📝 Il contributo odierno prende spunto dall’articolo “Warum Angreifen schwieriger ist als Verteidigen?”, pubblicato sul sito spielverlagerung.de e che potete trovare in forma integrale al seguente link.
Nel gioco del calcio, molti allenatori concordano sul fatto che attaccare, soprattutto nell’ultimo terzo di campo, sia un compito decisamente più complesso rispetto a difendere; in effetti, si potrebbe dire che segnare un gol sia più difficile che evitarne uno. Questa percezione non è solo soggettiva, ma può essere spiegata razionalmente attraverso diversi fattori.
Innanzitutto, possiamo analizzare la questione da due prospettive: quella posizionale e quella legata all’azione. La prima si concentra sul concetto di “rest defense“, ovvero la difesa che si attua quando l’attacco avversario è in corso. Molti allenatori cercano di avere un numero sufficiente di giocatori in difesa, spesso in superiorità numerica, per contrastare l’attacco avversario. Significa che mentre si cerca di mantenere un vantaggio numerico in difesa si finisce per avere meno giocatori disponibili in attacco. Di conseguenza, gli attaccanti spesso si trovano in inferiorità numerica specialmente vicino all’area di rigore (il che ovviamente avvantaggia i difensori).
Dall’altra parte, l’aspetto legato all’azione è ancora più cruciale. Le azioni offensive sono collegate tra loro come in una catena: la manovra offensiva inizia con un passaggio dal portiere e si sviluppa attraverso una serie di passaggi, dribbling e movimenti, fino a culminare possibilmente con un tiro in porta. Affinché un attacco abbia successo, ogni singola azione deve essere “riuscita”. Anche se un errore può essere compensato da un errore dell’avversario, se una qualsiasi azione fallisce l’intero attacco può andare in fumo.
Al contrario, nella fase difensiva, se un giocatore commette un errore ci sono spesso altre opportunità per rimediare. Se un difensore perde un duello o viene superato, altri compagni possono intervenire per fermare l’azione avversaria. Questo significa che la difesa ha più margini di errore rispetto all’attacco.
In sintesi, mentre ogni azione in attacco deve avere successo per poter segnare un gol, nella difesa è sufficiente una sola azione difensiva efficace per fermare un attacco. Inoltre, la complessità aumenta man mano che ci si avvicina alla porta avversaria, dove le possibilità di segnare diminuiscono drasticamente rispetto a quelle di difendere.
In conclusione, il calcio è uno sport a basso punteggio proprio perché segnare è un compito arduo, mentre difendere offre più opportunità di successo.
🗣 Considerazioni personali
Nell’agosto 2021 (ben più di 3 anni prima dell’uscita dell’articolo originale) scrissi e trattai delle osservazioni che ne ricavai da un’esercitazione portata sul campo con una squadra di Pulcini e di Giovanissimi: il tema era proprio l’attaccare in situazione di inferiorità numerica.
Molto spesso, quando ideiamo delle situazioni di finalizzazione, le predisponiamo in condizioni di superiorità numerica per chi attacca, al fine di assicurare un vantaggio alla fase offensiva e aumentare le probabilità che le azioni si concludano con un tiro verso lo specchio della porta.
Nella realtà della gara, tuttavia, capita di rado di riuscire a portare un attacco in superiorità numerica proprio per le motivazioni menzionate nell’articolo: come allenatori siamo generalmente più preoccupati a mantenere l’equilibrio piuttosto che sbilanciarci prestando il fianco a pericolose ripartenze; che potrebbero diventare ancor più letali se portate in disparità numerica e in campo aperto (meglio quindi mantenere l’equilibrio).
Per questa ragione chi attacca si trova quasi sempre in condizione di inferiorità o nella migliore delle ipotesi di parità; il che dovrebbe portarci a riconsiderare alcune proposte operative o a dedicare alcuni momenti della settimana anche a queste situazioni. Partendo infatti da una situazione di parità o addirittura inferiorità numerica, chi attacca non ricercherà il vantaggio numerico (come ad esempio l’uomo libero in 2v1 o 3v2) ma dovrà generarlo partendo appunto condizione di equilibrio o di svantaggio.
La seconda considerazione da fare l’ho già scritta in altri miei contributi e l’ho rubata anni fa a Pep Guardiola: “compito dell’allenatore è organizzare la fase offensiva al fine di portare il pallone nell’ultimo terzo di campo, dove sarà poi la qualità dei giocatori a determinare per lo più l’esito della manovra d’attacco”.
Il video qui sopra l’ho condiviso sui miei social l’11 aprile scorso. Si tratta di una gara del campionato regionale U15 sbloccata, a meno di 20 minuti dalla fine, da una giocata strepitosa di uno dei nostri attaccanti. La domanda è: avremmo mai vinto quella gara – complicatissima per come si stava indirizzando – se Cristopher non avesse messo nel mezzo un traversone al bacio e se Yasser non si fosse inventato di impattarlo con una rovesciata? Ne dubito. Ciò che farà sempre la differenza sarà pertanto la qualità dei giocatori.
Se abbiamo una punta abilissima nel gioco aereo, o una seconda punta devastante in campo aperto, o due esterni offensivi che saltano puntualmente in dribbling i propri avversari, sicuramente partiremo con buone probabilità di vincere il match a confronto di una squadra che magari in 10 partite di campionato segna 2 gol.
Se l’allenatore in tal senso può essere fondamentale per valorizzare le caratteristiche della rosa a disposizione, quando spazio e tempo iniziano a diminuire sempre più nell’avvicinarsi all’obiettivo (porta), si dice che è proprio nell’ultimo terzo di campo che si vede la qualità (tecnica-tattica-relazionale-condizionale) di una squadra. In tal senso, credo che non a caso chi subentra in corsa in panchina spesso cerchi per prima cosa di dare maggior equilibrio e solidità alla fase di non possesso della propria squadra; non prendere gol significa quantomeno portare a casa 1 punto.
Organizzare la fase difensiva, inoltre, presuppone tante azioni individuali e collettive che verranno eseguite senza l’ausilio del pallone e ciò è probabilmente la più grande verità non menzionata nell’articolo: mentre attaccare presuppone la padronanza dell’attrezzo, difendere bypassa in larga parte il problema. Ed ecco perché, anche contro squadre magari con poca qualità ma compatte ed equilibrate, può risultare estremamente difficoltoso portare a casa l’intera posta in palio.
Un’ultima menziona la meritano inoltre le condizioni e le superfici dei terreni di gioco. Se il calcio che vediamo in TV non ha quasi mai a che fare con dinamiche di questo tipo, il calcio dilettantistico (soprattutto nelle giovanili) ha a che fare quotidianamente con campi gibbosi, duri come il cemento in estate o simili alle sabbie mobili in inverno. Se ciò non fosse sufficiente, mentre il calcio professionistico si gioca in stadi piuttosto simili nelle loro dimensioni, nel calcio dei dilettanti si disputano gare in contesti surreali, come anche un 45×90.
Chi ha quotidianamente a che fare con condizioni similari sa bene dove voglio arrivare: se alle menzioni precedenti aggiungiamo un campo in condizioni pessime, attaccare diventa decisamente complicato per l’impossibilità a dar velocità alla manovra (il pallone salta come se avesse un coniglio al suo interno).
In conclusione, attaccare è decisamente più difficile che difendere per una serie di ragioni relazionali (intesa tra i vari membri), tecnico-tattiche (qualità della rosa a disposizione), ambientali (campi di gioco e tifoseria avversaria) e strategiche (la squadra avversaria decide di difendersi con un blocco basso), oltre che probabilmente per come lo alleniamo.