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Totò Schillaci. Un’estate italiana

27 Settembre 2024

Lo scrittore Carlo Emilio Gadda sosteneva che l’io fosse il più odioso dei pronomi, malgrado ciò il mio ricordo di Schillaci vorrei scriverlo in prima persona.

Un paio di anni fa, durante il funerale di Garella, ho pensato indignato che la gente intervenuta fosse poca, non tanto per la vergognosa assenza di una rappresentanza ufficiale del Napoli (che non ha mandato nemmeno un fiore), ma in generale per la poca gente presente. Garella è stato un portiere mitico, in grado di fare una cosa che a nessuno era riuscito prima di lui: vincere lo scudetto con il Verona e poi con il Napoli. Ho pensato anche che la poca gente presente, in quella giornata umidissima di agosto, fosse poco male. Garella è nella storia e tanto basta.

Le morti dei calciatori che si susseguono in questi anni mi continuano a fare un effetto particolare. I giocatori morivano anche quando ero bambino, ma moriva gente che aveva vinto i mondiali negli anni trenta, che conoscevo sì, ma solo dagli almanacchi e dai documentari. Oggi muoiono invece quelli che da ragazzo avevo negli album delle figurine, che vedevo allo stadio e sentivo nominare alla radio da Enrico Ameri. Orae cadunt. Anche questa non è una novità, ma io me li immaginavo sempre giovani come nelle figurine.

Così, dopo Maradona, Paolo Rossi, Fasoli, Mihajlovic, Vialli e tutti quelli che sto dimenticando, la Commare Secca si prende anche Totò Schillaci, uno degli ultimi italiani ad averci davvero tenuti tutti uniti.

Negli anni ottanta, però, quando si nominava Schillaci, generalmente si pensava a suo cugino Maurizio, quasi coetaneo e giocatore affermato di serie C e B. Al Palermo, tra i due cugini, Zeman e collaboratori scelgono Maurizio perché tecnicamente più bravo, ed è proprio così; Maurizio è destinato ad una fulgida carriera. Dopo gli Allievi e la Primavera, Zeman lo chiama a Licata, dove insieme vincono la serie C2. Maurizio è un’ala veloce e astuta che non finisce mai in fuorigioco; ma è fuori dal campo che iniziano i problemi. Spende tutto quello che guadagna, tanto che il tecnico boemo finisce per confiscargli lo stipendio e somministrargli i soldi poco a poco. Ma non basta. Zeman se lo porta a Foggia e continua a fargli da padre adottivo, ma dopo qualche giorno di ritiro arriva una enorme offerta dalla Lazio e i due si separano. Maurizio gioca e segna nella gloriosa Lazio dei -9, ma si infortuna. Si buca un tendine, ma i medici non se ne accorgono subito. L’infortunio è l’inizio di una lenta e continua decadenza che gli rovina vita e carriera.

Nel frattempo Totò ha continuato a giocare, seppure fuori dal Palermo. Fa l’attaccante nella Amat, la squadra del dopolavoro dei tramvieri della città. La fame, quella che non si è mai tolto dagli occhi appassionati, è un motore che lo fa esplodere e segnare a ripetizione e che permette alla gente di considerarlo uno di loro.

Sotto osservazione di qualche squadra di serie A, approda al Messina per soli 5 milioni di lire, in serie C. Qui incontra dopo pochi anni il primo dei grandi allenatori che lo capisce e che crede in lui: il profeta in patria, Franco Scoglio. Totò Schillaci dimostra più anni di quelli che ha e tecnicamente è molto bravo, ma non è un fuoriclasse. E’ destinato a diventare uno di quei bomber della serie B, come Massimo Palanca, Edi Bivi o Domenico Penzo, probabilmente niente di più. Per questo, per tutti, all’inizio il Schillaci “vero” è Maurizio. Oltre alla fame e alla voglia di riscatto, verranno in aiuto a Totò una serie di grandi allenatori che comprenderanno come utilizzarlo al meglio per a farlo diventare l’uomo giusto nel momento giusto, a cominciare proprio dal Professor Scoglio, eccentrico e coltissimo, grande motivatore, il primo a far saltare gli ostacoli ai calciatori (“così se subite una scivolata togliete la gamba e non ve la spaccate”). Il Messina viene promosso in serie B, dove si fa onore. Schillaci inizia a segnare e Scoglio lo aiuta a recuperare dopo un brutto infortunio.

Arriva il 1988. Scoglio vola a Genova verso quello che sarà l’amore della sua vita e a Messina arriva Zeman come allenatore e Maurizio per il suo canto del cigno come giocatore. Schillaci non è né un centravanti alla Brighenti (che stoppa e calcia), né alla Riva (che calcia al volo): è una punta, quel nuovo modello di centravanti piccolo e funzionale, come era stato Paolo Rossi e come lo sarà Inzaghi. Lesto quanto basta per trovarsi nel posto giusto al momento giusto, come terminale d’attacco nel gioco di Zeman è perfetto. Nelle famose ripetute del tecnico boemo arriva sempre ultimo, ma quella preparazione massacrante lo rende velocissimo. Al termine del campionato sarà capocannoniere con 23 reti. Troppe per sfuggire all’occhio esperto di Caliendo, che lo mette sotto contratto e propone l’affare a Boniperti. Ora c’era solo da superare il padre padrone del Messina, Salvatore Massimino, fratello minore del Presidentissimo del Catania Angelo. Massimino non è da meno del fratello e chiede sempre a Zeman di dare il numero 11 a Schillaci, credendo che senza il numero 9 gli avversari non lo avrebbero marcato troppo stretto. Vorrebbe trattenere Schillaci e Zeman per sempre, ma non ci riuscirà. La Juve lo compra per 5 miliardi dal Messina che lo aveva pagato 5 milioni e il contratto viene concluso da due parti (Caliendo e Massimino) che hanno la quinta elementare (come facciano oggi a riuscire a fare debiti manager laureati in economia a Londra, resta un mistero).

Nel 1989 Totò approda alla serie A nell’ultima Juve di Boniperti, una squadra operaia, solidissima, piena di giocatori sovietici inutili, che vince la Coppa Italia e Coppa UEFA. Zoff imposta dei contropiedi velocissimi e Schillaci realizza 15 reti. Siamo nella primavera del 1990, quella che precede il mitico mondiale italiano, la nostra grande occasione, come vetrina e come Nazionale. La sua mascotte stilizzata è dappertutto e il cui nome deriva da un referendum indetto dalla Sisal al fondo delle schedine del Totocalcio.

 

Per rifare malamente gli stadi muoiono oltre venti persone. Nei cantieri c’è sempre un traliccio che cade, una buca non segnalata o qualcuno che vola nel vuoto. Ma quelle sono le briciole da spazzare sotto il letto prima di presentarsi al mondo come favoriti alla vittoria finale. In effetti favoriti lo siamo, perché oltre all’Olanda campione d’Europa, alla solita Inghilterra, alle ultime finaliste Germania Ovest e Argentina, alla delusione Unione Sovietica ed all’outsider Camerun, tra le possibili vincitrici c’è l’Italia di Azeglio Vicini.

Quella di Vicini rappresenta l’ultima Nazionale nella quale il vecchio tecnico della Under 21, subentrando, si porta quasi tutti i suoi azzurrini e attua un necessario quanto scomodo pensionamento di massa dei vecchi senatori. Rispetto al 1982 le squadre forti in serie A non sono solo più due ma sei o sette. Alla vecchia politica dei blocchi di Bearzot sostituisce quella dei mini blocchi. In difesa mezza Inter e mezzo Milan, con Baresi libero, Ferri stopper e Bergomi e Maldini terzini, schierati a uomo. In mediana i napoletani Bagni e De Napoli in rottura e i milanisti Ancelotti e Donadoni in costruzione. Il Principe Giannini in regia e in attacco Vialli e Mancini, astri nascenti della nascente Sampdoria. Una quadratura tattica solida e perfetta, con la quale si arriva in semifinale ai campionati di Europa del 1988.

Nel 1990 la struttura è la stessa. Vengono pensionati i vecchi Bagni, Cabrini e Altobelli e dalla Juve arriva un terzino sinistro che gioca in tutti i ruoli e segna pure, Luigi De Agostini. Per l’attacco oltre alla coppia doriana e al giovane Baggio (anche lui sotto contratto con Caliendo), Vicini chiama Aldo Serena (capocannoniere del precedente campionato) e Carnevale, che ha appena vinto lo scudetto con il Napoli. La sensibilità di Vicini lo porta anche a chiamare Schillaci, che forse non sarà all’altezza dei suoi compagni di reparto, ma sta sicuramente meglio di tutti e potrebbe tornare utile. E così sarà. La coppia titolare Vialli – Carnevale scricchiola, pian piano si fanno spazio Schillaci, che segna in tutte le partite tranne con gli Stati Uniti, e Baggio.

Anche se il campionato del mondo non si vince per i maledetti rigori e l’uscita avventata di Zenga su Caniggia (tutti sotto contratto con Caliendo), gli italiani sognano fino all’ultimo e Schillaci, capocannoniere del mondiale, diventa il calciatore italiano più famoso al mondo.

In quella estate del 1990 sembra che Totò sia inarrestabile, ma la gloria, come ricorda il suo ormai ex allenatore Zoff, dura solo un attimo. Uno sbando totale dei giornalisti dà per favorita la nuova Juve targata Montezemolo, con in panchina il profeta Maifredi, che ne cambierà il gioco come fece Sacchi tre anni prima al Milan. Il parco attaccanti è una bomba (Schillaci, Baggio, Casiraghi, Di Canio), ma dietro non c’è nessuno. Per la nuova difesa a zona Maifredi si porta da Bologna i fedelissimi Luppi e De Marchi, ma per far quadrare le cose a centrocampo chiede Dunga della Fiorentina, che però ha già venduto alla Juve Baggio e teme la rivolta dei tifosi in caso di un’altra cessione (non c’era ancora Commisso). Così la nuova Juve fa quello che può. Arriva in semifinale di Coppa delle Coppe e chiude seconda il girone di andata, crollando fuori dalla zona Uefa in quello di ritorno. Maifredi viene sputato fuori per aver promesso troppo, ma in realtà paga perché nessuno lo difende, vista la lotta intestina tra Montezemolo, Boniperti e Chiusano per la presidenza (conclusasi con l’alleanza provvisoria del secondo e del terzo contro il primo).

In quello sciagurato campionato Totò disattende le aspettative e segna solo 5 reti. Le cose non andranno meglio l’anno successivo con il ritorno di Trapattoni in panchina. Si avvera quello che aveva predetto Scoglio il giorno del suo passaggio alla Juve: “i problemi arriveranno quando smetterà temporaneamente di segnare, in quel contesto sarà la fine”. La Juve non gli darà una seconda possibilità, sostituendolo con Vialli (antico pallino di Boniperti che cerca di comprarlo fin dal 1987) e vendendolo all’Inter, dove, dopo un primo anno con sole 6 reti e un secondo posto a soli 4 punti dal Milan degli invincibili di Capello, segue una seconda stagione disastrosa, più per l’Inter che per Schillaci.

Il suo finale di carriera è senza botto. Non c’è una rivincita del “vecchio” campione, come Baggio a Brescia, Signori a Bologna o Vierchowood a Piacenza. C’è solo un premio di consolazione con un’offerta altissima e irrinunciabile dal Giappone per concludere la carriera nel Jubilo Iwata, dove ricomincia a segnare in doppia cifra. In Oriente la gente fa la fila sotto casa sua per avere l’autografo perché, come ci racconta una volta tornato in Italia: per loro, lo Schillaci del mondiale non era mai finito”.

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