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Super Tele: Nereo Rocco, epopea dell’uomo autentico del calcio italiano

27 Gennaio 2021

Super Tele: Nereo Rocco, epopea dell’uomo autentico del calcio italiano

“Un giocatore invecchia precocemente se si sente abbandonato”

(Nereo Rocco)

Marzo 1934, Milano.

Si gioca Italia – Grecia, finisce 4-0 ed è il viatico del primo titolo Mondiale di calcio della Nazionale guidata da Pozzo.

Con gli Azzurri scende in campo per la prima volta nella storia un calciatore triestino. Si chiama Nereo Rocco, quella sarà la sua prima e unica gara con la maglia della Nazionale. Grazie a questa presenza, otterrà il patentino da allenatore– all’epoca il regolamento prevedeva bastasse una sola presenza in Nazionale per averlo –, professione che lo condurrà sul tetto del mondo calcistico.

Il nonno di Rocco si chiama Ludwig Roch e fa il cambiavalute a Vienna. Si era trasferito a Trieste per amore di una ballerina spagnola; qui il cognome va italianizzato e diventa quindi Rocco.

Il padre ha una macelleria, il giovane Nereo col suo fisico imponente gioca a calcio, aiuta in bottega e studia pianoforte.

«Mia madre voleva che diventassi ufficiale di Marina, donna benedeta, mio padre voleva che diventasi zonatòr de pianoforte, omo benedeto. Ho avuto un nonno che era scappato con una spagnola domatrice di cavalli da circo. E io avevo voglia di scappare e scappai col pallone, trecento lire per giocare in casa e quattrocento fora. Ero uno dei giovanotti più ricchi di Trieste.»

Da mezzala mancina esordisce in serie A con la maglia della Triestina, squadra di cui diventa allenatore nel 1947. Trieste sarà sempre – come per molti suoi abitanti – un porto sicuro a cui tornare e un porto da cui costantemente tendere ad altri lidi.

Da tecnico del Padova rientrava sempre la domenica sera, per ritornare poi al campo il martedì. Manterrà questa abitudine persino quando allenerà il Torino, tornando a casa con la sua Alfa verde.

Con la Triestina conclude il campionato secondo, utilizzando 15 giocatori in totale, appaiato con Milan e Juve, ben lontano dall’inarrivabile Grande Torino.

Rocco parla un mix di italiano e dialetto triestino, ha una straordinaria mimica e lancia occhiate che valgono più di molte parole.

«A Padova ci alleniamo tutti i giorni dalle 9 alle 12 e dalle 14.30 alle 18. C’è chi si spoglia e chi no. L’allenamento è tecnico, fisico e morale, sono per me tutti e tre alla pari. Non uso tabelle e non faccio lezioni teoriche, la mia tabella è il campo e lì, con esempi pratici, al martedì rivediamo gli sbagli fatti alla domenica

Coi biancoscudati Rocco pensa soprattutto alla fase difensiva. Gioca col libero e tre marcatori. Schiera elementi dotati di forza fisica e dai modi spicci. Il suo gioco è chiamato catenaccio, con una vena d’insulto gli danno del catenacciaro malgrado fosse un sistema che non avesse mai rivendicato. La sua era una visione maggiormente utilitarista, concreta, legata anche alle caratteristiche dei giocatori e agli obiettivi del club.

Gianni Rivera spiega così a Gianni Minà: «Al Padova Rocco adoperava un certo tipo di giocatori, proponendo quell’idea di calcio perché il Padova aveva degli obiettivi diversi dal Milan. Si puntava a salvarsi e si festeggiava ogni lunedì un pareggio fuori casa. Qui al Milan a volte si mette in discussione anche una vittoria in trasferta, perciò è chiaro che necessità e ambizioni – e di conseguenza giocatori e stile di gioco – cambiano. Arrivato al Milan si è reso conto che il Milan puntava allo Scudetto ed era chiaro che si doveva rivolgere ad un altro tipo di giocatore.»

In realtà – a onor del vero – anche a Padova Rocco riprende una fase offensiva brillante e certamente poco sparagnina. Davanti schiera due punte, Rosa come trequartista e in appoggio Hamrin come ala. Il Padova in trasferta veniva accolto malissimo, anche per la veemenza agonistica con cui affrontava le gare e intimoriva gli avversari. Non mancavano insulti, sputi e lanci di monetine, che spingono addirittura Rocco a dubitare delle sue idee. È Scagnellato a confortarlo e a ribadire la convinzione da parte di tutto il gruppo nella sua idea pragmatica: «Signor Rocco, noi siamo con lei. Andiamo avanti su questa strada

E quella strada porta a piazzamenti di vertice, con due terzi posti e nel 1954 la convocazione di ben cinque attaccanti in Nazionale.
Strano contrappasso, per chi era invece accusato di catenaccio.

«I poareti, i miei manzi» diceva Rocco dei suoi giocatori biancoscudati. Si rifugiava a cena da Cavalca, quando allenava il Padova, prima di spiccare il volo verso Milano, sponda rossonera.

Prima, però, un breve intervallo da selezionatore insieme a Paolo Todeschini per la Nazionale olimpica del 1960, che conquista il quarto posto alle Olimpiadi di Roma.

C’è una sliding-door nel destino di Nereo Rocco, la racconta lui stesso in una memorabile intervista a Gianni Brera che si trova in versione integrale su Rai Play. L’intervista stessa, la sua ambientazione, è un documento straordinario del calcio di quell’epoca in cui il miglior giornalista sportivo italiano intervista il miglior allenatore italiano seduto a bere vino e fumare insieme.

«Rientravo la domenica sera da Padova. Giunto a casa, suona il telefono e mi dicono – Dove sei stato finora, è la quarta volta che ti chiamano da Torino! – e io ho pensato “cosa vorrà questa Juventus!”. Erano proprio loro che mi cercavano. Avrei accettato subito ma c’era da risolvere col Padova. Il presidente biancoscudato inizialmente comprese le mie ragioni. Ero quasi pronto a fare le valigie, ma la sera dopo cambiò idea dicendo che voleva ancora girare a testa alta per la sua città. Pertanto dissi addio alla Juve prima ancora di iniziare.»

L’anno dopo, però, il calcio italiano assiste all’avvento di Rocco al Milan.

È qui che l’avventura di Rocco da tecnico diventa straordinaria, pur senza essere esente da un inizio in salita. Nel girone di andata infatti, i risultati sono altalenanti e non manca qualche inaspettata sconfitta. Il clima è teso.

Sempre Rocco racconta: «Agli allenamenti venivano i tifosi ad inveire “Torna al vecchio Padova, catenacciaro!” Il presidente Andrea Rizzoli aveva notato i miei turbamenti, mi chiamò e andammo a casa di Gipo Viani a Nervesa della Battaglia, per discutere sui problemi e su alcuni degli elementi della rosa. Dopo aver parlato e straparlato, dissi loro: “Signori miei io ho sbagliato squadra e voi avete sbagliato allenatore. Questo è il vostro contratto, grazie e arrivederci”. Il presidente Rizzoli mi disse “No signor Rocco, resti al suo posto e vedrà che andrà bene”. Mi diede coraggio e da quel momento è venuta la scalata.»

Rocco conduce gli uomini, prima ancora che i calciatori.

Vive lo spogliatoio, si cambia insieme ai giocatori e con loro parla a lungo. Comanda, senza far mai mancare l’ironia. A chi si lamenta per qualche panchina risponde che «No xe mia la decision, ma de la siora Maria» (sua moglie).

Ai nuovi arrivati, gli anziani del gruppo consigliavano di rivolgersi a lui chiamandolo Mister. Questo scatenava la solita reazione: «Mister a chi, muso de mona? Mi son il signor Rocco».

 

Malgrado la fiducia di Rizzoli, non mancano gli scontri con Gipo Viani, trevigiano sulla panchina rossonera prima di Rocco, poi direttore tecnico e “deus ex-machina” del Milan di quegli anni.

Per Viani, Altafini doveva star fuori. Rocco minaccia le dimissioni e l’amico Jòse – con l’accento sulla o come lo chiamava sempre El Paròn – segna reti decisive per la vittoria dello Scudetto al primo tentativo.

Scherzi, divertimento e capacità di stare al gioco fanno parte del carattere di Rocco.

Altafini è il centravanti preferito ed il giullare della squadra. È l’attaccante brasiliano che si nasconde nell’armadietto di Rocco che, trovandolo aperto, si chiede: «Mah, strano, neanche ieri l’ho chiuso». Quando lo apre spunta fuori Altafini, nudo e urlante. E Rocco spaventato: «Bruto mona, te me fa vegnir l’infarto». Si siede sulla panchina fingendo di ansimare pesantemente: «Non farlo più, non farlo più… Disgrassiato».
Altafini lo rifaceva e la scena si ripeteva. Quando Rocco se ne va, Altafini tenta di riproporre lo scherzo a Liedholm. Ma quando salta fuori, nudo, urlante, il Barone sussurra: «No. Non è questo tuo armadietto».

È un uomo burbero ma sentimentale Rocco, il campo da calcio è il suo habitat naturale.

Quando Fellini nel 1973 gli chiede di recitare in Amarcord, si inorgoglisce ma rinuncia.

Preferisce concentrarsi sul Milan.

Tatticamente anche il Milan si schiera con il libero. All’epoca della Triestina lo chiamavano “battitore libero” perché spesso era l’uomo destinato a spazzare e sventare l’ultima minaccia, impostando con un lancio lungo ben assestato. Alla Gazzetta sulla questione dell’uomo in più dirà: «La sostanza è quella: che si chiami uomo libero, ala tornante, mezzala fluttuante. Tutte le squadre hanno quest’uomo in più in difesa, e ciò per valorizzare l’estro, l’indole, la facoltà d’improvvisazione del giocatore italiano

Fuori dal campo, nella battaglia ideologica, trova in Brera il suo più grande estimatore. Con Niccolò Carosio, invece, ama giocare a tressette e bere qualche buon vino in osteria.

Ai giornalisti critici, in maniera ironica, rispondeva: «Mi fazo catenaccio, i altri xe prudenti.»

Nel dibattito che impazza fra difensivisti e offensivisti, Brera sostiene a livello teorico l’idea di calcio di Rocco. Per Brera con lui inizia la vera scuola italiana, sino ad allora priva di tecnici di riferimento.

Anche Scagnellato dirà: «Facevamo il gioco all’italiana, forse non lo sapevamo nemmeno, ma la carica che ci trasmetteva Rocco ci ha permesso di raggiungere quei grandi risultati.»

Il sistema di Rocco viene battezzato Maginot.

Una linea di cinque elementi davanti al libero composta da stopper, terzini e mediani. In attacco due punte, un’ala di appoggio e a galleggiare come trequartista la classe di Gianni Rivera, il fuoriclasse milanista che Rocco adorava e a cui lasciava totale carta bianca.

«El Gianni xe i me oci», è l’espressione più famosa con cui Rocco esprimeva tutta l’ammirazione e la fiducia per il talento ambrogino.

L’amore per il Golden Boy arriva da lontano. 15 maggio 1960, all’Appiani il Padova sfida l’Alessandria di Rivera. Finisce 1-1, il pareggio su rigore (fallo di Blason su Rivera) non basta ad evitare la retrocessione. Impressioni di Blason in spogliatoio: «Grande attor quel magretto. No lo gò gnanca tocà». E Rocco: «Meio de lui g’ho visto solo Meazza».

Sempre a Brera, lo stesso tecnico spiega: «Senza Rivera il Milan è un altro Milan, son d’accordo che non corra molto ma se voglio il gioco, la fantasia, la capacità di capovolgere la situazione, questa me la dà soltanto Rivera, un vero genio come giocatore.» E Rivera confermerà a più riprese come la carica umana di Rocco fosse stata decisiva nella sua maturazione calcistica.

Per vincere lo Scudetto, intanto, Rocco aveva dato il benservito all’attaccante inglese Jimmy Greaves – prolifico ma poco disciplinato – per fare spazio al talentuoso brasiliano Dino Sani.

Durante la partita Rocco è solito prendere appunti, e ai giocatori spiega che “Mi te digo cossa far, ma dopo in campo te ghe va ti!”. È un mago nella gestione dello spogliatoio, e insieme a un altro MagoHelenio Herrera – rivale sulla panchina dell’Inter, scolpirà la storia del calcio italiano.

Oggi diremmo che Rocco eccelleva in quella che chiamiamo intelligenza emotiva, quella capacità empatica di entrare in sintonia con il gruppo, cogliere le sfumature diverse che accendono gli animi di ogni giocatore, scegliere lo stile più efficace per comunicare, avere talento nel riconoscere le emozioni, saperle valutare e includerle in uno spartito condiviso, in cui può esserci spazio per una gestione individualizzata, a patto che mai l’individuo si discosti dalle regole comuni a tutto il gruppo.

Sapeva essere, prima ancora di saper fare o di saper trasmettere.

La disciplina è fondamentale, ma se la baracca scricchiola Rocco si mette davanti, pronto a difendere i suoi giocatori.

I giovani erano spesso torchiati, gli anziani coccolati perché “un campion no pol finir bidòn”. Gestiva tempi e momenti in maniera sopraffina, sapeva essere autoironico e farsi percepire davvero come parte integrante del gruppo. Se all’intervallo, doveva farsi sentire con qualcuno era solito ripetere: «Testa de gran casso ti e anca quel che t’ha messo in squadra

Per Altafini Rocco non ordinava mai, ma parlava, spiegava, convinceva, caricava.

Mescolando sempre sul campo talento e corsa, fisicità e velocità, fantasia e spegnilampioni, i cursori-marcatori detti “distudaferài” come Trapattoni e Lodetti.

Il suo calcio trionfa in Europa nel 1963, con la prima vittoria in assoluto di un club italiano della Coppa dei Campioni. Il Milan batte 2-1 il Benfica di Eusebio, è una doppietta di Altafini a spingere i rossoneri all’apoteosi.

L’uomo è centrale nel metodo di Rocco, viene sempre prima delle abilità del giocatore.

La parola, inoltre, è sacra e dopo aver dato il suo benestare all’offerta di Pianelli, presidente del Torino, si trasferisce anche a causa di frizioni oramai insanabili con Viani che – malgrado i successi dell’allenatore triestino – rivendicava un ruolo di primordine nelle scelte del club.

Al Toro il triennio di Rocco è complesso.

La fredda cortesia sabauda non è il terreno fertile per la ruspante bonomia del Paròn.

«A Torino ero deluso, volevo smettere. Mi chiamò il dottor Carraro, assecondandomi in tutto.»

Ecco che quindi, in poco tempo, per Rocco si spalancano nuovamente le porte del Milan.

Quando torna in rossonero, Rocco finalmente trova ultimati i lavori di Milanello.

Il nuovo centro sportivo, voluto dal presidente Rizzoli malgrado ormai la cessione fosse imminente, sorge su un’area di undici ettari a Carnago, a circa quaranta chilometri da Milano. Qualcuno storce il naso per la distanza dalla città, ma la struttura rappresenta un’assoluta novità ed avanguardia per tutto il calcio italiano.

Campi da gioco, spogliatoi, sale massaggi, ristorante, bar, sale per gioco e svago, l’albergo a disposizione dei giocatori. Un centro moderno e signorile dove costruire i prossimi successi del Diavolo, che nell’era Berlusconi sarà implementato con una piscina e la famigerata “gabbia” di Arrigo Sacchi.

Quando Rocco rientra alla base, l’Italia vive un periodo di pieno boom economico. In sottofondo, le scanzonate canzoni di Adriano Celentano allietano quei giorni senza pensieri.

Sui tabelloni a bordocampo le scritte Martini, Cinzano, Motta accompagnano le partite dei beniamini rossoneri.

Un altro tempo, un altro calcio, quello di quegli anni.

In cui il possesso palla non era nemmeno considerato e i calzettoni si mettevano abbassati, col rischio di qualche calcione sugli stinchi, dal momento che il regolamento e la tolleranza arbitrale avevano maglie molto più larghe rispetto a quelle odierne.

I calciatori quando dovevano divertirsi o volevano evadere si infilavano nei night-club o nei bar a giocare a poker, stagioni in cui Trapattoni e Lodetti erano per Rocco “le due cocorite”, da tenere d’occhio quando se ne andavano in libera uscita.

Si fumava in campo e in panchina e alla domenica, finita la partita, come succedeva a Padova, non era raro che i giocatori rientrassero a casa a piedi dopo magari aver spartito il premio partita direttamente negli spogliatoi.

Anni in cui i portieri non indossavano i guanti e le panchine erano grezzi manufatti di legno senza copertura, le ripartenze non esistevano, i rinvii spesso venivano battuti lunghi e il calcio – per chi riusciva a diventare professionista – rappresentava una fonte di reddito importante che nessuna fabbrica avrebbe mai pareggiato.
Gianni Mura racconta che Scagnellato, nel Padova di Rocco, faceva il tornitore per 30.000 lire al mese. Il Padova gliene offrì 35.000 e da quel giorno si catapultò in serie A.

Il rientro di Rocco al Milan, in ogni caso, rappresenta il suo definitivo trionfo e la sua consacrazione.

Rigenera la truppa e riconquista in due anni Scudetto e Coppa dei Campioni. La migliore risposta possibile all’Inter di Moratti, che nel frattempo aveva vinto tre scudetti e sollevato due Coppe dei Campioni.

Nel 1967-68 Rocco oltre a festeggiare il tricolore, celebra la Coppa delle Coppe.

«Una squadra seria e professionale, per questo non c’erano problemi a mantenere alti standard sia al mercoledì sia alla domenica.»

Oltre a Milanello, un altro tuffo nella modernità, antesignano degli staff odierni composti da molte professionalità differenti, è la volontà di Rocco di inserire all’interno del gruppo di lavoro l’amico sacerdote Remigio. È una figura che non ha le competenze di uno psicologo, ma sa ascoltare.

«In una squadra – racconta il parroco – il prete serve. Non per benedirla o fare lo stregone, ma per fare l’amico segreto dei ragazzi. Ognuno di loro ha una vita un poco nevrotica, moglie, bambini, lavoro, tribolazioni e ha bisogno di confidare i suoi problemi per rasserenarsi.»

Se a Padova c’era Cavalca, a Milano il ristorante di riferimento è L’Assassino. Diventa l’ufficio di Rocco, in cui coordinare e programmare le nuove vittorie.

Qui costruisce il suo sensazionale Milan, che nel 1969 alza la sua seconda Coppa dei Campioni.

Al Bernabeu di Madrid, l’Ajax di Cruijff e Michels viene schiantato per 4-1 con tripletta di Prati e suggello di Sormani. È il trionfo della scuola italiana e della capacità assoluta di Rocco di guidare i suoi uomini – prima dei suoi giocatori – a spingersi oltre i propri limiti.

Cudicini, Schnellinger, Trapattoni, l’Uccellino Hamrin, Lodetti, Rivera.

È un Milan stellare, che termina il suo ciclo epocale con la vittoria della Coppa Intercontinentale contro gli argentini dell’Estudiantes.

All’epoca la finale si gioca in due partite, andata e ritorno. A Milano i rossoneri si impongono nettamente per tre reti a zero, al ritorno a Buenos Aires il clima è quello di una guerriglia più che di una partita di calcio. Anche all’andata, si intuiva però ciò che avrebbe atteso i rossoneri.

Malatrasi è a terra dopo un contrasto, ha un taglio profondo. Rocco si lamenta con l’arbitro francese: «Direttore, o ci protegge o picchiamo pure noi.» Risposta: «Monsieur Rocco, s’il vous plait.» «S’il vous plait te sarà ti, muso del cul.»

La seconda gara si svolge alla Bombonera – stadio del Boca – e da subito i padroni di casa intimoriscono oltre il lecito i rossoneri, con interventi violenti, colpi proibiti e mezzi illeciti. Leggenda vuole che durante la partita Rocco abbia ripreso Maldera per una marcatura poco convinta nei confronti dell’avversario. Maldera alla panchina fa capire che non era possibile stargli più vicino. Ogni volta, infatti, il suo uomo lo punge con un ago che teneva nascosto.

È un combattimento, Rivera porta in vantaggio il Milan, superato poi per 2-1 al termine dell’incontro. Ad avere la peggio è Nestor Combin, attaccante argentino del Milan che oltre a zigomo e naso rotto, finisce la gara arrestato per diserzione e trattenuto dalla polizia per ben 12 ore dal momento che non aveva prestato il servizio militare in patria.

Rocco è decisivo anche in questa situazione. Fermo e risoluto a non partire, senza il rilascio del suo giocatore, riesce a far smuovere l’Ambasciata italiana e a far liberare Combin.

Lodetti ricorderà che una volta decollato l’aereo di ritorno, tutta la squadra fece il gesto dell’ombrello verso l’Argentina.

Molto ha lasciato al calcio italiano Rocco, omone timido, burbero e molto più colto di ciò che volesse far sembrare. Non solo trofei o presenze – attualmente è il secondo allenatore della storia con più partite in serie A dopo Carlo Mazzone –  ma un’eredità portata avanti nel corso degli anni da alcuni suoi allievi come Bearzot, Cesare Maldini e Trapattoni divenuti tutti e tre CT della Nazionale. Sicuramente nel panorama italiano calcistico contemporaneo, radicalmente diverso da quello di allora, diventa difficile individuare un Rocco ma al tempo stesso potremmo pensare a un Paròn coinvolto in mille interviste, dichiarazioni, dirette social e ad allenare magari col drone? Difficile, certo è che nel calcio odierno manca davvero la sua spontanea ironia, quella leggerezza che gli faceva vivere la sua professione senza mai tradire l’essenza stessa del gioco.

Mai volgare, istrione ironico e con una frizzante vis-polemica, Rocco se n’è andato nel febbraio del ’79. Pochi mesi prima, una brutta polmonite lo aveva aggredito durante una trasferta a Manchester, dove era andato a seguire il suo amato Milan. Si fece attaccare senza possibilità di difendersi, questa volta e in punto di morte al figlio Tito disse solo «Dame el tempo», quella stessa espressione con cui era solito rivolgersi al suo secondo in panchina, quando i novanta minuti stavano ormai per scadere.

È stato un grande uomo, oltre che un uomo grande Rocco, che alle chiacchiere preferiva sicuramente i fatti e alle parole anteponeva i comportamenti.

Una persona vera, autentica, che contava su valori fermi e insindacabili, che combinava in misura perfetta semplicità e competenza, sostanza e forma.

Ha contribuito a rendere ancora più indimenticabile un decennio italiano, in un Paese dove i successi internazionali del calcio sottolineavano i meravigliosi progressi che tutta la società piano piano conquistava.

A Gianni Brera dirà, con una mirabile sintesi, che “non si lavora solo col cervello, ma anche col cuore”.

“Chi ga perdù el balòn?” chiedeva a Bergamasco. Sempre la stessa risposta: “Giovanìn”. Allora Rocco si alzava e con le mani a imbuto urlava verso il centro del campo: “Giovanìn, va in mona”. Cinema ad uso interno. I Giovanìn erano tre: Trapattoni, Lodetti e Rivera. L’imprecazione non sfiorava nessuno dei tre, finiva in mezzo al campo come un aeroplanino di carta.

(Gianni Mura)

 

Foto: http://www.accadevaoggi.it

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