocederà dopo lo spareggio salvezza contro il Padova. Occorre però ricordare che si tratta del campionato di serie A più difficile della storia: vinto dalla prima Juventus di Lippi e Moggi, con il Parma che domina quasi tutto il girone di andata per arrivare terzo dietro alla prima Lazio di Zeman e almeno altre due squadre (la Roma di Mazzone, in testa da sola dopo otto giornate e il Milan di Capello che bisserà la finale di Champions) che avrebbero potuto vincere lo scudetto. Basti pensare che la squadra che gioca meglio, il Foggia di Catuzzi, retrocede. Così come retrocede il Genoa, con 40 punti in un campionato a 18 squadre, il primo con la vittoria a 3 punti. Un record imbattuto.
C’è però un’altra ipotesi che farebbe ricadere la responsabilità della retrocessione tutta sul Professore, malgrado abbia lasciato una squadra al decimo posto. Al momento del suo ritorno al Genoa, i suoi vecchi giocatori della promozione sono terrorizzati da quello che li aspetta, perché nei due anni della promozione e della prima salvezza la preparazione atletica è stata massacrante. Il ritiro del 1994 delude questi timori perché è completamente differente (complice anche l’allontanamento improvviso del preparatore Carmelo Bosco): si basa su partite ombra per allenare le verticalizzazioni e tante, tantissime prediche. Con questa preparazione soft e la conseguente cattiva accoglienza del successivo allenatore che invece tenterà di aumentare i ritmi, i giocatori arrivano al momento più delicato della stagione completamente fuori forma, fisica e mentale.
Scoglio volta pagina ma fino ad un certo punto. Se l’occasione mai arrivata si è chiamata Juventus, l’occasione sprecata (e non per responsabilità sua) si chiama Torino. Occorre però fare un piccolo passo indietro a rischio di andare fuori tema, perché il passaggio di Scoglio nel Toro coinciderà incidentalmente con la morte del migliore settore giovanile d’Italia e con la fine di un modo di fare calcio.
Dopo avere venduto la Lazio a Sergio Cragnotti, Gianmarco Calleri torna a casa ed acquista il Torino, in quel momento in amministrazione controllata del Notaio Goveani, dopo il tracollo del presidente Borsano, travolto in pochissimo tempo dal golpe giuridico mediatico surrettiziamente denominato “mani pulite”.
E’ un altro affarone, come fu con la Lazio nel 1986, da tirare su e rivendere a peso d’oro, solo che qui la situazione è completamente rovesciata. La Lazio del 1986 era in serie B e con 9 punti di penalizzazione, mentre il Torino del 1993 è sull’orlo della bancarotta ma finalista dell’ultima coppa Uefa, vincitore della coppa Italia. E’ in piena salute (la squadra l’ha costruita Moggi) e vanta il settore giovanile migliore d’Italia, con una rete di osservatori che girano il paese in treno tutta la settimana. Gli allenatori del settore giovanile guadagnano un milione e mezzo di lire al mese in modo da poter essere concentrati su quello che fanno e non dover fare due lavori per campare. Inoltre, per tradizione, la società paga ogni anno a turno il supercorso di Coverciano a tutti i propri tecnici, in modo da metterli nelle condizioni di poter lavorare in futuro. In un paese normale un sistema come questo verrebbe copiato dalle altre squadre, ma in Italia viene smantellato tutto in pochi anni tagliando sugli osservatori (perché i biglietti ferroviari costano), poi sugli allenatori (perché vogliono lo stipendio anziché allenare gratis come si fa oggi) e poi sui giocatori, perché fruttano quando te li pagano bene.
La stagione 1994-95, quella più difficile di sempre appunto, vede il Torino già completamente smantellato salvarsi grazie alla guida esperta di Sonetti subentrato quasi subito, e grazie agli ultimi pezzi del vivaio (Falcone, Pastine…) non ancora accasatisi altrove.
La stagione successiva il castello non può che crollare e a nulla serve l’acquisto di Hakan Sukur (un altro affare Miura), che in pochi mesi saluta tutti e torna al Galatasaray. Sonetti non sarebbe da esonerare visto il miracolo dell’anno prima, ma un 5 a 0 nella stracittadina è l’occasione per Calleri per far ricadere su di lui tutte le colpe. Gli chiede di dimettersi per risparmiare uno stipendio e poter pagare il sostituto, ma Sonetti rifiuta e affronta al campo gli ultras inferociti facendoli ragionare (“lo scorso anno ho vinto tutti e due i derby, vi sembra che sia impazzito o che non sappia più come si allena? Sono sempre lo stesso”).
L’esonero è ormai deciso. Viene chiamato Bruno Giorgi che però subodora il naufragio finale (come l’anno precedente quando rifiuta il Foggia) e siccome solo un pazzo potrebbe risollevare il Toro, Calleri telefona a Scoglio e il pazzo è servito.
Al Torino Scoglio trova il suo terreno ideale: piazza abbastanza calda, grande storia, zero soldi, poco tempo e squadra a pezzi. Se ci fosse il mare sarebbe una piccola Genova.
Così come è stato poco lucido l’anno precedente nel programmare la stagione con calma, qui sa esattamente cosa fare: se in passato ha inteso che fosse opportuno sfruttare abitudini tattiche dei suoi predecessori, qui capisce che c’è bisogno soprattutto mentalmente di una scrollata. Rivoluziona la formazione: mette Cravero libero dietro e tre difensori a zona. Cristallini davanti alla difesa a fare il mediano di rottura basso del suo rombo di centrocampo, con Rizzitelli e Abedi Pelè davanti. Il nuovo assetto e la nuova carica mentale sembrano servire. Arriva qualche buona prestazione e qualche risultato negli scontri diretti. I ritmi di lavoro del Professore al Toro, che non riesce a reggere i novanta minuti, sono molto faticosi e (questo almeno racconta la stampa dell’epoca) stavolta sono i giocatori a farlo saltare, compattando lo spogliatoio contro i suoi due allenamenti quotidiani.
Poi c’è l’Africa. Bersellini accetta la Libia e Scoglio la Tunisia, con l’obiettivo di farla qualificare alla fase finale dei campionati del mondo, obiettivo che centrerà dopo un quarto posto in Coppa d’Africa. Nel frattempo diventa opinionista televisivo sia sulle reti nazionali (Controcapo, Biscardi), che su quelle private.
Il mondiale però non se lo riesce a godere.
Nella primavera del 2001 viene chiamato al capezzale del Genoa: da quello spareggio del 1995 non è più risalito in serie A e ora è prossimo alla retrocessione in C. Pochissimo tempo, meno soldi che mai e il morale a terra di chi le ha provate già tutte: ci sono le condizioni per farlo lavorare come vuole e il cadavere è rianimato.
Difesa a 3 o a 4 stavolta a zona pura, rombo a centrocampo e Carparelli e Francioso davanti (che fanno una quindicina di reti a testa). Una serie di giocatori di razza ci sono (da Lorieri a Breda, da Nicola al suo Ruotolo) e siccome non c’è troppo tempo per insegnare, si porta un drappello di tunisini che non saranno di categoria ma sanno perfettamente quello che vuole. Il Genoa non perde più una partita e stravince il derby (“in questa città riesco a fare cose che altrove non sono pensabili”): sembra che l’idillio ricominci e Maurizio Crozza sforna una gustosa imitazione del Professore a Quelli che il calcio.
Il Professore sa che le navi non sono fatte per restare in porto e forse la sua frase migliore è proprio “l’allenatore vive con la valigia pronta dietro la porta di casa”. La stagione successiva il Genoa inizia velocissimo. Verso dicembre ha una leggera frenata e lui si dimette. Argomenta che per la promozione ci vogliono giocatori più forti e i Dalla Costa non hanno soldi per comprarglieli; con quella rosa può arrivare sesto o settimo e Genova (non se ne fa nulla di un piazzamento di quel genere).
Dopo una parentesi con la nazionale della Libia, iniziata benissimo e terminata malissimo, Scoglio fa l’ultima apparizione sulla panchina del Napoli, sempre in B ma senza riuscire ad evitarne la morte. Questa volta i pochi soldi, la situazione disperata e il mare non bastano. Il suo Napoli dopo 10 giornate è messo peggio di prima e la carriera del Professore ha un finale senza botto.
Ritorna il rombo a centrocampo. Stavolta la strategia è ultra-difensiva (celeberrima la frase della cinquecento che tiene testa alla Ferrari solo nel traffico), ma la squadra ha già un piede nell’ufficio aste giudiziarie.
Anche se ultranota, la dipartita del Professore non può non essere menzionata al termine di una sua biografia: in diretta televisiva, nell’autunno del 2005, negli studi di Primocanale dopo aver litigato con Enrico Preziosi che nel frattempo ha comprato il Genoa.
“Morirò parlando del Genoa” aveva profetizzato.
📝 un ringraziamento all’amico Ruggero Speranza per la preziosa collaborazione