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La scienza dei 42 km: La neurobiologia del dolore e la geometria del self-talk

11 Luglio 2026

La maratona viene spesso definita una prova di resistenza fisica, ma la fisiologia moderna sta dimostrando che, superata una certa soglia temporale, la vera linea di confine tra il successo e il fallimento si sposta all’interno della scatola cranica. Quando il glicogeno scarseggia e i tessuti muscolari accumulano metaboliti, la performance non è più dettata solo dalla massima efficienza cardiaca, ma dalla capacità del cervello di tollerare e interpretare i segnali di sofferenza.

La psicologia dello sport ha smesso da tempo di essere una disciplina puramente motivazionale: oggi si basa su modelli neuroscientifici che spiegano come il dialogo interiore (self-talk) e la gestione dei filtri cognitivi possano letteralmente modificare la percezione della fatica e lo sforzo biologico.

Il dolore come segnale di sicurezza

Per decenni lo “sfinimento” è stato considerato un mero blocco meccanico dei muscoli. Tuttavia, gli studi del fisiologo Tim Noakes hanno introdotto il concetto di governatore centrale (Central Governor Model).

Secondo questo modello, la fatica non è un indice dello stato reale di esaurimento cellulare del muscolo, ma un’emozione omeostatica generata dal cervello. Il sistema nervoso centrale riceve costantemente segnali afferenti dal corpo (pH ematico, temperatura interna, saturazione di ossigeno) e, ben prima che si verifichi un danno strutturale o cardiaco reale, genera la sensazione di fatica e dolore per costringere l’atleta a rallentare.

Il dolore negli ultimi chilometri di una maratona è, a tutti gli effetti, un perimetro di sicurezza. Gli atleti d’élite non possiedono necessariamente recettori del dolore diversi da quelli amatoriali; hanno invece sviluppato una superiore capacità di tolleranza corticale, riuscendo a mantenere l’intensità della corsa nonostante i segnali d’allarme inviati dal cervello.

La neurobiologia del self-talk: riprogrammare il filtro cognitivo

Se il dolore è un’interpretazione del cervello, allora gli strumenti cognitivi possono alterare questa interpretazione. Tra questi, il self-talk (il dialogo interiore consapevole) si è rivelato uno dei più potenti modulatori dell’indice di sforzo percepito (RPE, Rate of Perceived Exertion).

La letteratura scientifica (McCormick et al., 2015) divide il dialogo interiore in due macro-categorie:

Self-talk sstruttivo: focus sul gesto tecnico (“Rilassa le spalle”, “Mantieni la frequenza dei passi”). È ideale nelle prime fasi della maratona per ottimizzare l’economia di corsa ed evitare sprechi energetici dovuti alla tensione.

Self-talk motivazionale: focus sulla spinta e sulla resilienza (“Puoi farcela”, “Sei forte”, “Continua a spingere”). Diventa cruciale dopo il 30° chilometro, quando subentra il muro psicofisico.

    L’impatto sul sistema nervoso parasimpatico

    Da un punto di vista biochimico, sostituire un dialogo interiore negativo e ansiogeno (“Sto crollando”, “Le gambe fanno troppo male”) con espressioni positive e strutturate riduce l’attivazione dell’amigdala e frena la produzione di cortisolo e adrenalina superflue.

    Mantenere la calma attraverso il self-talk preserva l’attivazione del sistema nervoso parasimpatico, stabilizzando la frequenza cardiaca e riducendo la tensione muscolare parassita. Meno tensione significa una migliore economia di corsa e, di conseguenza, un ritardo nell’insorgenza dell’esaurimento.


    Strategie cognitive applicate: associazionismo e dissociazionismo

    I maratoneti utilizzano principalmente due stili di focalizzazione dell’attenzione per gestire i 42,195 km, ed entrambi hanno una precisa validità scientifica a seconda del momento della gara:

    • Strategia dissociativa (distrazione): concentrare la mente su stimoli esterni (paesaggio, pubblico, calcoli matematici). È utile nei primi 15-20 km per far scorrere il tempo e mantenere bassa la percezione dello sforzo iniziale.
    • Strategia associativa (monitoraggio): spostare l’attenzione sui segnali interni del corpo (respiro, appoggio del piede, idratazione). Diventa fondamentale nella seconda metà di gara: ignorare del tutto il corpo quando i sistemi sono al limite può portare a crisi ipoglicemiche o infortuni. Il self-talk in questa fase serve a interpretare il dolore non come un pericolo, ma come un feedback neutro da gestire passo dopo passo.

    Gli studi dimostrano che l’uso sistematico di piani di self-talk pre-pianificati produce una riduzione dell’RPE fino al 10%, permettendo ai runner di mantenere il ritmo target più a lungo e con un minor costo psicologico complessivo.

    Bibliografia scientifica di riferimento

    • Blanchfield, A. W., Hardy, J., de Morree, H. M., Staiano, W., & Marcora, S. M. (2014). Talking yourself out of exhaustion: the effects of self-talk on endurance performance. Medicine & Science in Sports & Exercise, 46(5), 998-1007.
    • Hatzigeorgiadis, A., Zourbanos, N., Galanis, E., & Theodorakis, Y. (2011). Self-talk and sports performance: A meta-analysis. Perspectives on Psychological Science, 6(4), 348-356.
    • McCormick, A., Meijen, C., & Marcora, S. (2015). Psychological determinants of whole-body endurance performance. Sports Medicine, 45(7), 997-1015.
    • Noakes, T. D. (2012). The Central Governor Model of Exercise Regulation: an extension of the Dill-Adolph-Phillips-Newburgh-Hill models. British Journal of Sports Medicine, 46(1), 1-3.
    • Wallace, P. J., McKinley, M. N., Gall, L. J., & Marcora, S. M. (2017). Effects of motivational self-talk on endurance performance in the heat. Medicine & Science in Sports & Exercise, 49(5), 118-125.

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