Il Mio Angolo Personale

Gli adolescenti hanno bisogno di aiuto, ma a qualcuno interessa?!

11 Giugno 2021

Gli adolescenti hanno bisogno di aiuto, ma a qualcuno interessa?!

Quello che si è da poco concluso (2020/21) è stato il mio primo anno scolastico in cui ho potuto svolgere la professione di docente (scienze motorie) da settembre a giugno (solitamente entravo nei mesi successivi per supplenze più o meno lunghe). In particolare negli ultimi mesi ho sentito l’esigenza di raccontare, quando il tempo me l’avesse permesso, ciò che ho vissuto e osservato con gli alunni di una scuola di secondo grado.

Se alcune considerazioni che ne ho tratto vi sembreranno eccessivamente catastrofiche, vi invito a visitare i link che troverete sparsi nell’articolo; fonti sicuramente più autorevoli del mio punto di vista.

E’ stato innanzitutto l’anno scolastico della didattica a distanza (DAD), con mesi passati a far lezione davanti ad un monitor senza la possibilità di conoscere per davvero i ragazzi, sia nelle loro individualità e sia nel contesto di classe. Questa spiacevole situazione (giusta o sbagliata che sia non sta a me giudicarlo) ha però creato numerosi problemi che, una volta tornati più o meno in presenza, seppur a singhiozzo, si sono manifestati piuttosto chiaramente.

Le classi prime, ad esempio, oltre a non essere nella maggior parte dei casi scolarizzate (il rispetto degli orari, dei luoghi, come scuola, classe e palestra ad esempio, del linguaggio, del rispetto delle tempistiche nelle consegne per casa e delle più banali norme di comportamento), sono giunte a giugno senza conoscersi neppure tra di loro ma, come mi hanno fatto presente alcune ragazze di seconda, è altrettanto vero che la medesima condizione vale anche per loro. Negli ultimi due anni, tra il primo e il secondo lockdown, i ragazzi hanno perso gran parte delle loro opportunità di socializzazione. Un danno a molti invisibile ma che nel prossimo periodo potrebbe presentarsi alla porta con un conto salatissimo.

Uno dei momenti che in questi mesi mi ha colpito maggiormente è accaduto con una classe terza (ragazzi di 16-17 anni). La consegna, con una settimana di tempo a disposizione, era quella di presentare, a gruppi di quattro alunni, un lavoro pratico in palestra sulla core stability, della durata complessiva di 10′. Tralasciando il tema, ciò che mi ha colpito delle attività proposte dai ragazzi, è stata la totale disorganizzazione, l’incapacità nell’aiutarsi l’un l’altro e le enormi difficoltà espositive. Al di la della terminologia, che mi interessava in minima parte, il mio intento era proprio quello di osservare la capacità degli alunni di cooperare. Il risultato è stato però ampiamente negativo sotto questo aspetto. Se un paio di allievi sono riusciti quanto meno a presentare la loro breve parte senza particolari difficoltà, non si può dire altrettanto dell’aiuto offerto ai compagni del medesimo gruppo, lasciati in balia dell’imbarazzo.

Imbarazzo, ecco, appunto. La cosa che mi ha colpito e che ho constatato con tante classi durante l’esecuzione dei test motori, è stato proprio l’imbarazzo sia nell’esposizione di lavori o considerazioni davanti ai propri compagni, sia nello svolgere attività pratiche della durata di pochi secondi. Non so se mi ha colpito maggiormente che qualche alunno preferisse la possibile insufficienza, rifiutando di svolgere la prova pratica per vergogna, o il fatto che altri mi si siano avvicinati manifestandomi l’imbarazzo nell’esposizione davanti al resto della classe. Questo secondo punto credo ci dica quanto, soprattutto nel primo triennio, ci si conosca molto poco, ma soprattutto di quanto sia temuto il giudizio degli altri.

Parlando con diversi alunni, infatti, in molti hanno manifestato la paura del giudizio degli altri che, se in tanti casi può sicuramente ferire, in altri mi sento di dire che è un timore totalmente infondato; in quanto condizione che non sussiste (un esempio lo erano i test motori. Durante l’esecuzione di un compagno la maggior parte della classe era completamente disinteressata dall’osservare chi stava svolgendo il compito). Ciò porta inevitabilmente a considerare la scarsa, bassissima, autostima di cui soffrono molti di loro. Una problematica che ho riscontrato essere estremamente presente e viva negli adolescenti, fino a vere e proprie condizioni patologiche:

“Prof., mi guardi. Faccio schifo”!

In che senso?

“Guardi le mie gambe. La mia faccia. Faccio schifo. Non so fare nulla. Non valgo nulla“.

Durante l’attività pratica in palestra una ragazza corse improvvisamente in bagno visibilmente turbata. Al suo ritorno non riuscii a non notare i tagli sulle braccia (seppur non seppi capire a quando risalivano). La sensazione di non sapere come agire fu piuttosto forte ma, al termine della lezione, presi l’alunna in disparte e cominciai a parlare con lei di ciò che era accaduto. Così, oltre alla parole precedenti, mi disse che era seguita da diversi anni da una psichiatra e che già all’età di 12 anni aveva cominciato a pensare alla morte; confessandomi inoltre che non aveva il coraggio di farlo solo per non far soffrire le persone che le volevano bene. Mentre scrivo queste righe ho ancora la pelle d’oca se ripenso a quella conversazione che mi spinse a segnalare il disagio generale degli alunni alla vice-preside.

[..] L’Asl Toscana Centro ha registrato un incremento del 10% di accessi al pronto soccorso per attacchi di panico, crisi psicotiche o gravi picchi depressivi nei più giovani, mentre l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma ha visto un aumento dei ricoveri per tentativi di suicidio e autolesionismo nei ragazzi dai 12 ai 18 anni rispetto allo scorso anno: se negli anni passati i posti letto del reparto di Neuropsichiatria erano occupati al 70%, negli ultimi mesi si è raggiunta la capienza massima.

Fonte: https://thevision.com/attualita/salute-mentale-giovani-pandemia

Quell’ultima conversazione fu infatti solamente la punta dell’iceberg di altri fenomeni altrettanto preoccupanti, come attacchi d’ansia improvvisi e stati più o meno acuti di depressione o stress.

E la scuola in tutto questo come si comporta?

L’impressione che ho è la stessa confessatami da una studentessa di seconda:

“Ai professori interessa solamente insegnare la propria materia. La scuola non ci insegna a vivere”.

Francamente non mi sentii di contraddirla, anzi, ritenetti fosse proprio così.

Nella mia istruzione frequentai una scuola superiore che, se è vero mi accorsi fin dalla seconda, quanto non fosse la mia strada, è altrettanto vero che non mi permise di scoprire cosa realmente ero portato a fare; i miei talenti, diciamo.

La difficoltà a parlare in pubblico la conosco bene, l’ho sperimentata e vissuta per tutto il mio percorso scolastico. Solo negli anni a venire mi sono reso conto di quanto mi piaccia ad esempio occuparmi di formazione in ambito calcistico e condividere le mie esperienze.

Se chiedete agli alunni quanti professori abbiano la vocazione per l’insegnamento della propria materia, si trovano quasi sempre unanimi nell’indicarli; segno che riconoscono il valore di chi prova a lasciargli qualcosa di concreto e chi invece lo fa solo per sbancare il lunario.

Quello che dissi alla vice-preside fu proprio che avremmo dovuto concentrarci maggiormente sulla salute dei ragazzi (mentale e fisica), sul maledetto momento che molti di loro stanno vivendo, piuttosto che continuare ad incalzarli con l’insegnamento di materie che, gli stessi alunni, reputano poco o totalmente inutili in questo periodo della loro vita. Purtroppo, oltre ad un sintetico: “sappiamo il momento difficile che stanno vivendo”, non ebbi un gran riscontro positivo.

“A mio modo di vedere il Covid ci sta insegnando, o forse è meglio dire ricordando, che la scuola non è solo didattica, anzi, è molto di più, è un’esperienza formativa per tutti i ragazzi. La scuola è il luogo dove i bambini, e ancor di più gli adolescenti, sperimentano relazioni positive, cioè relazioni con i coetanei, spesso mediate da adulti, che hanno una funzione educatrice molto importante. Chiudere questo tipo di esperienze lascia i ragazzi soli ma anche privi di strumenti per compensare le loro ansie. Se pensiamo a quando noi eravamo adolescenti ricorderemo che ci confidavamo molto di più con i nostri coetanei piuttosto che con i nostri genitori. Questo è un aspetto che si evidenziava maggiormente dai 13/14 anni in poi, dove il confidente principale era il nostro compagno di banco. Oggi questo aspetto è mancato in maniera molto forte ed ha determinato una maggiore fragilità nei ragazzi, soprattutto quelli già duramente provati da altre esperienze o comunque da dei vissuti particolarmente importanti”.

Professor Stefano Vicari, Professore Ordinario di Neuropsichiatria Infantile presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e Responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma

Fonte orizzontescuola.it.: LINK

Se l’istruzione a mio avviso andava già rivista in precedenza, questa terribile pandemia (a proposito, il numero di praticanti sportivi, nei miei sondaggi conoscitivi, è calato drasticamente rispetto agli anni precedenti) ha accelerato la necessità di rivedere le prerogative degli educatori; in quanto sono cambiate improvvisamente le esigenze e i bisogni dei ragazzi.

Oggi gli adolescenti si dividono tra chi ha il bisogno di parlare ed essere ascoltato (nelle nostre camminate all’aperto, quando era sconsigliato andare in palestra, alcuni mi hanno letteralmente rincoglionito per gli infiniti discorsi e confidenze varie) e in chi va aiutato a socializzare; in diversi casi ho la netta sensazione che queste figure di supporto preferiscano trovarle nell’ambiente scolastico e sportivo piuttosto che in quello familiare (i motivi possono essere svariati).

Il periodo storico è delicatissimo. Tantissimi alunni vivono fragilità di varia natura e noi, come educatori (docenti, genitori, allenatori), non possiamo non accorgercene e provare quanto meno ad AGIRE!

 

 

 

Foto: https://www.ansa.it

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