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Super Tele: Vento Magiaro – L’impronta Ungherese sul calcio moderno 

28 Novembre 2019

Super Tele: Vento Magiaro – L’impronta Ungherese sul calcio moderno

Marzo 1944, il conflitto mondiale divampa in tutta Europa e Hitler decide di invadere l’Ungheria, Paese alleato sino a quel momento, nel tentativo di frenare l’avanzata dell’Armata Rossa.

L’avanzata tedesca è devastante per la cittadinanza di Budapest e la sua popolazione ebraica. Migliaia di persone sono costrette a marciare verso i campi di concentramento, altrettante vengono uccise e molte altre ancora terminano i loro giorni all’interno del Ghetto cittadino, istituito da novembre.

Il governo collaborazionista non frena in alcuna maniera gli eccidi nazisti e al momento della liberazione sovietica, avvenuta nel gennaio dell’anno successivo, la popolazione ebraica ungherese sterminata conta solo 100 mila persone ancora in vita, meno della metà di quanti risiedevano prima della guerra.

È in questo clima che dalle macerie riparte il campionato di calcio ungherese, torneo che nel 1938 aveva portato i propri migliori giocatori a sfidare nella finale di Coppa del Mondo la vittoriosa Italia di Pozzo.

Ed è per ovviare alla cessione alla Lazio del centravanti Hofling nel 1948 che Marton Bukovi, allenatore dell’MTK Budapest, trova una soluzione destinata a cambiare per sempre le sorti del calcio del proprio Paese.

Come racconta Jonathan Wilson nel suo monumentale trattato sulla storia tattica del calcio mondiale “La Piramide Rovesciata”, “se non si ha a disposizione il tipo di centravanti adatto a quel gioco, invece di cercare di far giocare in quel ruolo dei giocatori chiaramente non adatti, è molto più semplice eliminarlo completamente”.

Il W-M, sistema in voga in tutto il calcio all’epoca, diventa una M-M.

È un piccolo grande cambiamento che porta immensi benefici alla squadra della Nazionale, dopo che a sua volta viene ripreso dal selezionatore Gusztáv Sebes il quale, nel ruolo di centravanti arretrato – anche se sarebbe più corretto definire come centrocampista offensivo – piazza Nándor Hidegkuti e con questa mossa inizia a costruire una squadra destinata a passare alla storia.

La leggenda bussa alla porta dello spogliatoio ungherese il 25 novembre 1953.

A Wembley i padroni di casa dell’Inghilterra – gli inventori del football – sfidano la compagine magiara.

Centocinquemila tifosi strabuzzano gli occhi di fronte al calcio totale degli avversari venuti dal vecchio continente.

Il giorno in cui crollò l’impero britannico Leggi questo articolo su: https://2017.gonews.it/2013/11/24/il-giorno-in-cui-crollo-limpero-britannico/ Copyright © gonews.it

Il sistema innovativo, lo stile di gioco fluido, la tecnica cristallina di Puskas e compagni annichiliscono i britannici in maniera talmente netta da far scrivere al Guardian l’indomani che pareva fossero arrivati i marziani.

Hidegkuti porta il 9 sulla maglia, che per gli inglesi significa senza ombra di dubbio centravanti da marcare alla vecchia maniera. Ma i suoi movimenti ad attrarre i difensori confondono gli avversari e creano quindi la possibilità per i suoi compagni di attaccare gli spazi alle spalle dei britannici.

Andor Hidegkuti, il primo centravanti arretrato.

I magiari volano e sconfiggono l’Inghilterra con un pirotecnico 6 a 3.

Sebes aveva curato ogni dettaglio, con la squadra che si allenò nei giorni precedenti la sfida in un campo dalle dimensioni identiche a quello di Wembley.

Terzini propositivi, il mediano che si abbassa, Hidegkuti a muoversi fra le linee partendo inizialmente dal fronte d’attacco, con Puskas e compagni liberi di attaccare gli spazi in nome della fluidità. Un calcio sinfonico e intenso, una corsa a motore contro un avversario in bicicletta incapace di comprendere realmente cosa stesse succedendo.

Intorno ai fenomeni Puskas e Hidegkuti, ruotano fuoriclasse come Bozsik e Kocsis, e la vittoria viene festeggiata in patria come un successo di tutto il regime comunista.

Lo storico successo – prima squadra del vecchio continente a vincere in casa dei maestri – lancia l’Aranycsapat, la Squadra d’Oro, alla ribalta del calcio continentale.

Di ritorno dall’Inghilterra, durante un lungo viaggio in treno, i giocatori dell’Ungheria si fermano a Parigi e alcuni di loro ne approfittano per vedere la sfida Racing-Cannes.

Appena ci si accorge della loro presenza in tribuna, l’intero match viene interrotto con i giocatori delle due squadre che addirittura si fermano ad applaudire i protagonisti di quella straordinaria impresa.

Al Mondiale svizzero del 1954 l’Ungheria si presenta come una seria candidata al titolo.

I ragazzi di Sebes dipingono calcio, sbarazzandosi alle eliminatorie di avversari importanti del calibro di Brasile e Uruguay.

In finale sfidano la Germania Ovest, asfaltata con 8 gol durante il girone eliminatorio. Il destino sembra segnato ma come spesso accade nella storia del calcio l’irreparabile è a un passo.

Non bastano le reti di Puskas e Czibor. I tedeschi rimontano e strappano dalle mani la Coppa alle maglie granata venute dall’Est.

È il dramma.

Al rientro in Ungheria il clima è tremendo, venti di rivoluzione soffiano forte e nel 1956 esplodono in un sanguinoso conflitto con le truppe sovietiche.

I calciatori più forti emigrano altrove e Sebes un anno dopo la disfatta di Berna viene sostituito sulla panchina della Nazionale.

A raccogliere la sua eredità di vate del calcio – e probabilmente ad aumentare in maniera più profonda e duratura le influenze della scuola ungherese sullo sviluppo del gioco – ci penserà Béla Guttmann, nato a Budapest nel 1899.

Allena in Austria, Italia, Cipro, Argentina, Brasile, Portogallo, Uruguay e Svizzera.

Vince due Coppe dei Campioni con il Benfica e lancia un certo Eusebio, acquistato dal Benfica grazie a un casuale incontro dal barbiere.

Guttmann lavora sulla testa dei giocatori, affronta spesso le sfide con una sorta di 4-2-4 e oltre che sullo stile di gioco, incide sulla mentalità. I suoi allievi sono più concentrati, più convinti, più determinati nel cercare di raggiungere l’obiettivo.

È un manager a tutto tondo e durante la sua permanenza in Brasile getta le basi per il successo Mondiale dei Carioca del 1958, che da lui assorbiranno il 4-2-4.

L’approccio resta quello offensivo del calcio di Sebes, in cui organizzazione e qualità individuali si fondono per creare uno stile di gioco armonico in cui il talento è a servizio della squadra e la squadra è capace di esaltare le ricchezze individuali.

La scuola ungherese, nel giro di un decennio, spinge il calcio mondiale nel futuro.

E come ogni storia che si rispetti, al grande moto venuto dall’Europa centrale subentrerà una fase statica e conservatrice, in cui sarà il catenaccio a dominare, che troverà in Helenio Herrera e Nereo Rocco – i famosi allenatori di Inter e Milan – i suoi massimi esponenti.

Alcuni anni dopo, in aree diverse dell’Europa, due allenatori di nome Rinus Michels e Valeriy Lobanovskyi riprenderanno lo stile ungherese e tramite alcune ulteriori innovazioni porteranno il gioco a un livello mai visto prima, gettando le basi per il calcio contemporaneo.

Nel 2016 l’Ungheria del portiere “in pigiama” Kiraly si è qualificata dopo 44 anni alle fasi finali del Campionato Europeo, eliminata in maniera secca agli ottavi dal Belgio.

Oggi intanto la situazione politica ed economica ungherese appare come sempre meno democratica e liberale. Alla guida della Nazionale troviamo l’italiano Marco Rossi, che ha l’arduo compito di guidare la selezione all’Europeo del 2020.

Il passato calcistico resta per il popolo ungherese un dolce rifugio pieno di ricordi, frammenti di un’epoca in cui un cambiamento sembrava ancora possibile.

A due passi dalla Sinagoga di Budapest, camminando per la meravigliosa capitale ungherese, ci si può imbattere in uno splendido e immenso murales che celebra ancora la straordinaria vittoria per 6-3 dei “Magici Magiari” contro gli inventori del calcio.

 

 

 

 

 

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