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11 MISTER: Corrado Viciani

6 Giugno 2025

Oggi lo chiamano “calcio posizionale”, con il più orrendo dei neologismi. Non essendo però un tipo di gioco del tutto nuovo, nel tempo ha avuto molti nomi differenti. In generale si tratta di una organizzazione di gioco fondata su alcuni principi quali una occupazione del campo che garantisca la copertura degli spazi orizzontali, il conseguente mantenimento dei ruoli (o quanto meno la copertura degli stessi se il giocatore di ruolo se ne affranca) e la circolazione della palla impostata su una rete di passaggi tra giocatori vicini per posizione. La vicinanza tra giocatori e reparti porta al pressing o per lo meno alla pressione alta in fase negativa e all’impostazione dal basso senza lanci lunghi in quella positiva. Il possesso palla è totale. L’importanza della copertura degli spazi, infine, farebbe propendere per l’organizzazione difensiva a zona, ma non si tratta di una regola necessaria, come ci insegnano Gasperini, Juric ed Emery.

Per comune parlare giornalistico, il calcio posizionale come sopra codificato viene identificato principalmente con due allenatori, ossia Guardiola e De Zerbi. Non c’è una ragione specifica, in quanto il secondo si muove in modo abbastanza fedele al primo (per quanto De Zerbi nasca come allievo di Marino e del suo gioco), e il primo non abbia inventato niente di niente di nuovo, ma sia solo il più vincente degli allievi/emulatori di Van Gaal (come Rijkaard, Villanova, Luis Enrique etc.). Entrambi gli allenatori vengono esaltati quando vincono e il loro calcio posizionale viene definito come spettacolare e inespugnabile, ma non appena perdono quota in termini di risultati piovono le critiche al calcio posizionale, definito come lo sterile possesso palla fine a se  stesso, composto di noiosissimi passaggi brevi e orizzontali.

Il calcio posizionale è vivo e in continua evoluzione, fresco campione d’Europa con il Paris Saint Germain (e con i giornalisti italiani pronti a salire sul carro del suo allenatore dopo averlo trattato malissimo per quindici anni) e con tre semifinaliste su quattro della stessa competizione. Tuttavia il calcio posizionale subisce in questi ultimi anni un duplice attacco.

Un primo attacco lo subisce dal futuro, ossia dal così detto “calcio relazionale”, quello in cui le relazioni non si sviluppano a partire dalle posizioni, ma sono le posizioni che si sviluppano a partire dalle relazioni. Meno posizioni fisse di partenza e maggiore fluidità, o liquidità se si preferisce, e, sulla carta, un maggiore predominio della tattica (intesa come l’arte di saper scegliere) sulla rigidità delle impostazioni posizionali. Nella sostanza, le due visioni non sarebbero confliggenti, anzi, potrebbero e possono convivere, dal momento che qualunque impostazione “liquida” ha un punto di partenza, un canovaccio fisso dal quale poi affrancarsi in base a determinati principi. Lo stesso Van Gaal, maggiore icona inspiegabilmente dimenticata del calcio posizionale, non amava parlare di moduli e di schemi, ma di principi del suo calcio (nello specifico parlava di “imparare la sua filosofia di gioco”…se non è fluidità questa). E anche qui non è proprio tutta innovazione, per lo meno per chi si ricorda la Dinamo Kiev del colonnello Lobanovsky. Tuttavia, come ai tempi della polemica zona o uomo, anche questa volta sembra molto più facile prendere posizione tra posizionalisti e relazionalisti e così Guardiola e De Zerbi di qua, Rydstrom, Motta e Xabi Alonso di là.

Un secondo attacco lo subisce dal passato, ossia dai sostenitori del gioco lungo, stretto e verticale, più concreto e sicuramente più tecnico (anche quello esaltato quando si vince e noioso quando si perde). Due nomi su tutti in Italia: il decano Claudio Ranieri, che attacca la costruzione dal basso intesa come dogma di gioco obbligatorio, e il blasonato Fabio Capello, che “accusa” Guardiola di aver plagiato generazioni di allenatori che, per emularlo, costringono i giocatori a passarsi la palla in orizzontale.

Queste ultime critiche centrano due punti importantissimi a testimonianza del fatto che i rispettivi autori citati forse non verranno ricordati in futuro per il gioco spettacolare delle proprie squadre, ma sicuramente conoscono benissimo il calcio.

Il primo punto è che la costruzione dal basso per alcuni è un dogma insopportabile oltre ogni logica del buon senso. Viene fatta forzatamente anche quando non ha senso e con effetti grotteschi. E qui De Zerbi non c’entra, perché a lui il buon senso non manca e le sue squadre, se è il caso, arrivano in porta anche solo con due passaggi verticali.

Il secondo punto è che il così detto “guardiolismo” ha generato l’effetto paradossale che la copertura degli spazi è diventata il paradigma di quasi tutte le difese di oggi, a scapito di ogni altro principio difensivo, dalla marcatura all’interdizione.

Il calcio posizionale regge l’urto della guerra sui due fronti e continua a passare per qualcosa di moderno, rispetto al vecchio “palla lunga e pedalare”. In pochi, come scritto, ricordano l’Ajax di Van Gaal. In pochissimi la Roma di Liedholm (che faceva anche 20 passaggi prima di concludere, perché sosteneva che “se il pallone ce l’abbiamo noi non ce l’hanno gli altri”). Qualcuno in più ricorda l’Olanda di Rinus Michels. Ma proprio nessuno la Ternana di Corrado Viciani.

Viciani è un calciatore toscano degli anni cinquanta, che dopo una carriera discreta (Genoa, Fiorentina, Como) e breve (ma allora lo erano tutte), inizia ad allenare l’ultima squadra in cui ha giocato, ossia la Fermana. Resta quasi sempre in squadre del centro Italia e, nel 1968, centra la vittoria del campionato di serie C con la Ternana. Resta ancora un anno in serie B dove si piazza a metà classifica per poi tentare senza fortuna una esperienza al nord (Atalanta) e una al sud (Taranto).

Nel 1971 viene richiamato a Terni dal nuovo presidente, il magnate Giorgio Taddei, molto ambizioso ma comunque incapace, malgrado le molte aderenze in particolare con la nuova dirigenza della Juventus, di predisporre una rosa competitiva per il campionato cadetto. Il calcio posizionale di cui tutti parlano, ma che in pochi capiscono, nasce qui. A Terni nel 1971, con questo allenatore alto, elegante, affascinante, non simpaticissimo ai giornalisti e soprattutto ai giocatori. Questo lato caratteriale sarà probabilmente una delle due ragioni della sua caduta nell’oblio; tranne a Terni ovviamente, dove è più famoso di Bearzot.

All’inizio non si chiama calcio posizionale, tiki-taka o guardiolismo: si chiama “gioco corto”; e c’è di più: non nasce come esigenze estetiche, come il sacchismo, che nasce perché chi lo pratica è scontento della scarsa spettacolarità del contropiede. Il punto di partenza del gioco corto è ultra-concreto, come spiega Viciani: “io avevo degli asini, non dei cavalli di razza, capaci di fare o di ricevere un lancio di cinquanta metri”, così Viciani si inventa una rete di passaggi corti tra giocatori vicini, la cosa più facile per risalire il campo…il movimento senza palla negli spazi lo aveva già introdotto venti anni prima Fulvio Bernardini come correttivo del sistema.

Molti giornalisti ed addetti ai lavori (anche molto competenti) ricordano nel tempo Viciani come uno degli inventori/antesignani della zona, insieme ad Amaral e Vinicio, ma l’assunto è sbagliato: la sua Ternana difende a uomo, con un libero dietro allo stopper ed al terzino destro, che seguono gli attaccanti avversari a tutto campo, un sinistro fluidificante e due mediani di rottura davanti alla difesa.

Il risultato di questo accrocchio  tra il modulo all’italiana e la rete di passaggi corti è un gioco molto divertente da vedere, fatto di triangolazioni e sovrapposizioni in fase di possesso palla e con un velato pressing in fase di non possesso, dal momento che la necessità di essere tutti vicini per fare i passaggi corti determina una squadra sempre molto corta, con i reparti vicini.

Con questa organizzazione di gioco la Ternana ammazza il campionato di serie B 1971-72, vincendo le prime cinque partite di fila e rimanendo in testa fino alla fine, con un punto in più della Lazio di Maestrelli, che due anni dopo vincerà lo scudetto. L’Italia è ammirata da questa piccola favola, che ha i classici elementi delle favole calcistiche, la provincia e il collettivo. Poveri ma belli quindi. Belli di sicuro. Viciani sale all’onore delle cronache (i paragoni con Brasile e Olanda si sprecano).

La Ternana affronta per la prima volta nella sua storia il campionato di serie A nel 1972-73 con la rosa che l’anno precedente era stata valutata sulla carta da metà classifica in serie B, con innesti che non alzano minimamente il livello tecnico. Manca il lieto fine: perché le favole del calcio oltre ai due elementi già ricordati, ossia la provincia e il collettivo, ne hanno un terzo che qui manca del tutto. Si tratta dei rinforzi, ossia di almeno un giocatore di livello per ciascun reparto. Le belle favole del calcio italiano di provincia (il Pescara di Galeone, il Foggia di Zeman, il Chievo di Del Neri…) sarebbero retrocesse per direttissima, se, una volta approdate alla massima serie, non avessero inserito almeno tre giocatori di serie A (uno per settore) nell’impianto titolare neopromosso.

L’ultimo posto matura con un peggioramento costante. Si comincia con una sconfitta di misura a Napoli, poi un pareggio contro il Milan, nel quale restano ancora tutti ammirati per l’imbrigliamento di Rivera nelle maglie della ragnatela dei passaggi corti. Rivera è così disorientato che non sembra nemmeno marcato a uomo (e questo alimenterà la leggenda che vuole Viciani come un pioniere della zona). Segue una sconfitta a Torino e una vittoria alla quarta giornata contro il Bologna. Poi pareggi e sconfitte di misura, ma prima di Natale iniziano ad arrivare anche le goleade e alla salvezza non ci crede nessuno.

Si dirà che il gioco corto è stato una parentesi, una meteora, irripetibile perché legato alle condizioni ed agli uomini che lo hanno interpretato. Ma oggi è doveroso, anche se non lo fa nessuno, rilevare una anomalia: si legge che il tiki-taka riesce alle squadre di Guardiola e di Luis Enrique perché sono piene di giocatori tecnicamente fortissimi, palleggiatori in grado di fare ballare gli avversari. Questo è di sicuro vero. Gli emulatori si schiantano su un gioco noioso e orizzontale, senza duelli e senza arrivare in porta (come la Nazionale), proprio perché non hanno la tecnica dei giocatori di Guardiola e di Luis Enrique, e anche questo è vero.

Tuttavia, il tiki-taka, quando si chiamava ancora gioco corto, nasce per ragioni diametralmente opposte, come ricordato. Non avendo giocatori in grado di fare un lungo passaggio verticale, Viciani insegna ai suoi a fare un corto passaggio orizzontale.

Il senno di poi ci dà oggi il vantaggio di chiarire che la gallina è nata prima dell’uovo, perché Viciani nella sua genialità semplificatrice ha ragione e quindi ricollegare la fortuna del calcio posizionale alla bravura dei suoi interpreti è sbagliato. L’assunto può essere provato da due illustri esempi: l’Unione Sovietica vice campione d’Europa del già citato colonnello Lobanovsky e l’Ajax campione d’Europa del già citato Van Gaal. Entrambe le squadre (molto differenti per la verità sotto tutti i punti di vista) hanno incantato il mondo ed in tutti e due i casi il gioco meccanizzato e organizzato ha nascosto lacune tecniche dei suoi interpreti. La prova del nove è l’innesto di singoli giocatori sovietici nelle squadre europee (Zavarov, Aleinikov, Protassov, Mihailichencko) e di singoli giocatori olandesi in altri campionati (ci casca anche Capello, che si fa comprare gli inguardabili Reitziger, Bogarde, Davids e Kluivert).

Viciani comunque, dopo la retrocessione, non cade nell’oblio come gli allenatori meteora. Vive un biennio di grande calcio nel Palermo del Presidentissimo Renzo Barbera. La formula del gioco corto viene replicata quasi del tutto e nel 1974 il Palermo, pur giocando in serie B, raggiunge la finale di Coppa Italia, eliminando la Fiorentina, l’ultima Juventus di Vycpalek vicecampione d’Europa e campione d’Italia in carica e la Lazio di Maestrelli, che vincerà il campionato in corso. Il Palermo conduce per uno a zero fino all’ultimo minuto, quando l’arbitro Gonella (che a volerne parlare bene era sfortunato perché non gli riusciva di arbitrare bene le finali) assegna un rigore al Bologna che pareggia e poi vince la coppa ai rigori.

La stagione successiva il Palermo è ancora più forte e manca la promozione in serie A per soli due punti. La finale persa, come lui stesso ricorderà, incrina per sempre la carriera di Viciani, che viene lentamente dimenticato. Allena per altri quindici anni tra la serie B e la serie C, tornando sempre al capezzale della Ternana quando chiamato, lasciando traccia alla conduzione della Cavese (se ne ricorderà il suo giocatore Peppino Pavone, che, diventato direttore sportivo del Foggia, lo fa subetrare a GiBi Fabbri), chiudendo la carriera nel Livorno. Qui leggenda vuole che abbia schiaffeggiato il giovanissimo Massimiliano Allegri, reo di un esultanza un po’ troppo ingiuriosa nei confronti dei tifosi avversari dopo aver segnato nel derby.

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