Pulcini ed Esordienti

Allenare la categoria Pulcini. Standardizzazione dei processi di allenamento

3 Marzo 2023

Nell’articolo di oggi ho deciso di condividere pubblicamente un lavoro inviatomi dal collega Mirko Tornani.

Mirko ha scelto di raccontarci la propria metodologia operativa con un gruppo di Pulcini U10, descrivendo quelli che per lui sono gli aspetti fondamentali da cui partire. Dal canto mio approfitterò dei pensieri di Mirko per portarvi alcune considerazioni personali nella seconda parte dell’articolo.

? La parola a Mirko

L’obiettivo di questo mio scritto è quello di strutturare un template di allenamento standard e modulare, utilizzabile a prescindere dal numero dei presenti, e che tenga conto di uno o più principi cardine.

Tra questi voglio evidenziare:

✅ Lavorare più tempo possibile con la palla
✅ Ambivalenza nell’utilizzo dei piedi
✅ Coordinazione motoria
✅ Propriocezione
✅ Consapevolezza situazionale

Gli strumenti principali utilizzati saranno: proposte di tipo analitico, situazionale e partite a tema (per la parte tecnica). Per la parte psicomotoria si utilizzeranno sia partite a tema, con tempi e intensità definite (allo scopo di lavorare sulle capacità puramente aerobiche, anaerobiche e tempi di recupero), così come si utilizzeranno proposte di tipo analitico/didattico (scaletta/speed ladder).

Spostare l’attenzione da fuori dal campo a dentro il campo, più precisamente sul pallone.

Un bambino che è stato fino a qualche ora prima a scuola, che ha giocato coi suoi amici, vuole continuare tutto ciò.

Per quanto difficile e complicato possa risultare a livello pratico, ogni scelta va contestualizzata: nessuna applicazione totale, indistinta e indiscriminata di ciò che fa parte del nostro bagaglio di conoscenze pratiche, perché “ciò che ha funzionato in passato non è detto che debba funzionare anche oggi”.

Dovremmo applicare ciò che c’è più di simile al metodo scientifico:

✔️ Osservo
✔️ Analizzo
✔️ Provo
✔️ Correggo
✔️ Osservo nuovamente

? La gestione teorica dell’allenamento

Quando i bambini arrivano al campo la prima cosa che occorrono sono i palloni, tanti, almeno uno a testa se possibile, e delle porte da calcio, possibilmente grandi; per quanto stupido possa sembrare a noi adulti, più è grande la porta e meglio è per il bambino (si immedesima con il calciatore adulto e colma possibili insicurezze o difficoltà nel fare goal in una porta piccola). Questa scelta porta un vantaggio anche per chi desidera fare il portiere o ha una qualche inclinazione per il ruolo: la porta grande li aiuta ad immedesimarsi e provare un’esperienza più simile e reale possibile a ciò a cui aspirano: diventare portiere.

Lo scopo di ogni seduta di allenamento dovrebbe essere quello di utilizzare il pallone come strumento per “trasportare” il bambino dalla sua condizione di partenza a quella da noi desiderata: l’apprendimento di principi calcistici (scelti in precedenza) e il miglioramento delle capacità psicomotorie e relazionali.

Una volta che ogni bambino avrà un pallone a disposizione e avrà trovato il suo modo per utilizzarlo, bisognerà trovare un modo per passare alle fasi successive: creare un contesto, una situazione, che sia vicina a ciò che ricerchiamo. Non è necessario complicarci la vita o cercare qualcosa di complesso e articolato, il calcio è semplice. Consiglio di partire quindi dalle basi: conduzione e passaggio.

Non ci devono essere condizioni particolari, si tratta di utilizzare esercizi e giochi alla cui base vi sia il passaggio e la conduzione per creare la condizione “ideale”, ossia una maggior possibilità di migliorare aspetti prettamente calcistici, così come l’insegnamento dei principi scelti in precedenza.

Non esiste un tempo indicato o consigliato per la durata di queste situazioni, è tutta una questione di osservazione. Fino a quando valuteremo che il nostro gruppo sta eseguendo in maniera corretta, senza cali di attenzione, concentrazione e qualità, ciò che gli è stato proposto, allora potremmo farli proseguire.

Il passo successivo è l’inserimento in forma graduale di qualche forma di competizione, fino ad arrivare alla partita vera e propria, perché, per quanto possa esserci in questa fascia di età una predilezione per l’aspetto ludico del calcio, il gioco, senza forma di competizione, perde di efficacia. La verità è che i bambini sono competitivi. La teoria secondo la quale il bambino non deve sperimentare fino alla tarda infanzia nessuna forma di competizione, è un’idea formulata da adulti che ritengono i bambini incapaci di gestire queste situazioni perché privi della capacità necessarie per affrontarle e gestirle.

Il nostro compito non deve essere quello di ritardare o ostacolare la crescita e lo sviluppo del bambino, bensì fornirgli più strumenti per avere la migliore esperienza possibile, intervenendo ogni qualvolta si possano presentare situazioni dannose o critiche per il bambino. Dovremmo pertanto evitare di far vivere al bambino un’esperienza alternativa alla vita “reale”, bensì favorirne un suo inserimento.

Il rischio in queste situazioni è che tutto diventi un caos esagerato, in cui vengano a crearsi episodi più o meno conflittuali. Se la tensione si alza è possibile riportare la disciplina con un gesto autorevole. Nessuna sfuriata o urlo irrazionale. Serve un tono più forte del caos per ristabilire l’ordine.

C’è la convinzione comune che i bambini non debbano provare emozioni negative ma solo la gioia della vittoria. Personalmente ritengo invece che il nostro ruolo di formatori dovrebbe essere quello di fornire ai bambini gli strumenti per imparare a gestire anche le emozioni negative e tutte quelle situazioni che spesso possono sembrare ingestibili ed incontrollabili. Lo scopo è quello di rendere gli allievi un po’ meno vittima degli eventi e più capaci di trovare delle personali soluzioni per tornare allo stato di “calma”.

? La gestione pratica dell’allenamento

I bambini arrivano al campo. Cosa fare?

✔️ Primo passo: osservare
✔️ Secondo passo: palloni, casacche e cinesini
✔️ Terzo passo: osservare nuovamente

Osservare ciò che fanno i bambini, come lo fanno e con chi lo fanno, è il primo passo per strutturare la seduta d’allenamento. Osservare ci aiuterà a comprendere in che modo inserirci nei micro-universi che si sono creati e capire come diventare un collante efficace ed efficiente tra tutte queste realtà.

▶️ Il punto di partenza di un buon allenamento è la partita. Partite da quello e tornare indietro. Se vogliamo allenare quegli aspetti tipici della partita dobbiamo avvicinarci il più possibile alla durata della gara o, in alternativa, almeno ad un tempo di gioco.

Se sono già presenti dei gruppi, quello è il punto di ingresso migliore per noi allenatori. Raduno il gruppo e propongo esercizi di trasmissione e dominio della palla.

▶️ Nella fase successiva inserisco i primi elementi competitivi. Se nel primo esercizio c’era una semplice trasmissione o guida della palla, ora a rotazione uno degli elementi del gruppo dovrà cercare di rubare il pallone.

▶️ Inseriamo ora il portiere e la porta. Ciò che è stato deve essere ora inserito in un contesto di finalizzazione e di difesa della porta. Ci sono le porte, una squadra che difende ed una che attacca; ci sono infatti altri modi per risolvere i problemi nati nei giochi precedenti.

▶️ È il tempo della partita: massima complessità e maggiori problematiche. Se necessario è possibile correggere fermando il gioco, altrimenti limitiamoci a farlo solamente verbalmente, senza dimenticarci di osservare.

▶️ La chiusura dell’allenamento. Raduniamo il gruppo facendo raccogliere il materiale utilizzato. Se l’adrenalina sviluppatosi in partita è ancora alta, è consigliabile smorzarla con qualche battuta o altri elementi “positivi” (complimenti, ecc..).

Utilizziamo quel pochissimo tempo rimasto per una veloce analisi espressa al gruppo, come ad esempio comportamenti negativi e positivi emersi. Interagiamo con il gruppo chiedendo loro se ci sono domande.

??‍♂️? La parola a Diego

Faccio innanzitutto i complimenti a Mirko per la voglia di confrontarsi e di mettere per iscritto la sua visione.

Raccontare il proprio metodo di lavoro (procedimento atto a garantire, sul piano teorico o pratico, il soddisfacente risultato di un lavoro o di un comportamento) presuppone innanzitutto che se ne abbia uno e, seppur possa sembrare banale, per alcuni allenatori non è propriamente così. Non vi hanno mai raccontato di colleghi che arrivano al campo senza aver preparato nulla e improvvisando?

Nella scelta del proprio metodo (sì, perché la metodologia che intendiamo adottare deve essere “nostra”; diffidiamo del copia e incolla) devono incidere elementi quali l’esperienza che ognuno di noi matura nel tempo (se ripenso a come allenavo 10 anni fa di cose ne ho cambiate parecchie), la categoria (una prima squadra avrà esigenze diverse di una categoria Pulcini) e soprattutto il contesto operativo in cui ci troviamo. Quest’ultimo aspetto si scontra forse un po’ con l’idea di standardizzazione del metodo di lavoro per la medesima categoria. Mi spiego meglio.

Quando 18 anni fa ho iniziato ad allenare una squadra di Pulcini nella piccola società di quartiere, le esigenze e le necessità del gruppo erano certamente differenti da quelle dell’annata 2010 che ho seguito nella medesima categoria un paio di stagioni fa. Nel secondo caso si trattava di bambini selezionati e con una spiccata predisposizione all’apprendimento, mentre, nel caso precedente, credo nessuno di loro sia nemmeno arrivato a giocare in terza categoria. Il contesto inciderà quindi notevolmente nella scelta dei mezzi operativi e nella conduzione della seduta.

Dei punti cardine citati da Mirko, alcuni mi trovano assolutamente concorde, vedi lavorare più tempo possibile con la palla, l’ambivalenza nell’utilizzo dei piedi e la consapevolezza situazionale; altri meno.

Per quanto concerne gli aspetti coordinativi, ad esempio, Mirko fa riferimento a mezzi “analitici e didattici come la scaletta”.

Gara di campionato U13

Quello su cui da diverso tempo mi sto interrogando è il “tipo di coordinazione di cui necessità il giocatore di calcio” e, una volta trovata la risposta al quesito, capire “come la alleniamo”.

Nel video si vedono delle gestualità tecniche di una squadra U13 che presuppongono tutte una buona padronanza coordinativa. Gli allievi in questione, che seguo dall’U10, in questi anni hanno svolto forse l’1% del lavoro in forma analitica; il restante tempo l’hanno investito a giocare ore e ore. E vi lancio una provocazione: “Messi e Ronaldo sono così coordinati perché da piccoli hanno svolto la scaletta”? Nutro seri dubbi…

Senza voler demonizzare alcuni mezzi operativi, come scrivevo in precedenza, il contesto in cui ci muoviamo fa la differenza nella loro scelta (lo stesso Mirko scrive: “Per quanto difficile e complicato possa risultare a livello pratico, ogni scelta va contestualizzata”). Allenando ormai da anni ragazzi e bambini selezionati, sono giunto alla conclusione che il giocatore necessiti di una coordinazione specifica per la disciplina praticata e di come questa possa essere migliorata semplicemente giocando molto (direi moltissimo).

Condivido ovviamente l’idea di massimizzare il tempo a disposizione e di iniziare la seduta d’allenamento con un gioco (sia anche la partita), soprattutto considerando quante ore i bambini di oggi abbiano già passato seduti durante la giornata.

Seduta n.1 categoria U13, stagione 2022/23

Sempre per il medesimo scopo (massimizzare il tempo a disposizione), vi invito a leggere l’articolo dell’amico Alberto De Nardi, dal titolo: “Idee e consigli per il pre-allenamento”, sono sicuro ci troverete ottimi spunti. Per quanto infatti l’idea di Mirko sia propositiva, nell’assicurare palloni e porte in cui calciare nel pre-allenamento, alla lunga creerà un’abitudine che rischierà di diventare dannosa e fastidiosa (rischio infortuni) una volta giunti in attività agonistica. Per questo ritengo utile cambiare prospettiva, suggerendo ai bambini diversi tipi di attività tra le quali scegliere, lasciando loro la possibilità di inserire varianti e predisponendo i campi di gioco.

Mi trova poi assolutamente concorde l’idea di osservare, osservare e nuovamente osservare. Un tempo ero forse più un “martello” da questo punto di vista, con feedback continui e incitamenti. Con gli anni ho capito che oltre a risultare deleterio per la propria salute (corde vocali ringraziano), spesso è anche controproducente.

La squadra deve imparare ad essere autonoma, ad allenarsi con attenzione e impegno a prescindere dall’intervento dell’allenatore. Nel momento in cui diventa quasi schiava della voce della sua guida, potrebbero nascere difficoltà ad adattarsi, nell’annata successiva, ad un nuovo mister, magari “meno invasivo” e con un approccio più esterno. Non è buttando costantemente benzina sul fuoco che si capisce la bravura o meno di un allenatore, bensì nella sua capacità di creare autonomia nel gruppo.

Attenzione, perché ciò non significa che l’allenatore non ci stia a far nulla. Spesso, infatti, si sottovaluta la sua importanza nel saper osservare, cogliere criticità e ideare soluzioni per risolverle.

Allo stesso modo sono pertanto d’accordo con Mirko che per riportare l’ordine, durante una situazione di caos, diventi poco utile andare con la propria voce oltre quel volume di rumore; a volte bastano delle occhiatacce o addirittura il silenzio (per quanto possa risultare strano, funziona).

Non sono invece per nulla d’accordo che il calcio sia semplice (ci ho scritto anche un articolo a riguardo: “Il calcio è semplice. Sicuri?”). Il calcio è complesso per natura, fatto di interazioni con l’ambiente, coi compagni e con gli avversari. Se fosse diversamente verrebbe da chiederci allora perché i giocatori lo comprendano e lo interpretino in modo molto diverso tra loro anche ai massimi livelli. Il giocatore va portato dentro alla complessità e in questa deve imparare a conviverci; è il gioco stesso che lo richiede.

Complesso non significa tuttavia complicato, ed è ciò che dovremmo tenere a mente nella progettazione delle nostre esercitazioni. Allontaniamoci il meno possibile dalla realtà del gioco.

Condivido invece le considerazioni di Mirko sulla durata delle esercitazioni (attenzione tuttavia in agonistica a tempi di lavoro e di recupero, soprattutto in quelle proposte particolarmente intense) e soprattutto sulla necessità di creare competizione. Quest’ultima andrà fatta vivere non solo in gara, ma anche durante la settimana, stimolando quella struttura emotivo-volitiva che sarà probabilmente la chiave per avere successo in futuro. Il giocatore deve voler competere e deve voler vincere; non a tutti i costi, chiaro. Anche se nessuno gioca per perdere, il punto fondamentale sarà quello di garantire il proprio massimo impegno, avvicinandoci il più possibile al proprio picco di potenziale. L’accettazione della sconfitta e la conseguente possibile frustrazione, dovranno far parte del processo di crescita, utili a trovare quella spinta necessaria per il proprio miglioramento.

Concludo citando quello che a mio avviso è il passaggio più bello dello scritto di Mirko: “Osservare ci aiuterà a comprendere in che modo inserirci nei micro-universi che si sono creati e capire come diventare un collante efficace ed efficiente tra tutte queste realtà.

Dentro a questo pensiero ci ritrovo una delle tante abilità richieste alla figura dell’allenatore, ossia l’essere capace talvolta di farsi da parte (ciò non significa che non stia osservando) per cogliere sfumature ed esigenze del gruppo. Per quanto amicizie, simpatie e affinità differenti vi saranno in ogni contesto, quei micro-universi citati da Mirko devono diventare, almeno in gara, una cosa sola: una Squadra!

Chiudo ringraziando nuovamente Mirko Tornani per il momento di condivisione, dal quale credo ne siano emerse numerose riflessioni.

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