L’allenatore non deve essere…
Nel corso degli ultimi due anni scolastici, 2019/20 e 2020/21, in veste di docente di scienze motorie in due differenti istituti scolastici della scuola secondaria di secondo grado (due Licei), ho affrontato con gli adolescenti il tema del drop out, ossia l’abbandono giovanile precoce alla pratica sportiva.
Tra le cause dell’abbandono indicate dai ragazzi e che venivano citate da uno studio in mio possesso, una di queste recitava:
“Esperienze e relazioni sociali negative con l’allenatore. Quando il rapporto atleta-allenatore non è soddisfacente, questo pare essere la causa più decisiva dell’abbandono“.
Partendo da questi dati abbiamo cominciato ad analizzare e commentare una ad una le possibili cause, quali inoltre:
- Esperienze e relazioni sociali negative con il gruppo
- Assenza di successi
- Eccessiva ansia pre-agonistica
- Monotonia dell’allenamento
- Mancanza di tempo libero
- Difficoltà scolastiche
- Assenza di divertimento
- Burn-out (richieste eccessive legate agli allenamenti e alle competizioni)
Nonostante le cause dell’abbandono possano essere diverse, lo scopo di questo articolo è quello di soffermarsi e raccontare le esperienze negative degli adolescenti coi propri allenatori, cercando di interrogarci e comprendere come poterci migliorare nel nostro ruolo.
Durante il confronto (svoltosi con più di dieci classi) ho scelto almeno inizialmente di prendere le difese di ogni singolo allenatore, al fine di alimentare il dibattito e lo scambio di opinioni.
Fa le preferenze
Una cosa che i ragazzi proprio non digeriscono sono le preferenze (motivazione indicata da moltissimi di loro). Dal canto mio ho provato a controbattere chiedendo se ne fossero proprio sicuri e se magari non si potesse trattare di un malinteso. Mi rendo conto infatti, che diverse volte i ragazzi vedono delle preferenze dove non esistono, magari consigliati male da ciò che sentono tra le mura domestiche.
Ho provato a sostenere la tesi che ogni persona chiamata a gestire un gruppo ha delle preferenze, ma voglio pensare che queste siano sempre frutto delle capacità degli atleti o dipendenti che siano. Che ne so, a parità di capacità condizionali e centimetri, preferisco un difensore abile a far progredire la palla piuttosto che timoroso e insicuro nel gestirla; così come preferisco un attaccante di manovra piuttosto che la classica boa, ecc. Ogni allenatore ha quindi delle preferenze tecnico-tattiche che credo non si debba aver paura di nascondere. Discorso diverso quando l’allenatore predilige altri fattori, quali ad esempio la simpatia o il rapporto preferenziale nei confronti di una famiglia piuttosto che di un altra.
Su questo punto i ragazzi sono però stati piuttosto fermi nelle loro posizioni, continuando a sostenere che si trattassero di veri e propri trattamenti di favore.
Raccomandazioni
Collegato alla motivazione precedente qualche allievo ha sollevato il tema delle raccomandazioni; argomento spinoso e pericoloso da trattare.
Interrogati sulle esperienze vissute in prima persona, si è detto che l’allenatore preferiva far giocare il figlio del dirigente o dello sponsor, anche se gli stessi alunni hanno voluto spezzare una lancia a favore del tecnico affermando come questo avesse le mani legate e costretto ad agire in quel modo.
Seppur in tal senso non si sia finito per dare direttamente la colpa al mister, i ragazzi hanno sostenuto quanto questa circostanza abbia inciso nel creare all’interno dello spogliatoio un clima sgradevole e teso.
Non volendo imbattermi in un giungla senza fine, mi limito a sostenere che i dirigenti di ogni squadra dovrebbero farli i genitori (se nei professionisti i dirigenti sono quasi sempre figure estranee alle famiglie, nei dilettanti questi sono quasi sempre i genitori dei giocatori) dei ragazzi più in gamba e che con molta probabilità giocheranno dal primo minuto tante partite. In questo modo i dirigenti non creeranno problemi e nessuno potrà dire che Paolo gioca perché suo papà fa il dirigente. Ho perso il conto di quanti colleghi mi hanno riferito: “non sai quanti problemi mi ha creato il dirigente perché il figlio gioca poco”.
Un genitore scontento è già di per sé un problema da gestire, avercelo anche in panchina è una doppia scocciatura.
Mi metteva in disparte
Una spiacevole abitudine di alcuni allenatori è quella di mettere in disparte i giocatori. Quando ciò accade sono guarda caso sempre quelli più in difficoltà a pagarne le spese. Questa pratica l’ho vista attuata anche da colleghi che conosco personalmente e le cui motivazioni sono state: “Ho preparato l’esercitazione per 16 giocatori ma siamo in 18. Due restano fuori a turno”, oppure, ancora peggio forse, “devo provare l’11 contro 0 (peccato che siamo al martedì e si sia già decisa la formazione per domenica prossima; quindi che senso ha per tutti gli altri venirsi ad allenare?).
In tal senso non sono riuscito a prendere in nessun modo le difese dell’allenatore, in quanto è un’usanza che proprio detesto. In alcune mie esperienze mi sono ritrovato ad allenarmi con oltre 24 giocatori e in tutte le esercitazioni (partita finale inclusa) ho sempre coinvolto tutti. Qualcuno dice che sia sbagliato, perché in gara la complessità non sarà mai così elevata, ma personalmente preferisco fregarmene in questi casi della complessità piuttosto che vedere alcuni ragazzi messi in disparte e abbandonati senza nessuna attenzione.
A tal proposito un alunno ha affermato: “L’allenatore dovrebbe concentrarsi su chi è più in difficoltà”.
Un pensiero decisamente maturo ma che in alcuni casi non è così semplice da mettere in pratica. E’ senz’altro vero che se aumenta il livello dei giocatori più in difficoltà aumenta il livello medio generale; il che porta inevitabilmente ad innalzare la qualità dell’allenamento e anche dei giocatori più bravi. Il problema è se mai quando si è da soli sul campo e con una rosa piuttosto numerosa. I giocatori maggiormente in difficoltà non è detto che vengano fuori e non è detto che ciò accada nel breve periodo. Credo sia giusto che l’allenatore tenda una mano a tutti, premiando, incoraggiando e dando spazio la dove vi sia impegno e applicazione. Discorso diverso se mancano le motivazioni per migliorarsi e si aspetta che sia l’allenatore a compiere il miracolo. E’ giusto tendere la mano a tutti ma dico anche: “aiutati che dio ti aiuta”.

Non ha fiducia in me
La fiducia viene definita come una sensazione di sicurezza basata sulla speranza o sulla stima riposta in qualcuno o qualcosa. Abbiamo esempi continui di come un cambio in panchina possa rivitalizzare/trasformare giocatori che fino a qualche mese prima sembravano ai margini del progetto: nel corso della stagione 2020/21, ciò che ha fatto Davide Ballardini con Mattia Destro è solo uno degli esempi più recenti.
Per un giocatore, ma anche per l’allenatore, sentire la fiducia del proprio mister (o della società nel caso del secondo) è fondamentale per riuscire ad esprimersi su elevati livelli di prestazione. Purtroppo a volte ciò non accade per svariate ragioni, finendo per dar vita ad una sorta di circolo vizioso in cui l’allenatore magari si aspetta un passo in più del giocatore mentre quest’ultimo una chance incondizionata.
Personalmente sono dell’idea che ad inizio stagione si parte tutti alla pari, tanto che mi piace sostenere che la formazione la decidono in fondo i giocatori mediante l’impegno della settimana. Col susseguirsi delle settimane, allenamento dopo allenamento, se l’applicazione e le motivazioni rimangono elevate, ritengo sia vantaggioso garantire un minutaggio abbastanza equo (soprattutto nel settore giovanile), mentre non posso dire lo stesso se ciò non avviene. A volte alcuni giocatori sostengono: “ma io vengo sempre ad allenarmi”. La presenza agli allenamenti non può essere condizione necessaria per assicurarsi la fiducia del mister. L’allenamento bisogna viverlo attivamente, con impegno e partecipazione; allora sì che si potrà instaurare la fiducia reciproca.
Abuso di potere
Autoritario e non autorevole. Qualche ragazzo ha ammesso di aver avuto a che fare con allenatori che abusavano della propria posizione, oltre che pavoneggiarsi di saperne una pagina in più del libro.
Ricordo quando una quindicina d’anni fa ormai, un ragazzo mi raccontò che l’allenatore si presentò alla squadra portando in spogliatoio l’attestato UEFA B. La cosa mi fa ancora sorridere poiché ritengo abbia due chiavi di lettura. La prima potrebbe essere una forma di insicurezza: sul campo – inconsapevolmente o meno – so di avere qualche problema ma ti faccio vedere (dimostrare è un’altra cosa) che sono qualificato. La seconda è in qualche modo un elevarsi al di sopra della squadra: io ho una qualifica, voi cosa avete?
Buona parte della rosa conosce il curriculum dell’allenatore ancor prima di incontrarlo per la prima volta. Attraverso i social e il web è possibile scovare facilmente diverse informazioni sul mister ancor prima di incontrarlo dal vivo.
Nonostante il rispetto dei ruoli (aspetto fondamentale) credo sia importante per l’allenatore conquistarsi la credibilità e la fiducia dei giocatori mediante il lavoro sul campo. Certo, un Zidane o un Ancelotti che entrano nello spogliatoio del Real Madrid partono con un grosso vantaggio rispetto a chi non ha vinto un pallone d’oro o il titolo in quattro nazioni diverse, ma credo sia poi il campo e la gestione del singolo e dello spogliatoio a dar valore alle persone.
Non segue le esigenze della squadra. Errori nella programmazione
Interessante anche questa considerazione, poiché mi permette di aprire un breve spazio su una tematica che avevo già affrontato in un precedente articolo: i giocatori sono in grado di valutare le competenze dell’allenatore?
E’ malcostume giudicare l’operato dell’allenatore esclusivamente dal risultato, dalla meta, senza valutare il percorso che si è fatto in tal senso. Con due ragazzi di prima superiore, di cui conosco il precedente e l’attuale allenatore, abbiamo avuto una conversazione che mi ha lasciato perplesso. In sostanza sostenevano che l’attuale allenatore fosse più in gamba del precedente perché fondamentalmente la squadra aveva cominciato a vincere e perché non faceva giocare tutti, ma solo i più forti. “Il vecchio allenatore ci faceva perdere le partite perché non schierava la formazione più forte ma chi si impegnava di più”.
Molto probabilmente, ritrovandosi dalla parte dei più bravi, è comodo pensare che comunque vada la settimana il posto ce l’avrò assicurato; che fa il paio quando ad inizio stagione si garantisce a priori la titolarità ad un ragazzo pur di accaparrarselo.
Tornando agli aspetti negativi degli allenatori, mi ha sorpreso che i ragazzi riconoscano le esigenze della squadra e persino gli errori nella programmazione. Fare l’allenatore è davvero complicato, in quanto ci si ritrova a dover gestire tra i 18-25 giocatori che il più delle volte hanno esigenze differenti tra loro; oltre che doverli preparare a 360° per affrontare la competizione. Per questo mi meraviglia che adolescenti riescano a comprendere meglio dell’allenatore quali siano non tanto le proprie esigenze, quanto addirittura quelle dell’intera squadra.
Poca esperienza e competenze. Allenatore troppo giovane
Quando giocavo a calcio non ricordo un solo allenatore giovane. Oggi ci sono ragazzi che a 15-16 anni iniziano ad allenare senza praticamente aver mai toccato un pallone. Se la tendenza può voler dire passione e studio, dall’altro diventa palese la mancanza di esperienza.
Se è vero che chi inizia ad allenare viene spesso affiancato alle categorie più piccole (ma nell’attività di base non servirebbero i più bravi in teoria?), gli adolescenti riconoscono che qualche allenatore giovane manca completamente di competenze e leadership: “Gli allenamenti avevano poco senso e c’era un clima di anarchia”.
L’unico modo tuttavia per acquisire esperienza è solo quello di scendere direttamente sul campo, possibilmente affiancando o affiancato da allenatori preparati e che possono farci crescere.
Monotonia degli allenamenti
Questa motivazione è stata indicata per lo più dagli studenti con esperienze in sport individuali, quali soprattutto il nuoto. Fare sempre le stesse cose e dirigersi al campo già coscienti di cosa ci attenderà, porta inevitabilmente alla monotonia e direi anche alla noia…
Uso il condizionale poiché in tal senso mi ha sorpreso e stupito la risposta di un alunno: “L’allenamento non deve essere divertente ma orientato alla competizione”.
Per quanto mi riguarda, l’allenamento non può non essere divertente. Se non mi diverto faccio fatica a sentirmi coinvolto, ad apprendere e migliorare; tuttavia, non siamo tutti uguali.
Probabilmente il pensiero di questo studente andrebbe maggiormente contestualizzato e compreso, anche se in qualche modo mi ricorda le parole di Alex Zanardi:
“Se lungo la strada la fatica non ti regala anche piacere, allora vuol dire che stai seguendo più la tua ambizione che la tua vera passione. Se invece andare avanti, sudare, faticare, affrontare una salita, è una cosa che fai semplicemente perché la salita è lì, allora non c’è nessun’altra ragione”.

Mi faceva passare la voglia
Altro tema difficilmente snocciolabile in poche righe, quello della motivazione. Tra le caratteristiche del bravo allenatore alcuni allievi sostengono che questi “Mi deve motivare“. Ma siamo sicuri funzioni per davvero così?
Forse mi sbaglio ma credo l’allenatore debba essere se mai una sorta di combustibile, un potenziatore di quel fuoco che brucia dentro e che si chiama passione. Pensare di arrivare al campo con scarse o quasi nulle motivazioni – condizionati magari dall’influenza degli amici o dei genitori – e sperare che l’allenatore faccia il miracolo, accendendo un fuoco su di un terreno bagnato, è pura utopia.
La motivazione intrinseca, ossia guidata da ricompense interne piuttosto che da quelle esterne, il desiderio di impegnarsi in un certo compito poiché si tratta di una cosa di per sé soddisfacente, è decisamente molto più potente di quella estrinseca, dettata da fattori esterni.
Dal canto nostro dobbiamo alimentare la passione dei ragazzi evitando di assumere proprio tutta questa serie di comportamenti che tendono ad allontanare il ragazzo dalla disciplina sportiva.
Non vedeva o faceva finta di non vedere
“Ragazzi, siete sicuri facesse finta di non vedere?”
Personalmente mi è capitato più di una volta di far finta di non vedere e soprattutto di non sentire. Se coi più piccoli sono sempre per affrontare ogni cosa apertamente, con la categoria Allievi ho fatto finta di non sentire qualche parola fuori posto. A volte credo possa essere necessario per non finire allo scontro davanti a tutto il gruppo. Se poi è una cosa che va affrontata, talvolta è meglio farlo singolarmente.
Rimanendo in tema, mi sono interrogato più volte su come comportarmi davanti a episodi che vanno contro le regole di gruppo e di spogliatoio. In alcuni casi potrebbe essere una soluzione quella di punire l’intero gruppo, lasciando che all’interno di esso si generino autonomamente delle forme di leadership atte a placare, senza l’ausilio dell’allenatore, fenomeni potenzialmente nocivi per tutta la rosa. In altri casi credo sia maggiormente corretto parlare privatamente col singolo, cercando comunque di far passare il messaggio alla squadra che l’episodio è stato risolto.
L’errore da evitare potrebbe essere proprio quello di far credere al gruppo che sorvoliamo di intervenire la dove sia invece necessario, facendo passare il messaggio che alcuni elementi godano di favori di cui altri non dispongono.
Eccessive pressioni
“Quando ci si avvicinava alla gara l’allenatore cominciava a creare un’eccessiva tensione che mi procurava ansia e troppe aspettative”.
La competizione fa a volte brutti scherzi. Ci si allena bene per mesi (o durante tutta la settimana) e finalmente si arriva all’appuntamento. Poche ore e avrà inizio il confronto, con me stesso (in tutti quegli sport individuali in cui anche migliorare il proprio primato è una vittoria) o con l’avversario. Non ci sono ragioni per dubitare della mia preparazione.
Eppure qualcosa succede…
Succede che le gambe iniziano a tremare e la sudorazione si accentua. Si corre al bagno più volte. Cominciano a venire i primi dubbi. Non posso farcela, non sono pronto. Inevitabilmente finisce male.
Quante storie potremmo scrivere e raccontare in tal senso. Interessante sarebbe però chiedersi da dove nascano queste incertezze. Se l’adrenalina prima della competizione è importante – ti fa sentire vivo e carico – lo stesso non si può dire di ansia e pressione.
Se talvolta sono i genitori a mettere il figlio in una condizione di stress, tante altre è l’allenatore stesso a sovraccaricare l’impegno come la gara da “vita o morte”, come se gli avversari non contassero e fossero venuti al ritrovo solo per far da sparring partner.
Dovremmo imparare invece a dar più valore al percorso e meno alla meta poiché “le coppe si vincono durante la settimana. In gara ci si va solo per ritirarle”.
Colpevolizza l’errore. Urla
Ho voluto tenere volutamente per ultime le due motivazioni che i ragazzi hanno indicato con maggior frequenza. In molti hanno detto di essersi sentiti a volte a disagio davanti alle urla dell’allenatore, sia queste avvenute durante la gara o l’allenamento. In diversi hanno ammesso di essersi sentiti colpevolizzati in seguito ad un singolo errore o per la perdita di una partita, fino ad arrivare a vere e proprie offese o al lancio di oggetti.
Sempre in tal senso è stato riferito come l’allenatore si infervorasse sempre verso gli stessi giocatori, adottando due pesi e due misure, o come si arrabbiasse senza comprendere le reali capacità dell’atleta (“si arrabbiava per cose che non sapevo fare”).

Difficoltà comunicative
In ultimo, ma tra le primissime caratteristiche del “cattivo allenatore”, gli adolescenti hanno indicato la difficoltà ad instaurare un dialogo costruttivo e la poca comprensione dell’allenatore verso le difficoltà dell’atleta; insomma, la scarsa empatia (la capacità di porsi nella situazione di un’altra persona o, più esattamente, di comprendere immediatamente i processi psichici dell’altro).
L’empatia a mio avviso è un dono, di quelli preziosi aggiungo. Riuscire a mettere da parte il proprio punto di vista e immedesimarsi nei panni di altri 20 giocatori (tutti diversi tra loro) è sicuramente complicato. A volte anche una battuta, proferita in modo scherzoso e senza nessun’altro fine, può portare con sé strascichi anche a distanza di mesi. Bisognerebbe avere la capacità di riuscire a pesare sempre ogni singola parola in base al momento, alla circostanza, all’età di chi si ha davanti e talvolta anche in base alla capacità dell’interlocutore di recepire il reale messaggio che stiamo provando a comunicare.
Anche il riuscire a spiegarsi chiaramente, in modo conciso e con tutta la rosa in grado di recepire le informazioni, non è una qualità così scontata (“non si capiva nulla quando spiegava”).
Uno dei motti di John Wooden che mi piacerebbe rubargli è la capacità di riuscire ad “elogiare in pubblico e rimproverare in privato”.
Conclusioni
Discusso delle caratteristiche da evitare in un allenatore, è stato piuttosto semplice e intuitivo ragionare su quelli che invece dovrebbero essere i suoi punti di forza.
Il punto di partenza per costruire una squadra è porsi diversamente a seconda di chi si ha davanti.
Dovrebbe essere sicuramente empatico, capace di instaurare un rapporto di stima e fiducia con ogni singolo atleta.
Dovrebbe coniugare passione e competenza, oltre che essere possibilmente giovane, poiché a loro dire è in grado di portare novità attraverso la sua curiosità.
Dovrebbe essere paziente (evitando di urlare al primo errore), comunicativo e disponibile, capace di arrivare al cuore degli atleti.
Dovrebbe riuscire a conciliare il gioco col rapporto umano (questa mi è piaciuta particolarmente).
Al termine delle varie chiacchierate coi ragazzi ho voluto lanciare loro una provocazione: “meglio un allenatore competente/preparato ma molto severo o meglio quello buono ma con scarse competenze”?
Indovinate un po’…anche gli alunni che hanno raccontato le più svariate esperienze negative con diversi allenatori, non sono riusciti a rispondere di getto.
Se da un lato si vorrebbe l’allenatore paziente, comprensivo e comunicativo, dall’altro si riconosce la necessità che questi sia anche competente per riuscire a portare negli atleti dei reali miglioramenti; tanto che qualcuno ha affermato di preferire una brutta persona ma molto preparata.
La conclusione a cui siamo giunti coi ragazzi è che dipenda molto dal contesto e dalle aspettative. Dovendo per forza scegliere tra le due opzioni a disposizione, all’interno di un contesto amatoriale-provinciale si è maggiormente propensi a scegliere la bella persona ma con scarse competenze, mentre in un contesto agonistico, dove l’obiettivo è la competizione e il miglioramento, gli alunni sono stati maggiormente concordi nell’affermare di preferire le competenze piuttosto che la bella persona.