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Creatori di metodo

Allenarsi ad allenare. La connessione prima della correzione

3 Maggio 2023

Si parla continuamente di come gli allenatori possono aiutare gli atleti ad esprimere il loro massimo potenziale, ma purtroppo si parla troppo poco di come gli allenatori possano esprimere il loro massimo potenziale.

“In ogni momento di ogni giorno siamo sia individui sia membri di gruppi. Nel nostro individualismo facciamo sempre parte di qualcosa di piu’ grande. Questo e’ il grande paradosso dell’essere umano”.

S. Sinek

Facciamo tutti parte di qualcosa di infinitamente più grande di noi. Gli allenatori fanno parte di uno staff, che fa parte di un gruppo squadra e che a sua volta fa parte di un club che è parte della società.

All’interno di questo quadro generale, che rappresenta il processo di formazione del giovane calciatore, gli allenatori sono tra le figure più importanti, se non la più importante. Essi rappresentano un modello educativo, un punto di riferimento forte, oltre ad essere il collegamento principale tra il club e i calciatori; dovrebbero essere delle persone estremamente qualificate in senso trasversale, orizzontale.

L’allenatore è colui che dovrebbe incarnare e trasmettere quelli che sono i valori, i principi metodologici, la visione e lo stile di gioco del club. Nella maggior parte dei casi, invece, all’interno dei clubs gli allenatori sono soli, sono isole, completamente scollegati e senza nessuna connessione tra di loro. Essi sono spesso e volentieri in competizione tra loro per dimostrare che la loro squadra è la migliore, invece che collaborare e condividere idee, spazi ed esperienze.

Il gioco del calcio è un sistema complesso – come la vita – dinamico, ecologico e in continua evoluzione. E’ un continuum di complessità che nasce dai giocatori, dalle loro scelte, relazioni, interazioni ed emozioni. E’ un’integrazione di più elementi complessi (squadre, giocatori, staff tecnici, arbitri etc…) connessi tra loro, che si influenzano reciprocamente attraverso le loro stesse relazioni e che interagiscono con l’ambiente di cui fanno parte, modificandolo e modificandosi. Nonostante tutto, il calcio continua ad essere descritto e narrato attraverso l’eccessivo utilizzo di *dicotomie, oggi più che mai.

?? *Rigida divisione o suddivisione in due parti.

Dicotomie che nel tempo, ripetute, lette e ascoltate con continuità, sono diventate per la maggior parte realtà, ovvero la lente con la quale spiegare, analizzare, insegnare e addirittura allenare il gioco del calcio.

Alcuni esempi tra i più comuni:

▶️ DIFESA vs ATTACCO
▶️ ANALITICO vs GLOBALE
▶️ FORMAZIONE vs VITTORIA
▶️ POSIZIONISMO vs RELAZIONISMO
▶️ RIDUZIONISMO vs COMPLESSITÀ
▶️ ORDINE vs CAOS
▶️ CONTROLLO vs LIBERTA’

Continuiamo ad assistere, ad esempio, al dualismo attacco e difesa, vedendo il gioco esclusivamente dalla prospettiva dell’attacco o della difesa. Questo punto di vista, limitato, porta a ridurre e a trascurare invece le relazioni dinamiche ed il *costante co-adattamento che invece esiste tra queste due fasi di gioco (ciò vale per tutte le fasi del gioco).

?? significa che se una difesa è organizzata ed efficace, crea nuove difficoltà per l’attacco. Di conseguenza questa organizzazione difensiva costringe l’attacco a spingersi oltre, stimolando lo sviluppo di nuove soluzioni necessarie per superare queste difficoltà.

Questo concetto di reciprocità, apparentemente semplice ma a volte ignorato e spesso misconosciuto, ci fa comprendere, se proiettato in forma più ampia, la complessità e la profondità di questo argomento. La formazione degli allenatori dovrebbe pertanto orientarsi verso un approccio maggiormente integrato, gioco-centrico, meno riduzionista e tecnico-centrico.

“Limitata da queste dicotomie e dualismi a più livelli, e dall’atavica tendenza dell’essere umano al riduzionismo e alla scomposizione, nella continua ricerca di facilitare la comprensione delle cose, la maggior parte della formazione degli allenatori, così come la pratica degli allenatori, rimane incapace di rendere conto delle relazioni profondamente complesse, contestualizzate ed ecologiche al centro dello sport e della vita”

Bowes e Jones, 2006; Lòpez – Felip e Turvey, 2017)

Le “cassette degli attrezzi” degli allenatori di calcio contengono una serie di concetti calcistici, un insieme di metodi di allenamento e una lista di proposte didattiche molto spesso astratte e decontestualizzate. La tendenza a copiare ed incollare esercitazioni e sedute di allenamento isolate (difficilmente correlate con i bisogni, le caratteristiche dei calciatori e il contesto socio culturale nel quale si allena), spiega bene come oggi l’autoformazione per gli allenatori consista, nella maggior parte dei casi, nell’accumulare pezzi di un puzzle che non hanno alcuna relazione tra loro. Nessun concetto, modello di gioco, video, esercizio, o tecnica, aiuta da solo a  sviluppare il potenziale di ogni allenatore. C’è bisogno di molto di più.

Innanzitutto credo che ogni allenatore dovrebbe essere interessato a conoscere in profondità il comportamento umano; non possiamo continuare a parlare di gioco e allenamento senza prima comprendere al meglio come gli esseri umani apprendono e decidano.

“Nell’evoluzione umana, la competenza e’ venuta prima della comprensione”.

R. Verheijen

E’ stato scientificamente provato che gli esseri umani imparano di più quando sperimentano personalmente qualcosa in particolare, rispetto a quanto accadrebbe parlando solo di quel qualcosa; questo è il modo in cui il nostro cervello si è evoluto durante migliaia di anni. Nonostante tuttavia questi presupposti, continuiamo a formare gli allenatori in maniera tradizionale, dedicando molto tempo alla parte teorica, spesso avulsa dalla complessità degli ambienti e dei contesti in cui gli stessi andranno ad operare.

“Attualmente la formazione degli allenatori di calcio, la metodologia e la pedagogia degli allenatori, sembrano concentrarsi esclusivamente sulla conoscenza astratta teorica e decontestualizzata dell’ambiente calcistico”.

Vaughan et al., 2019

Forse dovremmo iniziare i corsi per allenatori con un approfondita formazione sulle neuroscienze e su come funziona il processo di apprendimento dell’essere umano, piuttosto che partire direttamente dalle informazioni sul gioco.

Come sostiene in una recente intervista la nota psicologa Carlota Torrents: “Oramai è stato ampiamente riconosciuto e confermato che noi, come esseri umani, siamo dei sistemi complessi, non è un opinione! All’interno di un sistema complesso una piccola variazione può determinare una grande trasformazione”.

Contrariamente ad un sistema complicato, un sistema complesso è incomprensibile se analizzato prendendo singolarmente ognuna delle parti che lo compongono; è impossibile comprenderlo senza considerare il valore, la varietà e la quantità di relazioni tra gli elementi al suo interno e con l’ambiente circostante. Il tutto è maggiore della somma delle singole parti, poiché all’interno di un sistema complesso il prodotto delle interazioni presenti da origine ad un elemento nuovo (ad esempio, il risultato delle interazioni tra le parti che compongono l’essere umano è la vita).

Una delle più grandi criticità è che le organizzazioni e le società sportive non hanno ancor’oggi compreso la natura non lineare dell’apprendimento e dello sviluppo umano. Non tutti apprendiamo allo stesso modo e con gli stessi tempi. Per capire cosa significhi basterebbe riflettere su come i bambini imparano a camminare: chi ha avuto più figli avrà osservato facilmente come non abbiano imparato a camminare tutti nella stesso momento ad esempio (11 mesi, 3 giorni e 2 ore del martedì). Pertanto, giocatori e allenatori devono essere considerati come sistemi complessi non-lineari e come tali andrebbero formati, allenati e gestiti.

L’idea se mai nuova è quella di avere il coraggio di abbracciare una visione sistemica, olistica, in grado di far crescere tutte le aree e gli elementi coinvolti nel processo di formazione. Allenatori e calciatori, oggi, sono e devono essere al centro di questo processo (di formazione), attivi, coinvolti e coprotagonisti e co-costruttori del loro percorso di crescita: dentro e fuori dal campo.

Bisogna imparare ad accogliere il cambiamento e l’incertezza come uniche certezze. Accettare il caos, il disordine e l’errore come anticamera dell’apprendimento; essi rappresentano un’opportunità per orientarsi verso una nuova comprensione delle cose. Inizio, e non conclusione di un processo di insegnamento/apprendimento, che può ripetersi proprio grazie a quell’errore.

Saper sostare all’interno di questa complessità e allenare nonostante la complessità (facilitare), piuttosto che allenare la complessità (semplificare); passare se possibile dal controllo alla libertà e dal comando alla delega.

Come dice Todd Beane: “Bisogna cambiare il modo di vedere il calcio da parte degli allenatori. Migliorare il coaching significa ripensare il mestiere di allenatore dal suo interno e, di conseguenza, ridisegnare un modello di apprendimento del gioco per i calciatori”.

Il calcio è in continua evoluzione (dinamico). Per questo gli  allenatori devono farsi trovare pronti per saper creare i giusti ambienti di apprendimento (seduta di allenamento). Abbiamo lavorato e separato per troppo tempo aspetti che in realtà sono indivisibili, ignorando la complessità nella quale è immerso lo straordinario gioco del calcio. E’ l’ambiente che guida l’azione.

Secondo i principi della teoria ecologica del controllo motorio, il movimento è scopo specifico ed è il risultato (proprietà emergente) della relazione tra l’organismo e l’ambiente. E’ l’intenzione che guida la visione. Solo migliorando la mia sintonizzazione percettiva (ascoltare, osservare) dell’ambiente circostante riuscirò a orientare la mia osservazione nel riconoscere le informazioni utili e necessarie al raggiungimento delle mie intenzioni (scopo).

“Dobbiamo percepire per muoverci, ma dobbiamo anche muoverci per percepire. E’ quindi dal rapporto individuo-compito-ambiente che emerge il comportamento umano”.

J. Gibson (1979)

⚠️ Se gli allenatori hanno il compito di sviluppare calciatori migliori, chi ha il compito di formare allenatori migliori?

Attualmente viviamo nell’era dell’informazione; potrebbe anche essere chiamata come l’era della disinformazione. Tutti hanno una propria opinione. Ognuno cerca di creare una narrazione per provare a vendere la propria idea di realtà.

La sfida per gli allenatori di oggi diventa principalmente quella di saper distinguere ciò che è veramente utile alla propria crescita da ciò che non lo è.  Ciò richiede una grande capacità di comprensione e un pensiero critico sviluppato; tuttavia ciò può richiedere un grande investimento di tempo ed energia.

Ecco perché una parola importante diventa Supporto. L’obiettivo da parte di tutte le societa’ sportive e organizzazioni dovrebbe essere quello di supportare gli allenatori durante il loro percorso comune, aiutandoli a costruire la corretta fiducia nelle proprie capacità. Come per i calciatori, il talento da solo non basta!

Credo che la cosa più importante per gli allenatori sia quella di avere una mappa di priorità, al fine di cercare di orientare e indirizzare la propria crescita specifica oltre la normale formazione istituzionale obbligatoria. A mio parere il passaggio è molto importante quanto delicato, poiché significa muoversi dall’autoformazione all’interformazione. Passare dalla conoscenza profonda e indispensabile di contenuti e concetti specifici, alla comprensione e alla consapevolezza di riuscire a vedere se stessi in azione, rispetto a quei concetti.

✓ AUTOFORMAZIONE

? Studiare

Lo sviluppo, la crescita e il miglioramento non sono una destinazione ma rappresentano un viaggio durante il quale si modificano continuamente. Leggere (guardare, ascoltare) ai confini del proprio mondo, per esempio di altri sport e non solo, può essere prezioso per aiutare a pensare in modo diverso, divergente, suscitando così nuove idee.

Continuare a imparare e crescere come allenatori è fondamentale. Come si chiedono gli All Blacks: “Cosa stai facendo per crescere?”

La conoscenza rilevante per allenare nel calcio ad un certo punto potrebbe cambiare, se cambiassero (perdonate il gioco di parole) anche le conoscenze e le idee per quanto riguarda tattiche, moduli, stili, abilità, preparazione e gestione dei giocatori. E’ per questo che occorre mantenere una visione dinamica del mondo ed essere pronti a cambiare con essa, perché le cose mutano ed evolvono in base a molti fattori che le influenzano (lo stesso vale nel calcio). Come detto, gli allenatori di calcio devono possedere una comprensione del comportamento umano, delle prestazioni, della motivazione, delle emozioni e dell’apprendimento.

“Chi sa solo di calcio non sa nulla di calcio”

J. Mourinho

Fortunatamente al giorno d’oggi gli allenatori  possono scegliere tra molte teorie che si occupano del comportamento umano e dell’apprendimento. In tal senso credo che la teoria dei sistemi complessi, grazie al suo approccio sistemico ecologico, ci fornisca una prospettiva più utile di altre; prospettiva che ci permette di avere una migliore comprensione delle prestazioni e dell’apprendimento nel contesto specifico del calcio, in quanto sottolinea la relazione tra l’individuo e l’ambiente.

Proprio per questi motivi ritengo che un approccio di questo tipo possa essere il presupposto principale da cui partire, il fondamento sulle quali poter costruire il proprio percorso da allenatore. Inoltre, all’interno di questa visione sistemico-ecologica, credo che il modello delle pedagogie non-lineari rappresenti oggi la massima espressione di come un allenatore possa creare un ambiente di apprendimento il più rappresentativo possibile, partendo dal fatto che l’acquisizione delle abilità derivi, come detto, dall’interazione tra le persone, il compito da svolgere, l’ambiente e i vincoli specifici. È una teoria che sottolinea come dovremmo trattare ogni allenatore e giocatore come un individuo, con bisogni e necessità differenti. Dobbiamo cercare di comprendere cosa spinga l’essere umano a tirare fuori il meglio di sé per poi poter operare di conseguenza.

Per fare questo bisogna necessariamente partire dal capire chi abbiamo di fronte: le persone, l’ambiente in cui si opera o si andrà ad operare, oltre che il modo in cui tutti gli elementi coinvolti interagiscono all’interno di esso. Pertanto occorre passare ad un altro tipo di approccio, che parta in primo luogo dall’analisi del contesto in cui ci si trova a operare, per poi passare alla comprensione delle qualità e dei bisogni dei calciatori a disposizione.

Dobbiamo lavorare con le persone di fronte a noi. Senza conoscere nulla su di loro e senza empatia, siamo destinati a fallire.

D. Goleman sostiene che: ”l’empatia è tanto più intensa quanto maggiore è la concentrazione che dedichiamo a qualcuno e di conseguenza la partecipazione emotiva. E’ sufficiente prestare attenzione per stabilire un legame”. L’allenamento è basato sulle interazioni, ovvero le azioni reciproche tra gli individui.

Come dice il Prof. K. Davids: “Non possiamo perdere tempo trattando tutti allo stesso modo: se lo facciamo, alcuni miglioreranno e altri no, e inoltre si annoieranno rapidamente”. Alcuni possono sembrare simili, ma in realtà ci sono differenze individuali essenziali legate alla genetica, alla composizione fisica, all’educazione, al background, alla personalità, alla disposizione emotiva dell’individuo, alla sua volontà di imparare o alla sua capacità di esibirsi sotto pressione.

La capacità di osservazione diventa quindi un ottimo punto di partenza per un allenatore; un aspetto molto importante da approfondire il prima possibile e da affinare poi durante il proprio percorso. La maggior parte delle volte le intuizioni migliori arrivano proprio stando in disparte, osservando, senza dire nulla e limitandosi a guardare cosa fanno i calciatori. È qui che possiamo iniziare a comprendere la conoscenza che l’individuo ha del suo ambiente, cioè cosa riconosce, cosa percepisce e cosa attualizza.

? Comprendere

Bisogna passare da un apprendimento concettuale ad uno pratico per poter trasformare le informazioni dapprima in conoscenze e poi eventualmente in competenze.

Dal conoscere al riconoscere, dal sapere al saper fare. Cominciare a distinguere la differenza che esiste tra:

?? Informazioni: accumulo e trasmissione di teorie, dati, nozioni, metodi, pratiche e elementi che consentono di avere conoscenza più o meno esatta di fatti e situazioni

?? Conoscenze: le conoscenze rappresentano la consapevolezza e la comprensione di questo accumulo di idee, teorie e informazioni teoriche e/o pratiche. Sono relative ad un ambito o ad un settore specifico di lavoro, ottenute attraverso l’apprendimento. Rappresentano la base delle competenze.

?? Competenze: quando parliamo di competenze parliamo del saper fare. Si tratta di mettere le proprie conoscenze in azione, di fare esperienza e formarsi. Attraverso le proprie competenze sociali, professionali e trasversali, saper riuscire a trasformare le proprie idee in esperienze pratiche per imparare come favorire l’apprendimento dei calciatori.

Credo ciò rappresenti un ottimo punto di partenza.

Questo aspetto si può spiegare sottolineando la differenza che esiste per esempio tra la conoscenza del gioco (dichiarativa) da parte degli allenatori o dei commentatori televisivi, ad esempio, e quella che invece è la conoscenza nel gioco (esperienziale, emozionale) dei calciatori. Conoscere il gioco per un allenatore significa comprenderne i comportamenti; perché i giocatori fanno quello che fanno, ad esempio. Si tratta di riconoscere dettagli e dinamiche durante le varie fasi del ciclo del gioco. Invece, in pratica, spesso le informazioni e le conoscenze di concetti calcistici degli allenatori diventano dei “risultati per misurare il grado di apprendimento”.

Gli argomenti delle sessioni di allenamento sono spesso erroneamente abbinati a metodi di valutazione che incoraggiano il richiamo verbale e la ripetizione di concetti astratti; per esempio non è cosi difficile assistere alla fine di una sessione di allenamento ad un allenatore che chiede: “su cosa abbiamo lavorato oggi?”

Se un giocatore è in grado di ricordare con precisione le spiegazioni verbali che hanno avuto luogo durante la sessione di allenamento, questo viene spesso preso come prova dell’apprendimento da parte del calciatore; questo anche se quel giocatore non aveva mostrato di avere appreso nulla di ciò di cui si parlava durante l’allenamento stesso, denotando una grande carenza di osservazione e comprensione da parte dell’allenatore (come sottolineato).

Al contrario, un giocatore può e deve acquisire conoscenza dell’ambiente calcistico solo attraverso l’esperienza attiva. La capacità di gestione dei vincoli informativi (restrizioni, ricompense, regole) e la percezione dell’ambiente (posizione dei compagni, degli avversari e della palla) avvengono mentre ci si muove personalmente nel gioco, non mentre si ascoltano gli allenatori che parlano del gioco. Questo vale anche per gli allenatori, i quali devono imparare a conoscere e riconoscere i propri comportamenti all’interno dell’allenamento, non limitandosi a conoscere che cos’è l’allenamento.

Gli allenatori devono passare dall’essere incoscientemente incompetenti a consapevolmente incompetenti; come dice Raymond Verheijen: “Incompetente significa che un allenatore non ha capacità in una certa area”.

L’allenatore o è consapevole di questo margine di miglioramento (consapevolmente incompetente) o non è consapevole della sua incapacità (inconsciamente incompetente).

“In tal caso, l’allenatore non sa ciò che l’allenatore non sa”

R. Verheijen

Gli allenatori che spesso continuano a fare quello che stanno facendo per il resto della loro carriera, vengono chiamati blind sided. Dall’altra parte, invece, gli allenatori che diventano consapevolmente incompetenti sono spesso alla ricerca di soluzioni e miglioramenti, poiché nessuno vuole essere incompetente in una certa area.

Da qui l’obiettivo: quello di diventare, attraverso il proprio processo di crescita, dapprima consapevolmente competenti e poi inconsapevolmente competenti; un esempio potrebbero essere le varie fasi che ognuno di noi attraversa quando iniziamo ad imparare a guidare.

La forza di un allenatore si basa sulla profonda conoscenza di sé e del suo processo di crescita insomma. L’apprendimento ci porta a scoprire i nostri limiti; è un terreno ignoto che ci accompagna verso cosa non conosciamo, cosa abbiamo bisogno di imparare. Si tratta di allenarsi ad allenare.

Come sostiene il Prof. Riccardo Capanna: “Tra il dire e il fare c’è di mezzo l’agire”

? Agire

“La visione senza l’azione è un sogno. L’azione senza la visione è un incubo”

J. Kerr

Quando si tratta di entrare in azione la maggior parte delle volte gli allenatori fanno riferimento al tipo di apprendimento che che hanno avuto, pensando quindi di comportarsi nello stesso modo in cui hanno appreso; applicheranno gli stessi metodi che sono stati usati con loro.

Questo è un tipo di approccio esperienziale, un comportamento inconscio naturale di fronte a un problema che ha a che fare con esperienze passate in cui la situazione viene affrontata partendo da quello che conosco di me stesso, sperando che sia sufficiente per l’altro. Purtroppo non funziona così.

Non possiamo rispondere a tutte le esigenze di apprendimento dei calciatori partendo solo dalla nostra esperienza, per quanto vasta o profonda.

“La ricerca ha dimostrato che l’autoriflessione e l’autoconsapevolezza sono componenti importanti di un coaching efficace”

Baltzell, 2013; Côté, Salmela e Russell, 1995

L’agire ha a che fare prima di tutto con il perché, e il perché ha a che fare con l’aspetto umano, qualcosa di personale e di intimo.

La forza di un allenatore si basa sulla conoscenza:

✔️ di sé stesso

✔️ delle proprie emozioni

✔️ delle virtù e delle insicurezze

Bisogna saper riconoscere e accettare dove mi trovo come uomo e come allenatore, a che punto sono del percorso. A volte ciò che vogliamo non è ciò di cui abbiamo veramente bisogno. Occorre conoscere:

✔️ I propri punti di forza

✔️ Le aree di miglioramento

✔️ Cosa si ha e cosa manca

✔️ Cosa si capisce e cosa no

✔️ Cosa bisogna imparare e cosa disimparare

Questa riflessione richiede molta umiltà e coraggio. Si tratta di riuscire ad avere una maggiore consapevolezza interna ed esterna su ciò che accade e sull’impatto che i propri comportamenti generano o meno.

Spesso ci si aggrappa a credenze e idee solo perché ci danno sicurezza, perché magari nel passato ci hanno dato risultati. Ma nulla è fisso, tutto cambia, è dinamico; niente è per sempre. Se vogliamo aggiornarci e arricchirsi come allenatori dobbiamo imparare a liberarci di volta in volta di ciò che non è più adatto alla nostra realtà per poter continuare a sviluppare, comprendere ed apprendere. La maggior parte delle volte questo aspetto è anche legato alla capacità e/o alla difficoltà di apprendere nuove cose.

“Se l’hai sempre fatto in questo modo, probabilmente è sbagliato.”

C. Kettering

? Apprendere

Apprendimento:

L’apprendimento è un processo di miglioramento continuo dell’adattamento tra un individuo e il suo ambiente utilizzando le informazioni percettive circostanti per regolare e adattare continuamente le proprie azioni.

La più grande abilità che un allenatore deve possedere è proprio la capacità di apprendere, perché è quella che ci aiuta a crescere professionalmente, oltre ad essere l’unico vantaggio competitivo sostenibile nel tempo.

Ammettiamolo. Vogliamo che le cose siano facili. Di solito cerchiamo il percorso con minor resistenza nella nostra vita. Preferiamo la scala mobile alle scale, e il film al libro. E’ chiaro che più facile non è sempre meglio. In effetti, rendere le cose più difficili può spesso portare a risultati migliori. Fare le scale fa meglio alla salute fisica che prendere le scale mobili, proprio perché le scale sono più faticose. Lo stesso vale per l’apprendimento.

L’apprendimento, invece, non accetta scorciatoie, non è lineare, è un percorso faticoso di automiglioramento a lungo termine, da fare in prima persona (Io voglio imparare, ho bisogno di imparare). Quando gli allenatori si assumono la responsabilità del proprio apprendimento e sviluppo, diventano più coinvolti nel processo e hanno maggiori probabilità di essere motivati e coinvolti nel loro lavoro. La ricerca ha dimostrato che quando gli individui provano un senso di autonomia e controllo sul proprio lavoro, è più probabile che siano motivati e coinvolti (Deci & Ryan, 2000).

Purtroppo l’apprendimento non si basa esclusivamente sull’accumulo di informazioni, come abbiamo detto. Questo è un apprendimento che va dall’esterno verso l’interno. C’è un altro modo di apprendere, ed è quello che nasce dall’interno, che nasce dall’inquietudine, dalla curiosità, dalla necessità di capire, dalla vulnerabilità, dalla voglia di crescere e di migliorare le cose. Da lì si muove verso l’esterno, dove apprendere ciò di cui si ha bisogno, quello che serve, quello che manca, per poterlo poi integrare in seguito.

Questo è ciò che accade quando apprendiamo consapevolmente e in prima persona. Da qui la necessità di passare ad un altro livello di apprendimento:

L’INTERFORMAZIONE

? L’apprendimento in staff

Antropologicamente, unirsi ad una squadra, a un team, è una esigenza umana. Sapersi circondare delle persone giuste. Nel gioco del calcio lo staff diventa la chiave per accelerare il proprio sviluppo e raggiungere i propri obiettivi. Gli allenatori imparano e devono imparare attraverso l’esperienza diretta. Devono farlo quotidianamente, attraverso il confronto e le relazioni con altri allenatori, le interazioni con i calciatori, l’analisi, la visione e la revisione di cosa si è fatto e di cosa non si è fatto.

Alla base dell’interformazione ci devono essere la riflessione, il confronto e il feedback con gli altri, su sé stessi e sul proprio modo di fare; condividere momenti di riflessione e confronto, così come ricevere feedback da parte dello staff, aiutano a vedere ciò che non riusciamo a fare da soli.

In questo senso è molto importante rivedere il proprio allenamento per migliorare e cambiare ciò che non va.

Bisogna imparare a prepararsi per la seduta di allenamento, mettere in piedi una vera e propria struttura che preveda tre diversi momenti all’interno dei quali poter allenare questo ciclo virtuoso:

▶️ Prima – ANALISI E REVISIONE

▶️ Durante – VISIONE E RIFLESSIONE

▶️ Dopo – FEEDBACK E CONFRONTO

Gli allenatori sono quindi dei veri esploratori con la funzione di progettare continuamente ambienti e contesti favorevoli all’apprendimento proprio e dei giocatori.

“Non insegno nulla ai i miei studenti, cerco solo di creare le condizioni in cui possono imparare.

Non possiamo insegnare, loro possono imparare, il che è diverso”

Einstein

In questa prospettiva l’allenamento non consiste tanto nell’inculcare una conoscenza dichiarativa del gioco nelle menti dei giocatori, quanto piuttosto creare ambienti di apprendimento ricchi di stimoli specifici, affinché gli stessi possano interagire direttamente coi problemi, sperimentare e trovare soluzioni.

Accertarsi per esempio che siano sempre presenti:

? Palla – Avversari – Compagni – Porta – Intenzioni

Il problema più grande degli allenatori è che a volte vogliono fare troppo. Bisognerebbe fare meno e curare di più le interazioni per avere più successo. Dobbiamo incontrare i giocatori dove si trovano loro, non dove siamo noi. Le uniche cose che dovresti controllare nel coaching sono i tuoi comportamenti e il design della seduta.

In questo senso, l’allenatore diventa una guida esperta, che mostra agli studenti dove guardare ma non dice loro cosa vedere.

Il design (silenzio) è l’80% del coaching.  

L’interazione (parlare) è il 20%

D. Garcia

?✅ Citando ancora Carlota Torrents: “Non è una questione di metodo, di visione dicotomica, ma di cambio di paradigma. Se partiamo dal presupposto che ognuno di noi è diverso non ci sarà un solo strumento didattico o approccio metodologico per migliorare, anzi. E’ proprio questa la differenza che deve fare l’allenatore. Riconoscere i bisogni individuali e collettivi per poi scegliere i mezzi più adatti alla situazione”.

L’allenatore diventa un cuoco, per usare una metafora. Ha una dispensa e un frigorifero pieni di ingredienti e, a seconda delle richieste e delle necessità o del momento, deve essere bravo a trovare la ricetta giusta.

Allenare diventa un arte, come dice Julio Velasco.

? Conclusioni

Credo che l’aspetto più importante sia quello di cambiare le priorità, il paradigma, passare come detto da cosa si allena a come lo si allena; in particolare come progettare, implementare e gestire le attività proposte e come comunicare e interagire con i giocatori.

Come detto ripetutamente, nel coaching i metodi di copia e incolla non funzionano. Un buon allenatore creerà un compito di allenamento specifico per risolvere un determinato problema con un giocatore o un gruppo di giocatori in particolare. Ogni problema, giocatore e gruppo di giocatori è diverso; bisogna quindi fare attenzione a fornire loro compiti adeguatamente impegnativi.

Contemporaneamente non bisogna però pensare di aver svolto il proprio lavoro solo progettando un ambiente di apprendimento (seduta di allenamento). Anzi, l’allenatore deve essere sempre coinvolto: osservare, comprendere cosa accade e manipolare costantemente i vincoli.

Pertanto, porre costantemente problemi e sfide può aiutare i giocatori a diventare più funzionali nelle loro prestazioni: fare meglio, segnare più gol, fare più passaggi, tenere meglio la palla, etc.

Per me, il ruolo di allenatore, a qualsiasi livello ma soprattutto nel settore giovanile, riguarda davvero la capacità di progettare ambienti di apprendimento per poi accompagnare i giocatori a cercare soluzioni, piuttosto che dire loro quale sia la migliore (soluzione).

L’apprendimento inizia quando l’insegnamento finisce“, dice Mark Upton.

Gli allenatori devono pensare ai giocatori come corpi pensanti e percettivi – che hanno solo bisogno di un po’ di supporto e guida – capendo di non interferire continuamente dando sistematicamente istruzioni verbali e correzioni.

Un allenatore può, anzi deve, usare domande verbali con il giocatore al fine di stimolare il ragionamento, anche se non è la risposta verbale che è importante; tradotto, non è importante quello che dice il giocatore, ma quello che fa in campo. Allo stesso modo, non è importante cosa un allenatore sa, ma quello che fa in campo: come allena.

Uno studio sul coaching di alto livello (Millar, 2011) ha dimostrato che l’80% degli allenatori ha una bassa consapevolezza di sé riguardo ai propri comportamenti (ciò che dicono soprattutto) di coaching durante l’allenamento; ovvero gli allenatori parlano di più di quanto percepiscono. Questo vuol dire che spesso non ricordano neanche ciò che hanno detto; 8 allenatori su 10 non sono pienamente consapevoli del modo in cui si comportano in allenamento e in gara. Come intuiamo c’è un grande divario tra ciò che l’allenatore pensa sia accaduto e ciò che invece è realmente accaduto. Questo denota come la mancanza di autoconsapevolezza sia un limite chiave (Millar, 2011).

Non si parla di dualismo in questo caso, di buoni o cattivi comportamenti; questi sono comportamenti e come tali diventarne coscienti è fondamentale per poter avere un impatto efficace sugli atleti.

La volontà di cambiare e trasformarsi continuamente nella versione migliore di sé non può essere imposta o forzata. Essa implica un’evoluzione personale e professionale che bisogna essere disposti a fare. Nasce dall’interno, dal desiderio di ognuno di una visione entusiasmante del futuro e che nasce dall’eventuale insoddisfazione per il presente.

Allenare oggi vuol dire sviluppare calciatori che giocheranno sì il calcio di oggi, ma soprattutto il calcio di domani.

Infine vorrei sottolineare la particolare importanza che riveste il feedback come aspetto fondamentale per favorire l’apprendimento insieme all’errore, e non per la sua valutazione. Impariamo principalmente e più velocemente attraverso l’altro che ci fa da specchio.

Per fare ciò bisogna creare un terreno fertile, il famoso ambiente in cui diventa “necessario” chiedere dei feedback per diventare consapevoli dei propri punti ciechi. Comprendere e affrontare definitivamente il proprio ego (nemico numero uno) e la paura di sentirsi dire qualcosa che non ci piace, che ci fa male o ci mette a disagio. Accettare proprio il disagio, la propria vulnerabilità, e soprattutto capire che ciò che vediamo negli altri ci dice molto più di ciò che pensiamo di noi stessi. Occorre rispetto e umiltà, poiché chi richiede un feedback è responsabile della richiesta ma anche della risposta che l’altro gli darà. La richiesta va fatta in prima persona, con il sé, come detto fin dall’inizio. Per esempio: “Ho bisogno che tu mi dia un feedback su ciò che hai visto/sentito/ho detto ecc…”

“Il feedback è un dono e ognuno, una volta ricevuto un dono, ha il diritto di farne ciò che vuole.”

M. Ruiz De Ona

Sapere che non si può sapere tutto e che ciò che ti ha portato fin dove sei non ti porterà oltre, è quanto di più liberatorio ci possa essere!

Per educare serve un villaggio

Proverbio Africano

? Riferimenti

  • Ana-Maria Cebolla, Football, Culture, Skill Development and Sport Coaching : Extending Ecological Approaches in Athlete Development Using the Skilled Intentionality Framework. July 8, 2021. https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fpsyg.2021.635420/full?utm_source=pocket_saves
  • Vaughan, J. (2020). Creatività nel calcio: quadri concettuali e studi di casi culturali per informare la prassi di coaching. dottorato di ricerca Tesi, Brisbane: The University of Queensland doi: 10.14264/uql.2020.87.
  • Turvey, MT, Shaw, RE, Reed, ES e Mace, WM (1981). Leggi ecologiche del percepire e dell’agire: in risposta a Fodor e Pylyshyn (1981). Cognizione 9:90002. doi: 10.1016/0010-0277(81)90002-0
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Foto sport.es

Commenti

1
  • gabriele.mazza ha detto:

    Articolo interessantissimo, pieno di spunti di riflessione.
    Utile a chi inizia la carriera da allenatore come a chi ha già anni di esperienza alle spalle, a chi allena nei dilettanti sia a chi allena dei professionisti, agli istruttori dei settori giovanili e a quelli delle prime squadre.
    A tratti illuminante.

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