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Uno sguardo sul calcio estero

Occupare e svuotare gli spazi: l’Ajax di Ten Hag

16 Novembre 2021

Introduzione

Erik ten Hag, nato ad Haaksbergen il 2 febbraio 1970, è uno degli allenatori più ammirati negli ultimi anni. Dopo una carriera da calciatore tra centrale difensivo e mediano con oltre 300 presenze in Eredivise, l’allenatore olandese ha mosso i primi mossi nel ruolo di vice al Twente e al successivamente al PSV, per poi allenare nella stagione 2012/2013 il Go Ahead Eagles nella seconda divisione dei Paesi Bassi, fortemente voluto da Marc Overmars. Al termine della stagione arriva la chiamata alla guida del Bayern Monaco II (voluto fortemente – si dice – da Guardiola) in quarta serie tedesca, dove rimane per due stagioni prima di ritornare in Olanda alla guida dell’Utrecht. Nel 2017 gli viene offerta la panchina dell’Ajax: coi Lancieri conquista 2 coppe nazionali, 2 campionati e una supercoppa. Erik ten Hag attira tuttavia l’attenzione degli addetti ai lavori soprattutto per le ottime prestazioni che l’Ajax forniscono in Champions League; in particolare nella stagione 2018/2019. Dopo aver passato agevolmente i turni preliminari, i Lancieri vengono inseriti nel girone con Bayern Monaco, Benfica e AEK Atene, senza molti favori del pronostico. Nonostante ciò, si qualificano agli ottavi (come secondi classificati) ed eliminano il Real Madrid con una vittoria al Santiago Bernabeu per 4 a 1, stabilendo così la più grande sconfitta interna nella storia europea dei Blancos. Qualificati ai quarti di finale, i Lancieri eliminano la Juventus accedendo così alla semifinale con il Tottenham, venendo eliminati nei minuti finali della gara di ritorno ad Amsterdam dopo aver vinto 1 a 0 in trasferta.

L’Ajax è tuttavia riconosciuta per essere una delle fucine di talenti migliori al mondo (se non la migliore) e anche sotto la gestione Ten Hag viene mantenuta fede a questa fama; dai Lancieri emergono talenti come De Light, De Jong, Davinson Sànchez, Ziyech, Van De Beek e Sergino Dest, solo per citarne alcuni.

Ma cosa rende il calcio olandese tanto affascinante?

Nella concezione dei Paesi Bassi, sia a livello strutturale che calcistico, lo spazio è visto come conquista (nella sua totalità), come unica via per un fine collettivo, con sfumature e contestualizzazioni ovviamente differenti, ma illuminate allo stesso modo da etica e purificazione. Il primo allenatore che si concentra su questo aspetto, dando vita a quella che potremmo definire la storia Olandese, è Rinus Michels, il primo a spostare l’attenzione verso il concetto di allargamento dello spazio e (quindi) del gioco. Egli aggiunge inoltre un’altra astrazione: la nuova concezione del tempo utilizzando come mezzi il possesso palla, il pressing, i triangoli, le sovrapposizioni, il ritmo e l’ampiezza, in cui tutto avviene rappresentando il modo per far si che ciò accada. Si sottolinea che la differenza sta nel fatto che ogni giocatore sa come agire in una determinata zona di campo e in una specifica situazione.

Nell’evoluzione del calcio Olandese è doveroso citare Meisl, che nel 1935 parlava di calcio in questo modo:

“Per giocatori tecnici e intelligenti non c’è un sistema fisso, a cominciare dal portiere. Tutti devono collaborare a un lavoro costruttivo preciso ed efficace. Sicuro, anche il portiere. Egli, come i terzini, i mediani e gli attaccanti, non deve lanciare la palla senza direzione. Costruire! Anche il portiere può essere ispiratore di un attacco passando il pallone con precisione ai compagni delle linee avanzate. […] Tutti gli undici uomini di una squadra devono stare sempre in movimento per non permettere all’avversario di indovinare le loro intenzioni”.

Tutto ciò che a noi oggi sembra nuovo, in Olanda lo studiavano e l’avevano capito più di ottant’anni fa.

Proseguendo nell’idea di calcio olandese fatto di spazi e movimenti, non può non essere citato Cruijff che sosteneva: “Una squadra vive dell’equilibrio fra le virtù e i difetti di chi la compone”. Un modo brillante e geniale per definire la squadra come un sistema fluido!

Nella concezione spaziale non possiamo non ricordare poi due allenatori che han fatto la storia del calcio: il primo è Lobanovskij, che introduce con prepotenza il concetto di circostanza, attuata grazie a reazioni allenate fino ai limiti del vero e proprio automatismo. E’ il primo allenatore ad introdurre l’uso del pc, a dividere il campo di gioco in 9 quadrati, le famose “zone” all’interno delle quali ogni giocatore dovrà metabolizzare movimenti ed azioni da eseguire con e senza palla. Per meglio comprendere il personaggio riporto la celebre frase “Tutta la vita è un numero”. Clough è l’altro grande allenatore, amante del calcio palla a terra, tanto da affermare: “Se Dio avesse voluto che giocassimo a calcio tra le nuvole, avrebbe messo l’erba lassù”.

In questa evoluzione spaziale, a portare il vessillo italiano ci pensa Arrigo Sacchi, che con il suo Milan parla di distanze, tempi e posizioni corrette, movimenti organici collegati tra loro, ammettendo che “il sistema di gioco è importante per mettere più a loro agio i giocatori a seconda delle loro caratteristiche”.

In questa storia Luis Van Gaal manifesta la propria differenza in una sorprendente polivalenza tattica e in un’efficace capacità di adattamento ai giocatori che ha a disposizione, in un calcio che ha nel possesso palla e nell’occupazione totale del campo i dogmi principali di una teoria calcistica studiata con la metodica curiosità di un ricercatore. Celebre la sua frase “il calcio è uno sport di cervello, non di gambe”. Rispetto a Van Gaal, il suo discepolo Rijkaard stringe il campo e avvicina tra loro i reparti, facilitando quell’interminabile serie di scambi che il suo Barcellona portava avanti durante ogni partita.

Impossibile non citare Guardiola in questa evoluzione in quanto, partendo dal concetto “pase y control” di matrice catalana, evolve il pensiero di Meisl in questa idea: “Il portiere gioca. Si parte dal suo lato per arrivare all’altro. I cervelli si muovono in mezzo. Gli attaccanti sono i primi a difendere e i primi ad attaccare. Il passaggio all’indietro è il miglior passo avanti nell’azione”.

Per chiudere una citazione doverosa, sempre di Guardiola: “Il nostro attaccante è lo spazio”.

Per parlare dell’Ajax di Ten Hag lo faremo in chiave “spaziale”, sottolineando come l’allenatore olandese abbia tratto spunto e idee da tutti questi grandi allenatori, cercando di trasferire questi concetti dalla teoria al campo.

E’ il minuto 47’54” della gara Ajax vs Borussia Dortmund valevole come terza partita del girone eliminatorio della Champions League 2021/2022. I giocatori dell’Ajax riempiono e svuotano gli spazi con una facilità disarmante, muovendosi in campo come in un flusso costante, moto perpetuo che non si arresta ma che brama costantemente la ricerca dello spazio migliore da occupare/svuotare/attaccare. In questo calcio olistico ritroviamo Edson Alvarez che da play si trasforma in difensore centrale, Timber fa il percorso inverso mentre Mazraoui da terzino a rifinitore attaccando prima, rifinendo poi, l’half space. Allora, ha veramente senso parlare di ruoli? Il filoso Bruno concepì lo spazio come ente infinito e uniforme, quantità continua e indivisibile, che tutto comprende, senza esser da nulla compreso; possiamo affermare che questo sviluppo dell’Ajax sia uno spot perfetto per racchiudere questo pensiero.

In questo secondo video vediamo come l’Ajax imposti da dietro utilizzando la “salida Lavolpiana”, con l’occupazione dello spazio arretrato da parte di Edson Alvarez che con questo movimento libera lo spazio alle spalle della linea di pressione del Borussia Dortmund che viene occupato da Gravenberch; ancora una volta uno spazio svuotato e poi riempito.

Il moto perpetuo dell’Ajax porta al verificarsi di una situazione: in fase di possesso dei Lancieri, 5 vs 8 a favore dei tedeschi tra il sopra del secondo terzo di campo e il sotto del terzo terzo. Parlando in termini di spazi di fase, nello spazio di intervento e mutuo soccorso l’Ajax si trova in inferiorità numerica ma grazie all’occupazione spaziale corretta si verifica una situazione di superiorità nello spazio di cooperazione nello spazio offensivo destro di 2 vs 1, con Timber che si è portato dentro al campo e una volta ricevuta palla applica un concetto, “pass and move”, tanto semplice quanto non scontato; si trova così a rifinire l’azione nello spazio adiacente all’half space, lui che nasce come…difensore centrale!

Per gli amanti dei numeri, l’Ajax solitamente gioca con un sistema di partenza 1-4-3-3 che presuppone una costruzione a rombo o, come abbiamo visto prima, uno sviluppo con la salida Lavolpiana. Ecco, nella concezione spaziale del campo che supera il legame stretto con il ruolo, vediamo come i Lancieri vedendosi chiuse questo due alternative ricorrono all’uso del doppio play, con Gravenberch che dapprima riempie la “gabbia” del Borussia Dortmund per poi svuotarla. Questi riceve dal compagno e guida uno sviluppo a partire dal secondo terzo di campo, coi Lancieri in superiorità numerica grazie ad una magistrale occupazione dello spazio di cooperazione, il quale permette di sviluppare un attacco posizionale che l’Ajax cerca di rifinire andando ad attaccare l’half space anche in questo caso.

Se fin qui abbiamo esaminato lo spazio in termini più collettivi che individuali in un contesto di squadra, vediamo ora come un singolo giocatore sappia interpretare il gioco – e quindi i concetti di spazio-tempo – a seconda delle esigenze che si presentano nel corso della partita. Nel video osservemo Ryan Gravenberch, nato il 16 Maggio 2002, centrocampista centrale e nuova stella nascente della fucina dei Lancieri, 19enne con alle spalle oltre 50 presenze in Eredivise, dove peraltro risulta essere il più giovane di sempre ad aver esordito nel massimo campionato olandese con la maglia dell’Ajax (10 apparizioni anche in Champions League).

Nella prima clip della partita Ajax vs PSV, Gravenberch va ad occupare lo spazio centrale svuotato da Alvarez – che si abbassa per sviluppare da dietro utilizzando la salida Lavolpiana – per entrare nella “gabbia” dei Boeren, come abbiamo visto in precedenza nella partita contro il Borussia Dortmund. Fill the space – Empty the space.

Nella seconda clip della medesima partita si verifica una situazione analoga ma nel sopra del secondo terzo di campo. In questo caso lo spazio nella “gabbia” del PSV viene svuotato da Taylor per essere occupato da Gravenberch. Fin qui potremmo dire che non c’è nulla di nuovo se non che l’azione prosegue e il giovante talento olandese attacca l’half space vuoto grazie ad uno sviluppo atto ad attrarre 4 giocatori del PSV tra gli spazi di intervento e di mutuo soccorso portato da 2 giocatori dell’Ajax; a questo punto Gravenberch rifinisce per i compagni che attaccano l’area.

Ultima clip di questa playlist vede il goal dei Lancieri con Gravenberch che occupa lo spazio più esterno del secondo terzo di campo, con l’azione che è uno spot all’attacco posizionale con il giovane olandese che una volta ricevuta palla serve Tadic che rifinisce per l’accorrente Berghuis che finalizza l’azione.

Ho voluto porre l’accento in quest’ultimo video su un singolo calciatore, giovane, per evidenziare quanto prima del costrutto di un collettivo ci debba essere un percorso sulla crescita del singolo. E’ evidente, al di là del talento, che la facilità disarmante con la quale Gravenberch occupi gli spazi corretti al momento opportuno sia frutto di un lavoro attento e meticoloso nel settore giovanile, che chiaramente poi viene affinato nel calcio dei grandi, in questo caso sotto le sapienti mani di Erik ten Hag che ha dimostrato di saper prendere spunto dalle migliori idee dei grandi del passato per ammodernarle e farle proprio in un gioco sempre più fluido.

“In the theory of relativity there is no single absolute time, but each individual has his own personal measure of time, which depends on where he is and how he is moving.”

(Stephen Hawking)

Bibliografia: “Lo spazio della libertà” di Fabrizio Tanzilli

Foto: GettyImages