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La Piramide del Successo, di John Wooden

18 Settembre 2019

La Piramide del Successo

Dopo l’articolo del Luglio 2015, in cui riprendevo le più celebri frasi di Jown Wooden, allenatore di pallacanestro e cestista statunitense, con un record di dieci titoli della Division I NCASS (il tecnico più vincente nella storia del basket collegiale statunitense), sono oggi di nuovo qui a parlare di lui.

John Wooden è scomparso alla soglia dei 100 anni (morto il 4 Giugno 2010), dopo 885 partite vinte, di cui 88 consecutive, e dopo aver condotto U.C.L.A. a conquistare 10 titoli nazionali in 12 anni di campionato N.C.A.A.

Nell’articolo di oggi godiamoci la traduzione di una conferenza tenuta a Monterey nel febbraio 2001.

“Ho coniato la mia personale definizione di “successo” nel 1934, quando insegnavo in un liceo a South Bend nell’ Indiana.

Ero un po’ deluso dal fatto che i genitori dei ragazzi nei miei corsi di Inglese  ambivano che i loro figli prendessero sempre un 7 o un 8. Avevo capito che i genitori valutavano che il 6 andasse bene per i figli dei vicini, perché i figli dei vicini sono mediocri, per definizione. Ma non erano soddisfatti ogniqualvolta i propri ragazzi davano all’insegnante l’impressione di sbagliare o di non essere preparati: per me la distinzione e la valutazione basata sui voti non è mai stata obiettiva.

Il buon Dio, nella sua infinita saggezza, non ci ha creati tutti uguali, per quanto riguarda l’intelligenza, così come fortunatamente non siamo uguali per taglia o aspetto fisico. Non tutti gli studenti riescono ad avere 7 o 8, e a me non piace un sistema di valutazione basato sui risultati.

D’altro canto, sul piano dello sport sapevo anche in quale modo gli ex allievi di varie università e college negli anni ’30 giudicassero i rispettivi allenatori e le squadre di basket di appartenenza: se per caso avevi vinto tutto, venivi considerato alquanto fortunato e meritavi una parte del successo, ma non ne eri completamente degno. Perché (l’ ho scoperto in seguito), anche negli anni in cui all’ UCLA non perdevamo una sola partita, sembrava che non vincessimo quella determinata gara con il margine che alcuni dei nostri ex-allievi o tifosi o dirigenti avevano generosamente pronosticato.

Ma le loro previsioni ovviamente non potevano tenere conto di molti fattori: lo capivo, non mi piaceva, e non ero d’accordo, sin dai miei esordi come allenatore.

Stavo cercando una idea che facesse di me un insegnante migliore, e desse ai giovani sotto la mia guida, sia nello sport che nella scuola, qualcosa a cui aspirare, che non fosse solo un voto più alto in classe, o venti punti in una gara di basket.

Ci ho pensato e lavorato per molto tempo, volevo trovare una definizione personale, perché pensavo  sarebbe stata d’aiuto. E non ero d’accordo con il dizionario che definisce il successo:”… l’accumulo di beni materiali o il raggiungimento di una posizione di potere o di prestigio …”, o qualcosa del genere.

I risultati materiali e morali sono certamente degni di nota, ma a mio parere non sono necessariamente gli indici del successo.

Così ero ancora alla ricerca di una idea solo mia, e possibilmente originale.

Ritornando con il pensiero alla mia infanzia, mi venne in mente di essere cresciuto in una piccola fattoria nel sud dell’Indiana, dove mio padre cercava di insegnare sia a me che ai miei fratelli che non devi mai cercare di essere migliore di qualcun altroSono sicuro che quando ci diceva questo, io non capivo, ma il concetto rimase nascosto negli angoli più reconditi della mente, e saltò fuori anni dopo.

Non cercare mai di essere migliore di qualcun altro,ma impara sempre dagli altri. Non smettere mai di cercare di essere e di fare il meglio che puoi.

Da questo pensiero ti devi lasciare coinvolgere, senza preoccuparti troppo dei fatti sui quali non hai controllo, perché allora influenzerà in modo negativo anche le cose su cui hai pieno controllo.

Anni dopo, mi sono imbattuto in alcuni versi che recitavano:

“Ai piedi di Dio per confessarsi, una povera anima s’inginocchiò e chinò il capo. Ho fallito” disse tra le lacrime. Il Signore rispose: “Hai fatto il tuo meglio, e questo è un successo”.

Da quelle considerazioni e da altre ancora, ho coniato la mia personalissima definizione di successo:

il successo è la pace dello spirito raggiunta  grazie alla  soddisfazione di sapere di esserti sforzato per dare il meglio di cui sei capace.

E’ vero! Quando ti sforzi di fare il meglio di cui sei capace, cercando di migliorare la situazione in cui ti trovi, quello è il successo, e non penso che alcuno lo possa contestare.

La situazione è analoga quando si parla di carattere e  reputazione. La tua reputazione è come tu vieni percepito; il tuo carattere è ciò che sei realmente.

Inoltre ritengo che il carattere sia molto più importante di come tu venga percepito. Supponiamo che entrambi gli aspetti siano valutabili positivamente, ma non saranno necessariamente uguali.

Era quella l’idea che cercavo di trasmettere ai giovani studenti ed atleti che ho incontrato nelle più svariate situazioni.

Mi piace molto la poesia, che per me è fonte di ispirazione; in essa ho trovato idee e riferimenti che mi hanno sicuramente aiutato ad essere migliore di ciò che sarei stato.

Infatti penso di essere migliore di ciò che sarei stato proprio perché mi sono imbattuto e soffermato su certi concetti; uno di essi era semplicemente un verso che recitava :

Nessuna parola scritta o detta può insegnare ai nostri giovani ciò che dovrebbero essere.

 Né tutti i libri, né tutte le biblioteche del mondo!

Ciò che conta veramente è la qualità degli Insegnanti ”.

Questo concetto mi rimase impresso sin dagli anni ’30 e ho cercato di farne uso costante nel mio stile di allenamento, sia che fosse nello sport del basket che nei corsi di Inglese.

Adoro la poesia, ne ho sempre coltivato l’interesse, forse perché mio padre aveva l’abitudine di leggere per noi la sera.

La lampada a petrolio era accesa, perché non avevamo elettricità nella nostra fattoria e papà ci leggeva poesie. Per questo i versi mi sono sempre piaciuti.

E più o meno nel momento in cui mi sono imbattuto nel verso che ho citato prima, ho trovato un’altra storia interessantissima.

Un giorno qualcuno chiese ad una insegnante di ormai lunga carriera perché insegnasse, e lei disse che non poteva rispondere subito, che voleva pensarci. Dopo qualche tempo ebbe pronta la risposta : “mi hanno chiesto perché insegno, ed io devo rispondere con una domanda. Dove potrei trovare tanta gente meravigliosa?”.

Nel tempo, ho avuto seduto davanti a me un magistrato forte, imparziale e saggio. Nel banco di fianco un altro, DANIEL WEBSTER, che sarebbe diventato un avvocato forbito ed eloquente: dietro sedeva un chirurgo, la cui mano forte e sicura avrebbe potuto ricomporre una frattura o controllare la vitale circolazione del sangue e del circolo vitale. Nella fila accanto, un futuro muratore, che avrebbe in seguito costruito le arcate della chiesa dove un sacerdote avrebbe potuto pronunciare la parola di Dio e condurre un’anima dal passo incerto a toccare il Cristo.

E tutt’intorno nelle mie aule un consesso di insegnanti, commercianti, agricoltori, operai, onesti lavoratori, gente che vota, lavora, progetta e prega per un grande domani: avrei potuto anche non vedere la chiesa, o ascoltare la parola dell’avvocato, o gustare il cibo coltivato dalle mani dei contadini. Ma posso comunque dire, io li conoscevo!

A quel tempo qualcuno era debole, o forte, o audace, o orgoglioso, o allegro. Io li ho conosciuti,  al tempo in cui sui banchi di scuola erano solo ragazzi o ragazze. Mi avete chiesto perché insegno, ho trovato la risposta:

 “dove potrei trovare tanta gente meravigliosa”?

È stato il primo personaggio nella storia ad essere eletto nella Basketball Hall of Fame sia come giocatore che come allenatore. In suo onore è stato istituito il John R. Wooden Award, premio annuale per la pallacanestro a livello universitario. John Wooden può essere considerato un vero e proprio scopritore di talenti.

Credo che la professione dell’insegnante sia anche più difficile, perché si trova con tanti ragazzi insieme. Penso ai miei vecchi giocatori, i ragazzi dell’U.C.L.A. Più di 30 avvocati, 11 tra dentisti e dottori, molti insegnanti, professionisti o imprenditori o impiegati, ti dà un gran piacere  vederli andare avanti, pur seguendoli da lontano.

Ho sempre cercato di fare capire a tutti loro che per prima cosa erano lì per ricevere una educazione ed una istruzione, che la pallacanestro in ordine di importanza era la seconda cosa, poiché permetteva di pagarsi questa strada, e che  inoltre avevano  bisogno di un po’ di tempo per le relazioni sociali;  ma se avessero lasciato che le relazioni sociali avessero la priorità sulle altre due, non avrebbero avuto né l’una né l’altra. Questi erano i concetti che cercavo di trasmettere ai ragazzi sotto la mia guida.

Ho usato tre regole sulle quali sono rimasto praticamente irremovibile nella mia lunga carriera: le avevo imparate ancor prima di arrivare all’U.C.L.A, e decisi che per me sarebbero rimaste importanti.

La prima era : NON ESSERE MAI IN RITARDO.

La regola successiva era che i giocatori, specialmente quando la squadra era in partenza per una trasferta, dovevano PRESENTARSI IN ORDINE E PULITI. C’è stato anche un periodo in cui facevo loro obbligo di indossare giacca, camicia e cravatta. Poi, un giorno, ho visto il nostro Preside venire al campus universitario in jeans e dolcevita, e ho pensato che non fosse giusto conservare questa regola: così li ho lasciati liberi, ma dovevano essere perentoriamente in ordine e puliti.

Un  giorno uno dei miei più grandi giocatori, di cui avrete probabilmente sentito parlare, Bill Walton, si presentò alla partenza del pullman per una partita in trasferta, non ricordo dove: e non si poteva dire che Bill quel giorno fosse in ordine e pulito, così non lo lasciai salire; egli dovette tornare a casa, lavarsi, sbarbarsi e cambiarsi per raggiungere l’aereoporto e per riunirsi alla squadra.

A questa regola tenevo molto e ci credevo davvero.

Credevo e credo ancor oggi che l’allenamento inizia in orario e finisce puntuale: i ragazzi non devono mai pensare che per qualsiasi motivo potranno essere trattenuti più a lungo.

Quando faccio lezione ai corsi per allenatori, lo ricordo spesso a loro, giovani allenatori che stanno entrando nella professione sportiva:  la maggior parte di essi sono molto giovani e probabilmente anche appena sposati. E dico loro: “non terminate gli allenamenti in ritardo, perché tornereste a casa di cattivo umore” e non sta bene che un giovane appena sposato torni a casa di cattivo umore!…….. ( ….quando si invecchia invece non fa alcuna differenza…)

Credo nel cominciare puntuali e nel terminare puntuali.

Un’altra regola che avevo era: NESSUNA BESTEMMIA: se ti scappa una bestemmia, per oggi sei espulso. E se la sento in partita, esci e siedi in panchina.

La regola successiva era: NON CRITICARE MAI UN COMPAGNO DI SQUADRA. Questo non lo permettevo. Ero solito dir loro che io ero pagato per quel compito. E’ il mio lavoro e sono pagato per farlo… sono pagato poco…, ma sono pagato per farlo.

Quelle sono le cose sulle quali sono rimasto pressoché  sempre irremovibile e lo sarei tuttora. Quegli insegnamenti derivavano da mio padre: erano le stesse cose che cercava di insegnare a me e ai miei fratelli, nella piccola fattoria a sud dello stato dell’ Indiana.

Solamente in seguito ho ideato la “piramide del successo” , non ho il tempo ora per addentrarmi in questo capitolo,ma la piramide mi ha aiutato a diventare un insegnante migliore.

Si tratta di una idea del genere: la piramide è fatta da mattoni e le pietre angolari sono l’operosità e l’entusiasmo, lavorare sodo e divertirsi in ciò che si fa. Per arrivare all’apice secondo la mia definizione di successo.

La Piramide del Successo

Proprio in cima alla piramide  troviamo fede e pazienza: qualunque cosa stiate facendo, dovete avere pazienza. Dovete avere la pazienza di aspettare e volere che le cose accadano.

Oggi si parla molto di quanto i giovani siano impazienti, e lo sono certamente.

Vogliono cambiare tutto, perché pensano che ogni cambiamento sarà un progresso. Poi invecchiano un po’ e lasciano perdere. Ma da secoli l’umanità ha scoperto che non c’è progresso senza cambiamento; ecco il motivo per cui bisogna avere pazienza.

E credo che occorra avere fede: dobbiamo credere e credere veramente.

Non solo dirlo a parole; credere che le cose funzioneranno come dovrebbero, posto che noi facciamo tutto ciò che dobbiamo fare.

L’uomo ha la tendenza di sperare che le cose andranno nel modo in cui egli desidera: tuttavia non fa ciò che è necessario affinché le sue aspettative si avverino.

Ho lavorato su questo concetto per 14 anni e penso mi abbia aiutato a diventare un insegnante migliore.

Parecchi anni fa, un arbitro della serie professionistica di baseball, di nome George Moriarty, era diventato molto noto perché  aveva il vezzo di scrivere il proprio nome con una sola “i”.  Non lo conoscevo personalmente e non ne capivo la ragione, ma lui lo faceva. I grandi giocatori di Baseball (certamente non timidi)  avevano notato che c’era una sola “i” nella firma con il  suo nome e glielo facevano osservare continuativamente: “ Guarda, Arbitro, che c’è una altra vocale rimasta o nella penna o nella tua testa! ”.

Ma lui, proprio nel periodo in cui io stavo cercando di costruire la mia piramide, scrisse un articolo su un  giornale, che intitolò : “La strada davanti e la strada alle spalle”.

Ecco le sue parole:

“Talvolta penso che la sorte debba sorridere quando la accusiamo, ed insistiamo a credere che l’unica ragione per cui non riusciamo a vincere sia proprio la sfortuna. Eppure sopravvive un antico detto: vinciamo o perdiamo già dentro di noi”.

I trofei scintillanti nelle nostre bacheche non potranno mai vincere la partita di domani. Tu ed io dentro di noi sappiamo che c’è sempre la possibilità di vincere il trofeo finale. Ma quando non riusciamo a dare il meglio, semplicemente non abbiamo affrontato la sfida, che è e rimane quella di dare tutto e non risparmiare nulla fintanto che la partita è davvero vinta.

La sfida di dimostrare cosa significava grinta, di continuare a giocare quando gli altri si ritirano. Di continuare a giocare senza rinunciare.

“Tener duro” per aggiudicarsi il primo posto in classifica.

Sognare un traguardo, raggiungere la squadra davanti a noi.

Sperare quando i nostri  sogni sono morti.

Pregare quando le nostre speranze sono fuggite.

Perdere, senza timore di cadere se abbiamo dato tutto coraggiosamente.

Cosa si può chiedere di più ad un uomo se non dare tutto ciò che può?

Dare tutto, non è così distante dal concetto di vincere.

Fede e Pazienza

La sorte raramente sbaglia, non importa quanto ci si pensi, siamo tu ed io a determinare la nostra sorte.

Noi apriamo o chiudiamo la porta sulla strada che sta davanti a noi o su quella che sta alle nostre spalle”.

Questa storia scritta da George Moriarty mi ricorda altri quattro concetti che mio padre cercava di trasmettermi quando ero ragazzo.

Non lamentarti.

Non brontolare.

Non cercare scuse.

Qualunque cosa tu faccia, falla al meglio delle tue possibilità e nessuno potrà fare meglio di te.

Riconosco che non mi avete ancora  sentito parlare di vittoria. Ammetto che, sin qui, non ho mai accennato alla parola vincere. Perché?

La mia idea è che si può perdere anche quando abbiamo battuto qualcuno in una partita. E si può vincere anche quando si è battuti.

Ho avuto questa netta sensazione in alcune occasioni, parecchie volte durante la carriera.  Volevo assolutamente che i miei giocatori lo sapessero e fossero capaci di tenere  la testa alta dopo una qualsiasi partita.

Ero solito dire che, quando alla fine di una partita incroci uno o più tifosi che per qualche motivo ignorano il risultato finale, speravo che quel tifoso non capisse dal nostro comportamento o dai nostri gesti se si era battuto l’avversario o se eravamo stati battuti.

Infatti ciò che conta realmente è che, quando ti sforzi di fare sempre il meglio possibile, i risultati saranno più o meno quelli che dovrebbero essere. Non necessariamente quelli che si desiderano, ma né più né meno quelli che dovrebbero essere: solo tu saprai se corrispondono all’impegno profuso.

Questo era ciò che volevo dai miei giocatori più di ogni altra cosa. Con il passare del tempo ho imparato anche altri particolari, ma penso che tutto abbia incominciato a funzionare un po’ meglio per quanto riguarda il valore e la considerazione dei risultati.

Volevo assolutamente che il punteggio finale di una partita fosse un effetto secondario e non l’obiettivo finale.

Cervantes ha scritto:  “Il viaggio è meglio della meta”, è vero.

Talvolta,quando ci arrivi, provi una sorta di delusione: il vero divertimento sta nell’arrivarci.

Come allenatore di pallacanestro dell’ U.C.L.A, mi è sempre piaciuta l’idea che i nostri allenamenti fossero il viaggio e la partita la meta.

Mi piaceva salire in tribuna e sedermi sulle gradinate per guardare i miei ragazzi giocare, cercare di capire se avevo fatto un lavoro decente durante la settimana. Si trattava ancora una volta di guidare i giocatori a riflettere sulla soddisfazione personale che si ottiene nel sapere che ti sei sforzato per fare il meglio di cui sei capace.

Talvolta mi viene chiesto chi sia stato il giocatore migliore che abbia avuto, o la miglior formazione messa in campo. Non sono mia riuscito a rispondere per quanto riguarda le valutazioni  individuali.

Ma una volta mi fu posta una domanda un po’ diversa: “Coach, supponga di poter in un qualche modo assemblare il giocatore perfetto: ipoteticamente Lei come lo vorrebbe ?”.

Risposi: “vorrei uno che sapesse che si trova all’ U.C.L.A per ricevere una istruzione universitaria, che fosse un buon studente e che soprattutto sapesse perché si trova lìMa ne vorrei anche uno che sappia giocare. Vorrei uno che capisca che la difesa permette di vincere il campionato se si lavora sodo. Ma vorrei anche uno che sappia giocare in attacco: vorrei che fosse altruista e generoso, che cercasse di passare la palla e non tirasse ogni volta. Vorrei uno che sappia passare e che sia disposto a farlo.

Abbiamo avuto alcuni giocatori che erano in grado di farlo ma non lo facevano, alcuni altri purtroppo lo facevano, anche se non sapevano farlo.

Vorrei che sapesse tirare da fuori, ma vorrei che fosse bravo anche dentro l’area. Vorrei anche che fosse formidabile nei rimbalzi sotto entrambi i canestri”. E perché non prendere come esempio Keith Wilkes?

Ne aveva le capacità. Non era l’unico, ma era uno che io preferivo avere in campo in alcune particolari situazioni, perché ero certo che facesse sempre lo sforzo di essere il migliore al rimbalzo.

Ho scritto nel mio libro del 1972 “They call me Coach” (Mi chiamano Coach): “due giocatori mi hanno dato grande soddisfazione e credo siano giunti il più vicino possibile al raggiungimento del loro massimo potenziale: si tratta di Conrad Burke d di Doug McIntosh.

La comunità universitaria ha reso omaggio a Wooden erigendo un monumento in suo onore e dedicandogli il campo da gioco del Pauley Pavillion.

Quando li vidi al loro primo anno nella nostra squadra delle matricole (a quel tempo le matricole non potevano giocare nella prima squadra del campionato NCAA), pensai: “santo cielo, se questi due giocatori, qualunque dei due, arriverà mai alla prima squadra, la nostra prima squadra sarà davvero penosa, ed anche allora sarà difficile che uno di loro riesca  mai ad entrarci”.

E invece, uno di loro è stato il miglior giocatore della squadra per una stagione e mezza. L’altro giocatore, l’anno successivo ha giocato 32 minuti nella partita della finale NCAA, ed è stato semplicemente fantastico per la nostra squadra. E l’anno successivo era primo nelle classifiche della squadra del campionato nazionale NCAA.

Ed io credevo, due anni prima, che non avrebbe giocato un solo minuto: quelle sono le cose che ti danno una gran gioia ed una immensa soddisfazione. Nessuno di quei due ragazzi sapeva tirare molto bene,ma avevano entrambi buone percentuali di tiro, perché non forzavano mai. Nessuno dei due aveva una grande elevazione, ma cercavano istintivamente una buona posizione e per questo erano bravi anche a rimbalzo. Sapevano che ogni tiro fatto avrebbe potuto essere sbagliato.

Ho avuti troppi giocatori che se ne stavano fermi a guardar il volo della palla,  a vedere se il tiro fosse sbagliato, poi andare a rimbalzo, ed era sempre troppo tardi, perché qualcun altro catturava la palla prima di loro.

E quei due ragazzi non erano assolutamente veloci, ma giocavano con una buona tecnica, con una buona posizione e mantenevano un costante equilibrio del corpo. E così riuscivano a fare una difesa fortissima per la nostra squadra.

Loro avevano acquisito in poco tempo le qualità che li avvicinavano al raggiungimento del pieno potenziale, più di altri giocatori che ho allenato.

Ancora oggi li considero giocatori di successo, tanto quanto sono stati LEW ALCINDOR (successivamente noto con il nome di KAREEM ABDUL JABBAR) o BILL WALTON, o molti degli altri che abbiamo avuto all’ U.C.L.A.: alcuni giocatori eccezionali e straordinariamente unici ed irripetibili.

John Wooden

Commenti

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  • istsoccertraining@gmail.com ha detto:

    Ciao ti consiglio un video di una conferenza di Ricky Rubio (youtube Rubio BBVA) play della Spagna campione del mondo. Esprime da giocatore più o meno gli stessi concetti. Veramente bello! “Se tu ti sei allenato sul tiro libero, se gli hai dedicato tutto il tempo che tu ritieni fosse necessario, se credi di aver fatto tutte le cose perfettamente e non è entrato, dimenticati del risultato!”

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