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L’intervista: quel burlone di Diego Franzoso

13 Agosto 2021

L’intervista: quel burlone di Diego Franzoso

Chi sarebbe tanto scemo da farsi un’autointervista? Io, naturalmente.

Nel quarto appuntamento con la rubrica “L’intervista”, ho deciso di raccontare un po’ la mia storia, vuoi anche per rispondere alle domande più ricorrenti che nel corso degli anni mi sono state poste. Un modo per mettere nero su bianco i temi più significativi che han fin qui tracciato il mio percorso formativo.

D: Cominciamo dalle banalità Diego, qual è stato il tuo percorso professionale?

R: “Dopo aver terminato con scarsi risultati una scuola superiore che non ha mai fatto al caso mio (maledetta quella volta che non ho ascoltato i miei genitori), ho trovato tutt’altri stimoli laureandomi prima in Scienze Motorie e poi in Scienze e tecniche dell’attività motoria preventiva e adattata, presso l’Università degli Studi di Ferrara.

Nell’ormai lontano 2005 (a 22 anni) ho iniziato ad allenare nella società del mio quartiere, la Polisportiva S. Pio X di Rovigo. Quegli 8 anni in panchina sono stati un periodo di apprendistato fantastico e che mi ha permesso di sviluppare inventiva e creatività per far fronte alle situazioni più complicate. Ricordo una stagione coi Giovanissimi iniziata con soli 14 giocatori, alcuni dei quali dovevo passare alla domenica mattina sotto casa per tirarli giù dal letto per poterci presentare quanto meno in 11. Un’atra volta ricordo che ci presentammo in 10 contro la prima in classifica e con 3 portieri contemporaneamente in campo. L’assenza di materiale, le condizioni talvolta pessime del campo di gioco, il dover aprire e chiudere l’impianto, la pulizia degli spogliatoi e altro ancora, erano all’ordine del giorno. Quando oggi alcuni allenatori mi parlano delle loro problematiche, molte di queste le conosco benissimo per averle provate sulla mia pelle.

In quegli 8 anni alla Polisportiva S. Pio X portai i ragazzi del 1995 dall’ultimo anno Pulcini al primo anno di Juniores. Lo so, sembra una follia a raccontarla, ma le dinamiche che si erano create erano diciamo “particolari” proprio per il contesto in cui erano inserite.

Di lì ad un paio d’anni smisi anche di giocare (fondamentalmente ero arrivato al punto che non mi divertivo più) e insieme al capitano, A. Sasso, decidemmo di imbarcarci nella guida della prima squadra. Quella Terza Categoria era un mix di ragazzi giovani con qualche “vecchio” di gran qualità, ma soprattutto era una Squadra. Un gruppo che amava stare insieme per qualsiasi attività extra-calcistica. Non fu per tanto una sorpresa vincere i play-off e approdare in seconda, dove presi la guida della prima squadra in maniera solitaria (il capitano preferì concentrarsi sul campo). A 25 anni, senza nessuna qualifica e patentino (che casini che vennero fuori all’epoca), centrammo due salvezze consecutive (a costo zero; vi dico solo che TUTTI i giocatori pagavano una quota di 20 euro al mese per autofinanziare la squadra), frutto della disponibilità di quel fantastico gruppo di ragazzi.

Nell’anno successivo tornai però a dedicarmi al solo settore giovanile poiché fondamentalmente non ero pronto mentalmente per seguire gli adulti. Per i successivi 10 anni almeno, ho maturato una serie di luoghi comuni che mi hanno tenuto lontano dalle prime squadre; solo di recente mi accorgo di come questi siano in larga parte infondati.

Nel 2012, mentre allenavo la Juniores della Polisportiva, mi fu data la possibilità di entrare a far parte dello staff tecnico del Calcio Padova, operando come secondo allenatore nella categoria U14 guidata da mister Paolo Birra. Un’esperienza estremamente formativa e che mi ha spalancato le porte verso l’AC Este, la mia seconda casa.

Descrivere Este (dove tra l’altro mi ero ripromesso di non tornarci mai in vita mia. Vi ricordate di quella scuola superiore tanto odiata? Indovinate un po’ dov’era situata…) in poche righe è difficile. Tra una cosa e l’altra ho trascorso ormai 8 stagioni in questa meravigliosa città, riuscendo a centrare obiettivi e soddisfazioni personali che difficilmente pensavo quando ho iniziato ad allenare.

Nell’agosto 2017 e fino a giugno 2019, grazie alla chiamata di Alberto Saccuman, allora responsabile dell’attività di base, ho avuto la fortuna di allenare l’u13 e l’u14 dell’Hellas Verona. Per un allenatore “importato” da un’altra provincia, solo vestendo quei colori si riesce a capire l’affetto della città stessa e come l’Hellas sia riconosciuto anche oltre i confini italiani. Soprattutto la prima stagione in u13 è stata indimenticabile, con 117 gare giocate da agosto a giugno tra Italia, Germania e Lituania.

Per una serie di motivazioni sono poi ritornato a Este, dove da tre stagioni ricopro il ruolo di responsabile tecnico dell’attività di base e alleno le categorie Giovanissimi e Pulcini (da quest’anno Esordienti).

D: Diego, una delle ragioni per cui in diversi ti conoscono si chiama Ideacalcio. Ci vuoi parlare di questo progetto?

R: “Ideacalcio è come un figlio, questa è la verità. Quando amici in battuta mi dicono: se arriva un imprenditore proponendoti un sacco di soldi per rilevare il progetto, accetteresti?

Difficile. Quello che ho creato nasce per gioco l’1 febbraio del 2012. L’amico Giorgio Soffiato (un guru nel settore del web marketing) stava aprendo alcuni blog dati in affidamento ad altri amici. Fui io a proporgli di aprirne uno sul calcio, dove avrei inserito le esercitazioni che ideavo e portavo sul campo.

A differenza degli altri blog, Ideacalcio di li a poco prese il volo molto velocemente. Giorno dopo giorno le visite al sito e alla pagina Facebook crescevano. Per farla breve, nel 2020, nonostante l’esplosione del COVID, sono state oltre 250.000 le persone che sono entrate almeno una volta su Ideacalcio.

Non voglio parlare di competenza – ciò che pubblico può piacere o non piacere – ma è innegabile che alla base di questo progetto c’è un investimento di ore inverosimile. Ciò che infatti ha contraddistinto Ideacalcio è indubbiamente la costanza; oltre 2.000 articoli scritti e che hanno accompagnano l’allenatore quotidianamente.

La cosa se mai ancor più curiosa è che soprattutto i primi anni facevo tutto da solo. E’ stato solo successivamente che ho cominciato a coinvolgere altri collaboratori che portassero argomenti diversi da ciò di cui mi occupavo personalmente.

Nell’ottobre 2018 è avvenuta poi la prima vera svolta per Ideacalcio (a brevissimo vi sarà la seconda), grazie al supporto degli amici di una vita: Giorgio, Luca e Sandro. Erano ormai 3-4 anni che cominciavo a pensare a quanto questo progetto mi stesse assorbendo tempo prezioso. C’erano due strade: o mollare tutto o introdurre una sezione premium per riconoscere il valore di quanto per anni è stato fruibile gratuitamente. 

Purtroppo il messaggio è passato in modo sbagliato (gli allenatori troppo a lungo hanno potuto usufruire di un servizio totalmente gratuito) o forse sono state sbagliate le tempistiche, in quanto avvenute in coincidenza col mio passaggio nel calcio professionistico. Sono stato accusato di essermi montato la testa per aver introdotto una parte premium approfittando del logo che in quegli anni indossavo. Follia.

In realtà l’idea della sezione a pagamento era già nell’aria da tempo e solo “un colpo basso” (capitolo lungo questo) della concorrenza ha fatto rallentare di molto l’evolversi del progetto. La verità è che dietro a questo sito c’è un lavoro nemmeno quantificabile in termini di tempo e, considerato che offre un servizio, se questo viene riconosciuto di qualità credo sia giusto riconoscerlo anche economicamente. In caso contrario è corretto e comprensibile rivolgersi ad un altro offerente, ma senza la frustrazione di dover ricorrere alle offese per una scelta imprenditoriale e per tanto rischiosa.

Per questo ci tengo a ringraziare pubblicamente tutte le persone rimaste fedeli al progetto e che hanno ben compreso come questo si sia evoluto enormemente nel corso degli anni.

Ideacalcio mi ha garantito indubbiamente molta visibilità, per tanto fa piacere essere avvicinati a tornei, gare, autogrill o addirittura in aeroporto una volta, dagli allenatori che ti riconoscono e si complimentano per ciò che hai creato”.

D: Se dovessi descriverti?

R: “Sono una persona autentica. Difficilmente che chi mi conosce possa sbagliarsi a primo impatto su di me. Non ho filtri. Mi piace quando mi dicono “parli in modo schietto, diretto e sincero”, perché sono proprio così. Non amo i giri di parole e per questo a volte posso risultare un po’ troppo diretto e brusco. So che vengo etichettato da alcuni direttori come: “Franzoso? Bravo, ma ha un caratterino mi dicono…”.

Come ho detto, se c’è qualcosa che non mi piace non lo so nascondere e anzi, lo paleso. Odio la falsità e l’ipocrisia. Sui social sembra ormai la corsa all’apparire e alla citazione rubata all’allenatore top e fatta propria.

Amo la meritocrazia. Valore che cerco di difendere sulla mia persona e che provo a trasmettere ai giocatori che alleno. E’ un valore per me non contrattabile; ma non potrebbe essere diversamente per uno emerso dalla società di quartiere e che ha costruito la propria professione solo con le proprie forze”.

 D: Un’altra cosa che ti da fastidio? 

R: “L’amico Giorgio (che di marketing se ne intende) mi dice che è un fenomeno incontrollabile. Non avete anche voi l’impressione che non si riesca a riconoscere il più delle volte il valore del prodotto? Se è firmato è fichissimo e di valore, altrimenti se lo cagano gran pochi.

Ti faccio un esempio. Da quando non ho più cucito addosso il logo dell’Hellas Verona mi accorgo di aver perso molto seguito. I contenuti che pubblico (di qualsiasi tipo: foto, video, immagini, articoli, eventi), che a parer mio sono di maggior qualità rispetto a tre anni fa (vuoi perché le mie conoscenze si sono ampliate rispetto ad allora), hanno decisamente meno seguito. Ma come funziona? Se il video o l’evento è firmato dal logo di valore allora è meritevole altrimenti no?

Ne parlavo anche con un altro amico che si occupa di web design. “Nonostante ci siano concorrenti che producano lavori scadenti, molti li preferiscono perché si presentano bene o hanno tradizione”.

La tendenza, soprattutto sui social (dove la qualità degli interlocutori è la più variegata possibile), è proprio quella di apprezzare il valore in base al logo. Se un contenuto senza firma vale oggettivamente di più, non viene riconosciuto; ciò lo si può tranquillamente vedere anche dagli articoli in cui ad esempio nel titolo cito Bielsa o Guardiola. Una marea di interazioni; quando magari mesi prima ho espresso i medesimi concetti in contenuti che non se li è cagati nessuno.

Apro una parentesi. Nel corso degli ultimi anni ho coinvolto nel progetto Ideacalcio vari collaboratori (non sarebbe giusto farne i nomi) che, forse anche grazie all’opportunità di mettersi in luce, sono poi approdati in palcoscenici più ambiti. Se scrivere può avergli dato un piccolo aiuto, il vero motivo è che ho riconosciuto il valore che fino a quel momento provavano a divulgare solamente nei social.

Se ci si ferma a leggere o ascoltare attentamente ciò che altri allenatori propongono, evitando di farsi abbagliare da loghi o neologismi, non è poi tanto difficile trovare le differenze con chi, gratta-gratta, lascia spazio a ben pochi argomenti”.

D: Raccontaci che significa per te settore giovanile.

R: “Il settore giovanile credo sia una sorta di vocazione. Bisogna essere portati per lavorare coi giovani e soprattutto coi più piccoli. Un allenatore che proviene dal settore giovanile potrà adattarsi anche in prima squadra (anzi, a volte mi dicono si fatichi parecchio a proporre alcune esercitazioni che nel settore giovanile risultano quasi banali), mentre non so se possa essere funzionale il contrario. Mi spiego meglio.

Chi scende dalle prime squadre ha talvolta la tendenza ad approcciarsi nello stesso identico modo, sia in termini comunicativi che di proposta formativa. Cosa dovrei pensare di schemi su palle inattive, 11v0 e lavoro sulla linea difensiva in u14? Tutto normale? A me non pare. Però magari si vince e allora va bene tutto. Ma qui entriamo in un capitolo infinito, ossia lo scopo del settore giovanile.

Partiamo da un presupposto: nessuno di noi (né allenatori né giocatori) va in campo per perdere. Tutti giochiamo per vincere. La differenza la fa (rubando la citazione di un collega) “l’essere vincenti o vincitori”.

Proprio pochi giorni fa un allenatore mi ha scritto: “Volevo metterti a conoscenza che è grazie a te se ho fortificato il mio pensiero sul come lavorare nel settore giovanile. Era il Giugno del 2018, Giovanissimi Professionisti (u13), *** – Hellas Verona: 2-0. Noi vincemmo e voi giocaste a calcio. Arrivato a casa mi dissi: “Questo non è quello che voglio, non è il modo di lavorare; poiché per tutto l’anno avevamo lavorato su tutti altri principi. Sbagliare per crescere, esplorare. Oggi abbiamo solo giocato per vincere senza arrivarci con i nostri principi di gioco”. La società chiedeva di fare bene a quel torneo e avversari come voi erano di tutto rispetto. Mi feci trasportare da una gestione da “bar”. Fui egoista nei confronti dei ragazzi. Da li tutto è cambiato, non nell’idea di crescita per i ragazzi ma nella consapevolezza che non mi sarei più dovuto far trasportare dagli eventi. Dobbiamo vincere sì, ma con il lavoro di crescita fatto per tutto l’anno. Il mio motto è sempre quello di “scegliere se essere Vincenti o Vincitori”. Quel giorno io fui vincitore e te vincente”.

Quello che voglio dire è che non possiamo far passare il messaggio che pur di vincere vada bene tutto, poiché l’importante è fortificare una mentalità vincente. Certamente questa è importante, ma va costruita anche con una proposta di calcio che sia propositiva e slegata dal risultato. Non significa che conti giocare bene e anche se si perde fa lo stesso (cosa significa poi giocare bene?), ma che occorrano lucidità e competenze per giudicare il percorso e non solo l’esito.

Per quanto riguarda la formazione del calciatore, sono dell’idea l’allenatore debba essere un creatore di ambienti/situazioni in cui il giocatore possa sentirsi libero di esprimere il proprio potenziale creativo.

Significa mettere il calciatore davanti a continui problemi da risolvere, aiutarlo se mai a dare un significato a ciò che accade attorno a lui, senza preconfezionare ricette e soluzioni che nella maggior parte delle volte funzionano solo alla lavagna. Il giocatore va quindi messo nella condizione di sperimentare e sbagliare, educandolo a saper scegliere in modo autonomo la soluzione più efficace in quel preciso frangente (che muterà molto probabilmente un secondo dopo).

Spero questi pochi argomenti trattati possano aiutare i mister più giovani a trovare la propria strada e magari, per i più esperti, sentirsi meno soli e incompresi.

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